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Alla vigilia dei Giochi Pechino processerà Ni Yulan, l'attivista che negli ultimi dieci anni si è opposta ai trasferimenti forzati di migliaia di abitanti di Pechino e alle demolizioni selvagge delle loro abitazioni, compresa la sua. In carcere dallo scorso aprile, inferma a causa delle torture della polizia, rischia fino a tre anni.

Junko Terao

Mercoledi' 30 Luglio 2008

Tutto è pronto a Pechino per la tanto attesa apertura delle Olimpiadi più discusse degli ultimi anni. Ma nella città tirata a lucido, dove misure speciali sono pronte per dissolvere la nube grigia di smog che incombe sullo stadio a nido d'uccello - la mega costruzione nuova di zecca fiore all'occhiello della capitale – viene a galla l'altra faccia dell'operazione di restyling urbano messa in atto in vista dei Giochi. A guastare la festa a pochi giorni dal suo inizio arriva la notizia che Ni Yulan, l'ex avvocato che ha dedicato buona parte degli ultimi dieci anni a difendere i residenti di Pechino a cui la municipalità ha prima sequestrato e poi demolito la casa, sarà processata il 4 agosto. Una battaglia, la sua, combattuta ad armi impari contro un gigante chiamato Pechino 2008, in nome del quale le autorità hanno imposto a migliaia di abitanti di alcune zone “vecchie” della capitale il sacrificio della propria abitazione in cambio di un risarcimento. Ni, 48 anni, si trova attualmente nel centro di detenzione del distretto di Xicheng, a Pechino. Arrestata il 15 aprile scorso per aver cercato di fermare l'abbattimento di un muro di casa sua, rifiutando il denaro offertole, dal 29 aprile è formalmente accusata di “ostruzione di attività ufficiale”. Da quando, anni fa, cominciò a difendere i cittadini dalle demolizioni selvagge, attirando l'attenzione dei media e rilasciando interviste di denuncia, Ni Yulan ha avuto vita dura. Il primo arresto, quello che lei stessa definisce l'evento nefasto che le ha cambiato per sempre l'esistenza, risale al 27 aprile 2002. Ni stava fotografando la scena di un trasferimento forzato nel quartiere di Xicheng quando un uomo e una donna l'hanno gettata a terra, malmenata e le hanno sequestrato la macchina fotografica. Non si trattava di due ladri, come lei aveva inizialmente immaginato, ma del segretario del partito comunista del distretto e di un membro dello staff dell'ufficio trasferimenti. Portata alla stazione di polizia, Ni è stata torturata, tanto che oggi camminerebbe con le stampelle se in carcere non gliele avessero sequestrate, costringendola a strisciare per muoversi. Pochi mesi dopo, il secondo arresto mentre promuoveva petizioni contro i metodi violenti della polizia. Uscita un anno dopo, Ni ha proseguito la sua battaglia fino all'aprile scorso. Lunedì, alla vigilia dell'apertura dei Giochi, sarà processata e rischia dai due ai tre anni di carcere. La denuncia delle condizioni in cui Ni è detenuta arriva dal marito, Dong Jiqin, convinto che si tratti di un modo per tenere la moglie lontana dai riflettori dei media stranieri che nei prossimi giorni saranno a Pechino a seguire la kermesse sportiva. Un'accusa a cui fanno eco diversi gruppi di attivisti dei diritti umani, come Human rights watch, secondo cui “non c'è dubbio che le Olimpiadi abbiano avuto un impatto negativo sulla situazione dei diritti umani in Cina”. A rincarare la dose di critiche, ieri Amnesty International ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulla questione, lanciando nuove accuse contro Pechino. Secondo l'organizzazione le autorità cinesi hanno tradito lo spirito olimpico, rompendo le promesse fatte sette anni fa, quando ottennero l'assegnazione dei Giochi. “Hanno detto al mondo che le Olimpiadi avrebbero aiutato a portare i diritti umani in Cina – ha dichiarato il direttore della campagna di Amnesty, Tim Hancock –, ma il governo continua a perseguitare chi cerca di promuoverli”. Amnesty chiede “la liberazione di tutti gli attivisti in carcere, piena libertà di informazione e ulteriori progressi verso l'abolizione della pena di morte”.


Uscito anche su il Riformista



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