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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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ORGOGLIO AINU 15/07/08

Sono i nativi dell'isola di Hokkaido, la più settentrionale dell'arcipelago giapponese. Inclusi a forza tra i sudditi dell'impero in epoca Meiji, hanno vissuto più di un secolo di discriminazioni. Il mese scorso il parlamento di Tokyo li ha riconosciuti come popolazione indigena col diritto di preservare lingua e cultura di cui, però, rimane ben poco. Ma la voglia di riscatto è forte e chissà che non porti, prima o poi, a sfatare il falso mito dell'omogeneità del popolo del Sol Levante

Junko Terao

Martedi' 15 Luglio 2008
Mina ha occhi grandi, scuri e non troppo allungati. Anche i capelli, neri, non sono dritti come spaghetti ma leggermente mossi. A guardarla bene non sembrerebbe proprio giapponese. Diteglielo, ne sarà orgogliosa. Insieme ad altri sei ragazzi di Tokyo e dintorni, con tratti somatici simili ai suoi, Mina porta il riscatto della diversità nelle discoteche della capitale nipponica, un mix di tradizione e ritmi hip hop per dire ai coetanei con gli occhi a mandorla che «Ainu è bello».
Ainu, che tradotto vuol dire «uomo», per molti in Giappone è sinonimo di stigma, una parola che rievoca soprusi e discriminazione, un mondo e una cultura originari dell’isola più settentrionale dell’arcipelago, l’Hokkaido, di cui ormai non c’è più traccia. Quel che resta del popolo Ainu - i cosidetti «giapponesi bianchi» per via delle loro origini caucasiche, fino agli anni sessanta dell’ottocento gli unici abitanti dell’isola che ancora non faceva parte dell’impero - vive oggi nei musei di Sapporo, capoluogo di Hokkaido, divenuta provincia a tutti gli effetti, e nei vari tentativi di recupero di un’identità che la politica di assimilazione del governo Meiji, nella seconda metà del XIX secolo, ha cancellato quasi completamente.
L’afflato nazionalista e il disegno unificatore del Giappone Meiji hanno distrutto l’habitat, la cultura, le strutture sociali ed economiche di questa popolazione seminomade di cacciatori e pescatori, una vita intimamente intrecciata con la natura, dedita a culti animisti e a riti legati a caccia e pesca come il sacrificio dell’orso, lo Iyomande, ripreso dalla telecamera di Fosco Maraini, che proprio sugli Ainu girò un documentario all’inizio degli anni ‘50. Il processo di assimilazione, con l’imposizione della lingua giapponese, l’abbandono forzato di usi e costumi tradizionali e l’immigrazione in massa di wajin (come gli Ainu chiamano i giapponesi delle altre isole), si sarebbe rivelato irreversibile. Erano solo le prove generali di quello che di lì a pochi decenni il Giappone imperialista avrebbe inflitto alle vicine colonie.
Nell’ Ainu Mosir, «la terra traquilla dove vivono gli uomini», come loro chiamano l’isola di Hokkaido, secondo le stime più recenti gli Ainu sono rimasti in 24mila, e si calcola che in tutto l’arcipelago ce ne siano tra i 50 e i 100mila. Difficile stabilire una cifra esatta, perché molti ancora nascondono le proprie origini come uno stigma, per evitare un atteggiamento discriminatorio ancora molto forte tra i giapponesi.
Con più di un secolo di ritardo, il 6 giugno scorso, il parlamento di Tokyo ha adottato una risoluzione che, per la prima volta nella storia di un paese che nasconde le minoranze sotto una falsa patina di omogeneità, riconosce gli Ainu come popolazione indigena del Giappone - un’etnia distinta dalla maggioranza, con una lingua, una cultura e una religione proprie - e chiede al governo di adoperarsi per salvaguardarne la sopravvivenza e mettere fine a centoquarant’anni di politiche deleterie e fortemente discriminatorie. Un’impresa tutt’altro che facile.

