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CRISI FINANZIARIA: IL PACCHETTO CINESE 11/11/08

dalla corrispondente

Ilaria Maria Sala

Martedi' 11 Novembre 2008

Hong Kong - Il pacchetto finanziario proposto da Pechino per rilanciare i consumi e l’economia interna ha cifre da capogiro: 4 trilioni di yuan, ovvero circa 580 miliardi di dollari USA, che dovrebbero stimolare la domanda interna e, stando alle parole speranzose con cui è stato presentato, aiutare a scongiurare una recessione mondiale.
Un pacchetto che prevede sia spese nuove, sia altre che erano inevitabili e già annunciate, come la ricostruzione nelle aree del Sichuan colpite dal sisma a maggio scorso (che dovrebbe costare un trilione di yuan), così come altre ancora di cui si parlava da tempo, discusse a più riprese dalla dirigenza del paese, in particolare nella sanità e nel welfare sociale.
In parte, per la Cina, si tratterà di fare con ancor più decisione quello che già viene fatto da decenni, ovvero, continuare a costruire in modo massiccio: secondo una prima analisi della Credit Suisse del pacchetto, infatti, il 60 percento circa dell’imponente stanziamento finanziario verrà consacrato alle spese per le infrastrutture nel settore dei trasporti e della costruzione di abitazioni non di lusso, in particolare autostrade, aeroporti e ferrovie. Questo a sua volta dovrebbe poter stimolare ulteriormente l’industria dell’automobile e quella dell’immobiliare (che ha subito un grosso arresto nel corso dell’anno, con, in alcune città, un meno 40 percento delle transazioni effettuate), rilanciando i consumi interni. Davanti al crollo improvviso delle borse domestiche e internazionali, infatti, i consumatori cinesi hanno reagito con estrema prudenza, tenendo ben chiuso il portafoglio. Il pacchetto dovrebbe poter offrire un rapido cerotto per lenire le ferite riportate dalle zone costiere, in particolare, le più sviluppate economicamente ma anche le più esposte agli scossoni mondiali, nella speranza che riprendano a consumare anche quando la domanda mondiale rallenta.
Nella ricca fascia costiera infatti, tanto nella regione del Guangdong adiacente a Hong Kong, come nella regione che circonda Shanghai, due fra le zone più industrializzate del paese, si contano già a migliaia il numero di aziende che producono per l’estero che hanno chiuso i battenti negli ultimi mesi. L’inquietudine di chi ha perso il lavoro da un giorno all’altro – spesso senza preavviso, trovandosi semplicemente davanti ai cancelli chiusi della fabbrica – è già esplosa in manifestazioni e barricate a macchia di leopardo, e il timore di un espandersi dei disordini sociali è stato sicuramente ben presente nel redigere il pacchetto di stimolo economico.
Dopo il lungo periodo di “armonia comandata” che si è avuto in preparazione delle Olimpiadi e in concomitanza dei Giochi, infatti, sembra che in alcuni casi la pazienza cinese sia arrivata al suo limite, e nelle ultime settimane infatti le notizie di disordini arrivano da varie città del Guangdong e da Chongqing, fino a piccole località del Zhejiang. Quelle che erano fino a ieri le “boomtown” meridionali di Dongguan e Shenzhen, per esempio, e che si apprestavano ad abbandonare la manifattura di giocattoli e calzature a buon mercato per avventurarsi nell’high-tech, si ritrovano ora a fare una rapida marcia indietro, dato il calo verticale delle esportazioni degli ultimi mesi. E in mezzo all’improvvisa incertezza economica, crescono gli episodi di tragica violenza individuale: un camionista che schiaccia cinque persone per “vendicarsi della società”, tassisti inferociti che attaccano i vigili, folle furiose che si slanciano contro una stazione di polizia per vendicare la morte di un giovane motociclista.
Questo rapido correre ai ripari, gettando denaro sulle fiamme di un inquietante scontento, può sorprendere per un’economia che, scossoni internazionali a parte, continua nondimeno a crescere del 9 percento: ma secondo economisti cinesi e non, per continuare a creare posti di lavoro e limitare possibili tensioni sociali date dagli enormi scompensi economici, la crescita minima indispensabile è dell’8 percento annuo.
Pechino dunque si appresta a celebrare il trentesmo anniversario del lancio delle riforme economiche impegnandosi in un ambizioso progetto di investimenti – che potrebbe però risultare troppo ambizioso. Da più di vent’anni, infatti, gli investimenti in infrastrutture in Cina sono cresciuti del 20 percento annuo, e alcuni analisti temono che si possa arrivare presto ad una temporanea saturazione. Ma la scelta sembra imporsi in modo netto: la dirigenza cinese, infatti, a livello domestico sa di avere vita relativamente facile fintanto che la crescita economica non si inceppa. A livello internazionale, invece, conta di poter aumentare il suo prestigio mostrandosi capace di rispondere con prontezza, trilioni alla mano, all’attuale crisi.



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