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...fa sempre il suo effetto. Ma non basta a salvare Lina, la novità drammaturgica di Massimo Salvianti diretta da Pierpaolo Sepe che ha aperto la stagione del Piccolo Eliseo di Roma

Attilio Scarpellini

Venerdi' 24 Ottobre 2008
Il padre si avvicina alla figlia e le sistema una ciocca di capelli dietro la fronte. La ragazza si ritrae con un moto di disgusto mentre poco lontano Lina, la sua tata, trasale inorridita di fronte al pubblico. E' uno dei momenti cruciali di Lina, quella che fa brutti sogni, novità drammaturgica di Massimo Salvianti (Premio Extra Candoni 2007) diretta da Pierpaolo Sepe con cui il Piccolo Eliseo apre una stagione che si pone esplicitamente sotto il segno della drammaturgia contemporanea. Ma è anche il momento in cui l'impianto narrativo di questa storia di mistero e di rimozione comincia a franare su se stesso, lasciando intuire al pubblico più di quanto questo dovrebbe e forse vorrebbe sapere. E' vero che a teatro tutto è terribilmente vistoso e quando al primo atto di una commedia si vede un fucile appeso a un chiodo si può star certi che al quinto il fucile sparerà. Ma bisogna comunque evitare di sparare prima del tempo. Anche perché nel caso di Lina non stiamo di fronte a un mito classico (di quelli talmente risaputi che si finisce col dimenticarli) ma nel mezzo di un processo psicoanalitico che è quanto di più simile esista (ricordate Io ti salvero?) a un romanzo poliziesco. Sepe, che è un regista di solido mestiere, dovrebbe comportarsi come l'inconscio freudiano e depistarci, aggirando le crepe di un testo visibilmente fiaccato dal suo eccesso di illuminismo morale. E invece sceglie la via più facile: un scenografia evocativa di gabbie e di porte da cui il presente e il passato, la rimozione e il flashback, entrano ed escono senza soluzione di continuità, una musica tonitruante che a forza di sottolineare finisce col soffocare la recitazione e degli attori talmente inchiodati a un carattere che la loro credibilità ne risultata immediatamente compromessa. Una volta che il testo scade in pretesto, in scena non restano altro che il colore della follia e la prova da attrice di Fulvia Carotenuto nella parte di Lina, cameriera sottoproletaria che dopo anni di fedele servizio nella casa di un ex maresciallo ha inopinatamente ucciso il suo padrone per motivi che non vuole confessare e che ora nasconde (male) allo sguardo di un basagliano scrutatore di anime. Ed è una buona, intensa prova, ma tutta calata dall'alto di un'idea che, a dispetto del napoletano in cui si esprime, si limita a stilizzare ciò che invece dovrebbe incarnare: anche questo flaubertiano “cuore semplice” che si ostina a tenere servilmente chiuse le porte dell'inconscio borghese è, al pari dei suoi comprimari (Irma Ciaramella, Emanuela Lumare, Andrea Manzalini, Marco Natalucci), soltanto una figurina attorno cui si rapprende una storia. Non basta una situazione a fare un testo. Né un testo a fare una drammaturgia. Non basta una lingua espressiva a fare un'espressività. Né un mare di applausi a distillare una sola lacrima.

questa recensione è apparsa sull'unità del 23/10/2008



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