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Aumenta il numero dei webnauti nella Rpc. E molti riescono ad aggirare la censura utilizzando il www come luogo di dibattito

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Emanuele Giordana

Mercoledi' 30 Luglio 2008

Lunedi scorso era il primo giorno di www.olympic.org, il sito Internet del Comitato Olimpico Internazionale nato per aggiornare gli appassionati su quanto avviene e avverrà a Pechino, sede della sessione di Giochi olimpici forse più seguita della storia, e non solo per motivi sportivi. Ma ieri il Cio, che però si è ben guardato dal darne notizia sul sito in questione, ha anche esposto al comitato cinese che organizza i Giochi le lamentele dei giornalisti per l'applicazione della censura ad Internet e per la bassa velocità della rete nel principale centro stampa della capitale.
I giornalisti lamentano, nonostante le promesse delle autorità cinesi, la mancanza di accesso libero al www nel centro stampa olimpico, così che i cronisti stranieri non riescono ad arrivare alle pagine web di organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani (come Amnesty) o di analisti che criticano la politica del governo cinese o ancora di programmi audio come quelli della tedesca Deutsche Welle o della statunitense Free Asia. Il Cio ha ricordato ai cinesi che ad aprile le autorità avevano promesso che non sarebbe stata applicata nessuna censura ad Internet per gli oltre 20mila giornalisti accreditati, molti dei quali già frequentano i centri stampa preparati dalle autorità cinesi.
Ma se per la stampa estera vi sono altri mezzi per procurarsi le informazioni (una mail dalle redazioni centrali, ad esempio) il vero problema della webcensura riguarda ovviamente i cinesi stessi che, come internauti, cominciano ad essere tanti: oltre 160 milioni, stando alle cifre ufficiali della Rpc, il 70% dei quali ha meno di trent'anni. I siti web cinesi, secondo il China Internet Network Information Center (Cnnic), il centro di web-informazione dello stato attivo dal 1997, sono oltre 1.3oomila. La corsa del web in Cina è cominciata nella metà degli anni Novanta e per scopi dichiaratamente commerciali. Ma presto le autorità scoprivano che Internet aveva anche un lato oscuro: metteva in chiaro le magagne. Nel 2001 il presidente Jiang Zemin se la prendeva con le "perniciose informazioni" divulgate dalla rete e lamentava una legislazione in materia "inadeguata" anche se, dal '95 al 2001, la Rpc aveva già promulgato ben sei regolamenti a riguardo. Secondo il britannico "The Guardian", nel 2005, la Cina disponeva di una netpolice con un attivo di 30mila uomini. Adesso, con un aumento del 50% degli internauti solo nell'ultimo anno, saranno forse aumentati.
Mentre molti ricorderanno gli infortuni di Yahoo e Google con le autorità cinesi, un dossier di Human Right Watch, uno dei siti inaccessibili in Cina, spiega in dettaglio come funziona il cosiddetto "Great Firewall of China", la muraglia telematica che blocca gli accessi e rimanda alla temibile "404 error page". Ma al contempo, HRW cita un'interessante ricerca dell'Accademia cinese delle scienze sociali (Cass) secondo cui almeno il 10% degli internauti utilizza costantemente sistemi che permettono di bypassare la censura (proxy server e altre tecnologie di "aggiramento") mentre il 25% li usa solo occasionalmente. Ma era un'inchiesta del 2000, quando Internet era agli albori nell'uso di massa. Adesso?
Qualche tempo fa l'universo dei blogger, che ha le sue province anche in Cina, ha fatto circolare una serie di domande su come nell'Impero di mezzo si aggira la censura: interessante come spiega il fenomeno "Undersound". A suo dire solo il 5% dei suoi amici e compagni di scuola aggira il "muro". Ma anche perché, spiega, i siti oscurati non sempre stanno nelle preferenze delle giovani generazioni, attratte da giochi e filmati "innocui" diffusi sul web e su cui la censura cinese non mette bocca.
Il fenomeno insomma è ancora giovane ma sembra avere comunque una funzione importante. Lo testimonia il dibattito scatenatosi su blog e website cinesi durante la recente repressione (censurata) in Tibet. Qualcuno, tra le migliaia di messaggi nazionalisti, cominciava a chiedersi se i tibetani non avessero le loro ragioni. Frasi impensabili, soprattutto da leggere, anche solo qualche anno fa.

Questo articolo è uscito anche su il riformista
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