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Dopo le manifestazioni contro la carne americana scndono in piazza i trasportatori contro il caro-carburante, gli edili per un aumento dei salari e contro la riforma delle pensioni, i comuni cittadini contro le privatizzazioni. Un mare di proteste con un unico bersaglio: il presidente Lee.

Junko Terao

Martedi' 17 Giugno 2008

L’ondata di scioperi e proteste in Corea del sud, iniziata un mese fa contro la ripresa delle importazioni di carne americana, prosegue e si allarga minacciando di mandare in tilt il paese con gravi conseguenza per l’economia. Dopo che il 10 giugno 700mila persone hanno invaso le strade di Seoul costringendo il governo ad offrire le proprie dimissioni in blocco e a rinegoziare l’accordo commerciale con gli Usa, venerdì è cominciato lo sciopero di 14mila autotrasporatori del sindacato Korea Cargo Workers Union che hanno spento i motori e sono scesi in piazza per protestare contro il caro-carburante e per chiedre un aumento dei sussidi. A loro si sono aggiunti anche quelli non iscritti al sindacato, che hanno ingrossato le file della protesta facendo crollare del 20% le operazioni di tarsporto nel settore industriale, la cui produzione rischia di subire un rallentamento per mancanza di materie prime da lavorare. I porti sono invasi dai cargo e i container impilati hanno raggiunto il numero massimo di portata dei moli. Le compagnie commerciali e i responsabili dei porti principali, come quello di Busan - il più grande del paese che gestisce tre quarti del trasporto marittimo sudcoreano - hanno criticato il governo per non aver messo in atto valide contromisure d’emergenza. La decisione di mettere a disposizione mezzi di militari e di intensificare il trasporto su rotaia non è infatti servito a molto, se non ad aumentare la rabbia degli autotrasoprtatori. Lo sciopero rischia di superare la portata di quello del 2003, durato due settimane, che costò allo stato quasi 540 milioni di dollari. Secondo i dati del ministero dell’economia, quattro giorni di stop dei trasportatori hanno finora vanificato 2 miliardi e 300 milioni di importazioni e quasi 2miliardi e mezzo di dollari di esportazioni. La Hyundai motor, la principale azienda automobilistica coreana, ha fatto sapere che le spedizioni via cargo sono calate del 24 percento e che la consegna delle auto sul territorio è stata interrotta. Ieri dei rappresentanti del sindacato hanno incontrato alcuni esponenti del Grand national party, il partito al governo, ma le trattative sembrano in alto mare. Nel frattempo anche i lavoratori edili hanno incrociato le braccia e lasciato i cantieri vuoti per chiedere l’abbassamento del prezzo del carburante e l’aumento dei salari. Il caro-petrolio, le privatizzazioni - dall’assicurazione sanitaria alle tv di stato – la riforma delle pensioni, la costruzione di un canale che attraversa il paese: i motivi del malcontento dei cittadini e dei lavoratori attraversano trasversalmente tutti i settori per dire, alla fine, una cosa sola: il presidente Lee Myung-bak, che con una serie di misure impopolari è riuscito a far crollare il suo consenso in tempi record, sta sbagliando tutto. Ieri i 600mila membri della confederazione coreana dei sindacati dei commercianti hanno votato per un eventuale sciopero contro i piani di privatizzazione e la riforma delle pensioni programmata da Lee. I risultati saranno resi noti oggi e, in caso si decida a favore dello sciopero, i lavoratori della Hyundai hanno fatto sapere che si uniranno anche loro. Il «consiglio popolare per le contromisure contro la sindrome della mucca pazza», la coalizione di 1700 gruppi civici che hanno organizzato il movimento contro le politiche di Lee, stanno pensando di cambiare nome. La questione della carne americana, infatti, è solo l’ennesimo motivo di malcontento. Intanto, a Washington, i colloqui tra gli inviati del governo di Seoul, volati lì martedì scorso per cercare di trovare un nuovo accordo sulle importazioni di carne, sembrano avanzare a rilento. Ieri il ministro del commercio Kim Jong-hoon stava addirittura per ripartire a mani vuote perchè, dopo due giorni di trattative con la collega Susan Schwab, si era arrivati ad un’impasse. I due non erano riusciti a trovare un accordo in particolare sulla richiesta coreana di escludere dalle importazioni di capi sopra i trenta mesi. Domenica, in extremis, la Schwab ha richiamato il ministro sudcoreano per ulteriori colloqui. E’ probabile che alla fine un accordo lo troveranno. Se basterà a calmare le proteste è da vedere.

Uscito anche su il manifesto



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