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OLIMPIADI, MUGABE "PERSONA NON GRATA"? 06/08/08

Robert Mugabe non partecipera' alla cerimonia d'apertura dei Giochi Olimpici. Perche' cosi' gli e' stato chiesto - pare - dagli amici cinesi

Irene Panozzo

Mercoledi' 6 Agosto 2008
La Signoria Vostra è caldamente invitata a non presentarsi alla cerimonia d’apertura dei Giochi. Pare esser stato questo il messaggio inviato, forte e chiaro, da Pechino ad Harare nei giorni scorsi. La “persona non grata” in questione, in un’occasione di grande visibilità internazionale per il regime cinese, è niente meno che uno degli storici amici africani della Cina, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe. La cui presenza però, paiono essersi resi conto d’un tratto nelle alte sfere della politica e della diplomazia cinesi, potrebbe risultare sgradita agli altri ospiti di riguardo, a iniziare da George W. Bush e Nicolas Sarkozy, che, nonostante le critiche in alcuni casi mosse dalle rispettive opinioni pubbliche, saranno venerdì a Pechino a salutare l’inaugurazione delle prossime Olimpiadi. Perché allora tirarsi addosso altri problemi e critiche?
Potrebbe esserci stata questa domanda dietro la presunta mossa della Repubblica popolare cinese, riportata ieri dall’australiano Sidney Morning Herald, di chiedere a Robert Mugabe, rieletto presidente della repubblica a fine giugno in elezioni-farsa seguite a una campagna elettorale che non ha lesinato violenze contro i sostenitori del candidato dell’opposizione Morgan Tsvangirai, di non presentarsi venerdì all’appuntamento di Pechino. Secondo il quotidiano australiano, Mugabe avrebbe ricevuto la notizia mentre già ad Hong Kong e avrebbe deciso di ubbidire. Anche se il suo portavoce, George Charamba, già nel fine settimana aveva detto a un giornale zimbabwano che il presidente avrebbe potuto rinunciare alla sua presenza a Pechino per seguire da vicino i negoziati con il Movimento per il cambiamento democratico (Mdc) di Tsvangirai.
In corso a Pretoria, in Sudafrica, e mediati dal presidente sudafricano Thabo Mbeki, i dialoghi si erano interrotti per qualche giorno alla fine della scorsa settimana, per riprendere poi domenica. E proprio ieri il quotidiano sudafricano The Star ha riferito che fonti vicine ai dialoghi darebbero per imminente la conclusione di un accordo tra l’Mdc e la Zanu-Pf, il partito di Mugabe, per la spartizione del potere dopo l’impasse seguito alle contestate elezioni. Secondo quanto riportato dallo Star, Mugabe potrebbe accettare di rimanere presidente della repubblica con un ruolo più di garanzia, delegando i poteri esecutivi al primo ministro, incarico che andrebbe a Morgan Tsvangirai.
Quale sia la reale ragione dell’annunciata assenza di Mugabe dalla cerimonia di apertura dei Giochi, la sola ipotesi che il governo cinese abbia potuto chiedere al presidente zimbabwano di non presentarsi è già di per sé una novità. Perché costituirebbe, seppur in forma molto blanda, una posizione di censura nei confronti di un leader in carica, quindi una forma di interferenza negli affari interni di un paese straniero. Ovvero un velato venir meno proprio a quel dogma che la Cina ha da sempre messo alla base delle sue relazioni internazionali.
Se confermata, quindi, la mossa di Pechino potrebbe essere un’ulteriore passo in direzione di una parziale e lenta modifica nei rapporti tra Cina e Africa. Già in altre occasioni è stato possibile notare che il governo cinese sembra aver iniziato a prendere in considerazione i possibili effetti delle sue scelte, diplomatiche ed economiche, nel continente. È successo nel caso del Sudan: per anni Pechino non si è curata del fatto che gli attivisti per i diritti umani di Usa e Europa legassero il nome della Cina al conflitto in Darfur. Quando però la potente Save Darfur Coalition statunitense ha legato il ruolo cinese nella guerra della regione occidentale del Sudan al boicottaggio delle Olimpiadi il vento è in parte cambiato.
Ma c’è dell’altro: tranne alcuni casi più eclatanti di governi fortemente autoritari, gli esecutivi africani non possono non tenere conto, almeno in parte, dell’orientamento delle rispettive opinioni pubbliche. E Pechino sembra aver iniziato a rendersi conto di dover fare lo stesso, quantomeno fuori dai suoi confini.

L'articolo e' oggi anche se Il Riformista



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