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Il GIARDINO E LA STORIA 23/10/08

Passa volando al Teatro India di Roma lo straordinario spettacolo di Guillermo Calderon, "Neva", una lezione su come, lavorando su Cechov, si possa fare non un teatro politico ma un teatro esposto alla Storia. Dove la parola "rivoluzione" ritrova finalmente un suono

Attilio Scarpellini

Giovedi' 23 Ottobre 2008
Se qualcuno vuole porsi la questione: è ancora possibile un teatro politico? Guillermo Caldéron non è la persona giusta per rispondere. Con Neva, concentrato kammerspiel che ha portato in giro per l'Italia (dal festival Vie di Modena al Teatro Nuovo di Napoli per poi approdare al Teatro India di Roma prima di volare in Spagna e in Messico), il trentacinquenne autore-regista cileno parte dalla domanda opposta: è ancora possibile barricarsi in un teatro, magari a provare Il giardino dei ciliegi, mentre fuori impazzano la guerra e la crisi? Nella commedia di Cechov il rumore sordo di una scure fuori di scena segnalava l'inizio della fine. In Neva è una luce che si spegne a sprofondare la scena nel buio e a riconsegnare il teatro a ciò che è fuori da lui. Ma, questo è il bello, Caldéron (che nome per un drammaturgo...) non fa teatro politico nel senso usuale del termine: traducendo sulla scena la domanda e non la risposta, fa un teatro esposto alla Storia. Issati su un parallelepipedo scontornato nel vuoto, disponendo soltanto di una poltrona e di una stufa-lanterna che li illumina dal basso , Olga, Masha ed Aleka (cioè Trinidad Gonzales, Paula Zuinga e Jorge Becker), i tre attori di Neva chiusi in un teatrino di San Pietroburgo sono effettivamente intenti a “provare”, e non solo Il giardino dei ciliegi. Sotto la guida tormentata di Olga Knipper , attrice di culto del Teatro d'arte di Mosca e soprattutto vedova di Cechov, provano il desiderio, l'amore e persino, cercando di rievocare gli ultimi istanti dello scrittore russo, quel che per definizione non può essere rappresentato, cioè la morte: tre frontiere che, respingendo l'illusione teatrale su se stessa, innescano un transfert delirante che allo spettatore si presenta nella forma icastica, a un tempo confusa e fatale, che hanno certi sogni. Con la differenza che questo gioco di corpi intenti a fuggire e a riscrivere in finzione la propria identità è continuamente perforato da una parola lucida, inesorabile che lo stringe d'assedio. Siamo nel 1905 e le immagini della domenica di sangue in cui la truppa zarista decima i rivoltosi guidati da padre Gapon in quello che sarà il prologo – purtroppo mai compiuto - dell'ottobre rivoluzionario, tracimano dalle rive della Neva anche oltre le mura dei teatri. L'evento rompe ed irrompe ma la scrittura di Caldéron non lo usa come un'interruzione moralistica, bensì come un rilancio profetico del vortice che domina la scena, a testimonianza che anche le rivoluzioni (anzi soprattutto loro) sono fatte della stessa fragile materia di cui sono fatti i sogni. Se il teatro mente, insomma, la Storia non mente di meno. In compenso tradisce di più: e così il giovane Aleka, nel suo controcanto tolstojano alle speranze militanti di Masha, si ritrova a declinare il futuro di una Russia che riuscirà a lanciare cagnette nello spazio ma non a riportare la giustizia sulla terra. Intersecato da brani cechoviani e superbamente interpretato da tre attori che con la voce ed il corpo suturano ogni stacco tra i piani del testo, regalando al pubblico uno struggente crescendo, Neva riesce a far risuonare, nel suo spagnolo che accelera e verticalizza la temperie russa della pièce, parole che credevamo sepolte sotto le macerie della retorica. Una di esse, rivoluzione, unisce due suoni contrapposti: il suono puro, necessario, della giustizia che di fronte al potere esige soltanto giustizia; il suono altero e tragico della giustizia che vuole prendere il potere. Il suono del 1905 e quello del 1917.

questa recensione è uscita sull'Unità del 22 ottobre 2008



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