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SOGNO E LIBERTA' L'OTELLO RISORTO DI VENTRIGLIA 30/06/08

Torna l'artista foggiano con una nuova lettura shakespiriana, un inno alla fragilità dell'assoluto che sulla scena prende la forma di un lancinante blues. Più che uno spettacolo, un'epifania poetica

Attilio Scarpellini

Lunedi' 30 Giugno 2008
Arrotola le mani, Gaetano Ventriglia, e se le applica a mo’ di binocolo sugli occhi incavati per scrutare un orizzonte vuoto, perché il mare a Cipro “è sempre una merda” e dei Turchi che il Moro è venuto a combattere non si vede l’ombra: le onde li hanno inghiottiti assieme a tutto il resto. Scruta la sala e il pubblico ride: è per la maschera patetica che fin dall’inizio si è installata sulla scena di Otello alzati e cammina, il suo ultimo assolo shakespiriano. È l’effetto prolungato di quel colpo di scena inaugurale che lo ha visto, derelitto e asimmetrico, immobile e proteso, fissare il pubblico con un piatto di ricotta in mano, lasciando passare una manciata di minuti prima di ordinare “buio!” e poi di nuovo “luce!” (E… “una musica consona a me”). Ma è anche una specie di euforia dovuta al fatto che, per una volta, come direbbe Claudio Morganti, il “teatro accade” e la sua verità non si manifesta più dentro le cose, nella presunzione di un evento, ma dopo di esse, nel limbo che separa e unisce due mondi, dove ogni personaggio entra e esce, va e viene, seguendo il riflusso di un sogno che di voce in voce confonde la necessità in cui è iscritto – il senso del dramma – con la libertà che improvvisamente lo vaporizza per reincarnarlo più vicino a noi, davanti all’invisibile striscia di mare su cui ci ritroviamo affacciati. Questo sarebbe un altro Otello, se Shakespeare avesse letto Dostoveskji e tra le maglie di una caduta perfettamente orchestrata nel mimetismo della passione non si insinuasse il folle contrappunto di un’impossibile risalita nell’amore: se Gaetano Ventriglia non si facesse apertamente beffa del potere del linguaggio e gestendo il suo Iago come una musica luciferina, virtuosa ma incantata nel suo vuoto, non lo portasse ad autodistruggere la sua litote e con essa, tutto il suo gesticolante talento da spin doctor. L’azzeratore, invece, non può che azzerare se stesso: il letterale diabolos – “parola contraria”, controvoce – è il nome imprigionato in un destino che lo condanna a non essere nessuno, l’ombra di un altro senza il quale il suo potere parassitario perde ogni appiglio. Nel concerto di Otello alzati e cammina, Iago è la nota cool, modulata sul registro di una petulanza postmodernistica tanto loquace quanto, alla lunga, insignificante. Ma alla velocità della sua retorica rispondono il pianissimo della persuasione sconfitta di Desdemona e la sognante imperturbabilità del Moro che, fisso davanti al suo mare, continua a ritenere “onesto” il tentatore - perché, come direbbe Kafka, il male conosce il bene, ma il bene non conosce il male. Ventriglia ribalta il principale cliché di molte rivisitazioni contemporanee, che non è solo la centralità di Iago nell’Otello ma l’impossibilità di mettere in scena la purezza usando le armi dello shakespiriano “teatro del mondo”. Il risultato è il sorprendente paradosso di un Otello postumo che è un inno – per la precisione un blues – alla fragilità dell’assoluto dove anche l’ironia dell’inglese che inciampa spernacchiando sul dente guasto del dialetto o la battuta argutamente fuori luogo non fanno altro che sfrondare la rosa della rappresentazione per arrivare al nocciolo di un’epifania poetica che la rivela e insieme la spinge oltre la sua necessità. Con Shakespeare o senza di lui, solo sulla spiaggia di Cipro, chino sul fazzoletto di un vu’ cumprà che vende accendini e cd (tra i quali il Ramazzotti che congelava l’aria di Kitémmurt), stagliato dalle luci come sempre struggenti di Thomas Romeo, Ventriglia si stacca dal Moro che insegue il fantasma di Brabanzio ed entra nella solitudine di una negritudine universale: è se stesso e l’altro, in una delle più esemplari e commoventi confessioni di un teatro, il suo, per il quale la scena è un ampliamento dell’identità e una dislocazione poetica della realtà (di tutte le realtà, testo compreso). Nessuno è mai stato così negro, nessuno è mai stato così solo, come il guerriero senza spada che rifiutandosi al proprio racconto - “d’ora in poi non vi dirò nient’altro” – cerca di ingannare il destino spalancando davanti ad esso lo spazio di un’imprevista alterità, una chance che per definizione non è mai data. Trasgredendo senza alterarne il senso le leggi ferree della necessità tragica, Ventriglia sposta l’epilogo di Otello appena un passo oltre la sua scontatezza: nessuna mano angelica ferma il sacrificio di Desdemona, ma le luci pulsanti di un’astronave attendono i due amanti per portarli – come dice la canzone di Johnny Cash che sigilla lo spettacolo – further on up the road, più lontani nel corso della strada. Qui e altrove, Otello e Desdemona si dileguano in uno scarto messianico che ad onta della sua enormità resta invisibile – e ironicamente incredibile – rispetto al mondo. Falso nella storia, vero nella poesia. Ma l’irrealismo della poesia, come quello dell’amore, è l’unico retaggio di chi, come il Moro di Venezia, ha perduto tutto.

Otello alzati e cammina di Gaetano Ventriglia è di scena stasera al teatro Francesco di Bartolo di Buti (Pisa) e l'11 luglio al Festival Armunia di Castiglioncello. Questa recensione è apparsa anche sulla rivista on-line www.differenza.org



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