Il falso mito dell’omogeneità

Era il 1986 quando l’allora primo ministro Yasuhiro Nakasone definì il Giappone «una nazione omogenea», dove non esisteva discriminazione semplicemente perché non esistevano minoranze. La frase fece il giro del mondo e destò non poche proteste da parte delle comunità ainu, okinawana, cinese e coreana, presenti in Giappone da secoli – nel caso dei primi due – o discendenti dei coreani e dei cinesi tradotti con la forza nell’arcipelago durante il periodo coloniale, negli anni ’20 e ’30 del ‘900. In realtà quella che Nakasone aveva espresso pubblicamente era un’idea molto diffusa tra i giapponesi.
Il mito dell’omogeneità - una razza, una lingua, una cultura – è un’invenzione degli oligarchi Meiji di fine ‘800 per creare a tavolino un’identità nazionale fino ad allora inesistente tra una popolazione di fatto eterogenea in un paese diviso in provincie scarsamente in contatto tra di loro, e gettare così le basi per il moderno stato-nazione che avrebbe rapidamente conquistato la scena mondiale.
«Modernizzazione» era la parola d’ordine che implicava, tra le altre cose, nuove idee di civiltà e progresso rispetto a cui popolazioni come gli Ainu e gli Okinawani, legati a forme di vita tradizionali quindi «retrograde», rappresentavano «l’altro», il selvaggio da educare per poi includerlo nel calderone dell’«armonia» livellatrice. Alla base della nuova idea di unità nazionale il concetto di kazoku kokka, stato-famiglia, con al centro la figura paterna e semidivina dell’imperatore, e come supporto scientifico il darwinismo sociale di importazione occidentale. Un sistema che non ammetteva ombre tra i sudditi dell’impero in espansione, che man mano si allargava fagocitava tutto e tutti.
A colpi di propaganda condotta attraverso ogni mezzo a disposizione e a tutti i livelli, l’idea dell’esistenza di un’etnia unica, con antenati, storia e tradizione comuni, è entrata a far parte del senso comune sia in Giappone che fuori dai confini nazionali, tanto che oggi, anche in Occidente, si guarda a quello giapponese come a un popolo omogeneo e armonioso. Ainu, Okinawani, burakumin (i fuoricasta, secondo la concezione confuciana della società), cinesi e coreani e, più tardi anche gli hibakusha, i sopravvissuti all’atomica: tutti «diversi» rimasti nell’ombra, di cui in genere si preferisce non parlare.

Giappone razzista e orgoglio indigeno

Nel 2005, dopo aver girato l’arcipelago incontrando rappresentanti delle varie minoranze ed esponenti istituzionali, lo Special rapporteur delle Nazioni unite per il razzismo e la discriminazione razziale, Doudou Diene, stilò un rapporto in cui definiva il Giappone «profondamente razzista e xenofobo», accusando il governo di Tokyo di negligenza rispetto a una realtà grave e preoccupante. In Giappone, per esempio, non esiste una legge anti-discriminazione e la recente risoluzione sul riconoscimento degli Ainu, adottata dal Parlamento con voto bipartisan, è frutto di diverse pressioni, non da ultimo il fatto che di lì a poco il mondo intero avrebbe puntato gli occhi sull’antica terra degli Ainu per il vertice G8.
Lo scorso settembre, poi, Tokyo era stata tra i firmatari della Dichiarazione Onu dei diritti dei popoli indigeni. Una decisione apprezzabile, dettata però più dalla strategia del governo, che punta al seggio permenente al consiglio di sicurezza dell’Onu, che da una reale svolta nell’atteggiamento verso le minoranze. La comunità Ainu, che per generazioni ha scelto di nascondere la propria identità spesso diluendola con sangue giapponese attraverso i matrimoni misti, sta riscoprendo l’orgoglio delle proprie radici. Gli Ainu Rebels, il gruppo messo insieme da Mina, è solo una delle possibili declinazioni del riscatto degli Ainu. Pochi giorni prima del G8, in Hokkaido, c’è stato infatti un altro vertice, meno visibile ma molto più significativo.
Si è svolto in sordina, senza fronzoli ma con grande partecipazione, mentre a poche centinaia di chilometri fervevano i preparativi per il vertice dei grandi otto. Il summit internazionale delle popolazioni indigene ha richiamato nell’isola di Hokkaido centinaia di rappresentanti arrivati da tutto il mondo per discutere di diritti umani delle minoranze, sì, ma anche e soprattutto per proporre una «via indigena» alla sostenibilità.
Sul tavolo del dibattito, i cambiamenti climatici, l’emergenza alimentare, la crisi energetica, la povertà: tutte questioni al centro dell’agenda del G8 che si sarebbe aperto di lì a pochi giorni e che in molti casi si intrecciano coi diritti calpestati di chi vive nelle «riserve indiane» dei cinque continenti. Un esempio su tutti, l’espansione delle coltivazioni destinate a produrre agrocarburanti, sbandierati da Stati uniti e Unione europea come la migliore alternativa ai derivati del petrolio, che per molti gruppi indigeni si traduce nell’abbandono forzato delle proprie terre o, per chi vive nelle foreste, nella distruzione del proprio habitat.
E’ la prima volta che questo vertice – che richiama ogni anno rappresentati dall’America latina, dagli Stati uniti, da Australia e Nuova Zalanda, da vari paesi asiatici e dal nord Europa - si svolge alla vigilia del G8 per affrontare temi globali e presentare ai leader mondiali delle soluzioni «alternative». Quest’anno i padroni di casa - ma dopotutto il termine è il meno appropriato - sono stati gli Ainu.



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