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MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

L'AURA ROMANTICA DI ROBERTO LATINI 25/11/08

Si è appena chiuso al Teatro India di Roma il sipario su Bikini Bum Bum, l'ultimo lavoro del performer romano: uno spettacolo fragile che fagocita ogni confezione spettacolare e sotto un'estetica gelida nasconde la potenza della propria poesia

Luigi Coluccio

Martedi' 25 Novembre 2008
Un cuore, e un corpo, (un’ontologia?) transgender pulsano sotto la gelida estetica vocale, mnemonica, di due sorelle gemelle oramai disperse, un tragicomico suicida, una marionetta ossessivo-compulsiva e una –nonostante tutto- anonima pattinatrice di bianco (s)vestita –i protagonisti-abbozzi che solcano l’ultimo lavoro di Roberto Latini, Bikini Bum Bum – due pezzi intorno a una fenomenologia dello spirito, spettacolo in scena in prima nazionale al Teatro India di Roma dal 20 al 23 novembre.
Gli innumerevoli attraversamenti scenici, testuali, corporali compiuti da Latini in questi ultimi anni trovano una momentanea sublimazione, “arresto” scriverebbe qualcuno, in questa opera dal fragile, ed incauto, equilibrio, che sembra fagocitare, coscientemente, ogni forma di compiuta realizzazione spettacolare-drammaturgica per oscillare incessantemente un attimo prima di essa, in uno spazio non definibile colonizzato da forti sfere iconiche, emozionali, ideali. I due movimenti che compongono questo Bikini, cioè Bum e Bum, seminali di una vitalità estrema e asetticamente graffiante, si collocano, infatti, in una lucida aurea che oseremmo definire “romantica”, ben prima della negazione o della de-costruzione dell’opera stessa –prassi di lavori quali Nnord, Ubu Incatenato o Iago. La patina primitivamente emozionale di cui sono composti questi due “specchi scenici” riflette, paradossalmente, unicamente sé stessa, in una somma di visioni che non diviene mai tenebroso doppelgänger, in cui non c’è posto per miraggi o rifrazioni errate. Lo sguardo è pulito, unico, esatto. Le pulsioni che solcano i due quadri, come i peccati capitali di Bosch, sono matematicamente intuibili, riproducibili in vitro: amore, morte, solitudine, vitalità. Fa difetto, unicamente, il loro svolgimento, la loro assunzione. L’incognita introdotta, l’agire umano, degrada, estaticamente insozzandole, tale sfere ideali. E come gli orribili, insopportabili, rami d’albero che pian piano diventano flebo gonfie di sangue, piazzati a mo di pietre confinanti tra lo spazio scenico e il pubblico, una vitalità transgender si incunea prepotentemente nello spettacolo, divenendo fulgido simbolo della vicenda presentataci. Come altro definire la trasmigazione continua delle figure presenti in scena tra gli opposti moti interiori che li dilaniano? E il passaggio, il salto pindarico di corpo in corpo, di morte in morte, di anima in anima? Non esiste identità o sostanza da cui partire in Bikini Bum Bum. Le surreali monadi che popolano questo spaccato teatrale si osservano e si assimilano a vicenda, trovando la loro intima essenza –la pulsione che totemicamente assumono su di loro- in un movimento duale –Bum e Bum- pregno di errori, inesattezze, continue pause e ripartenze. Fino all’attraversamento finale, al gender improprio e falso che sembra donare un centrifugo centro a tutto ciò: lo splendido epitaffio che declama che non si vuole morire –e, aggiungiamo noi, amare o vivere- ma solo possedere "il desiderio di morire". Ecco dunque l’eidos di questa nostra disturbante ricerca fenomenologica. Un infimo, minimo, sublime –e quindi tragicamente umano- surrogato delle terribili forze che soffiano nel lontano Iperuranio, piegate all’imperfezione e alle glossolalie e alla poesia dell’uomo. Come quando, in uno squarcio che a noi è sembrato spiazzante, irreale, in uno degli innumerevoli affabulamenti linguistici perpetrati da Latini e soci –gli intensi e perfetti Sebastian Barbalan, Fabiana Gabanini, Guido Feruglio, Marco Vergani-, il dittico "per l’amore" è divenuto, contraendosi oscuramente su se stesso, e permetteteci la maiuscola, "Perla", richiamando alla sempre viva memoria uno dei due doppelgänger, Perla Peragallo –l’altro è Leo De Berardinis-, che stava, e sta, a fondamento della parabola artistica di Latini stesso.



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