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Per gentile concessione del curatore e dell'editore dell'edizione 2007 di Nomos and Khaos 2007 pubblichiamo il contributo* di

Emanuele Giordana

Venerdi' 13 Giugno 2008

Una telefonata con due notizie


Il 6 dicembre del 2007, il neo premier australiano Kevin Rudd si intrattiene telefonicamente con il suo omologo cinese Wen Jiabao. Sono i giorni in cui ha preso
il via il summit sul Clima della Nazioni Unite (United Nations Climate Change
Conference – Bali, 3-14 dicembre 2007) ospitato a Bali dall’Indonesia e uno dei
grossi nodi nell’agenda di un vertice a lungo preparato è, oltre alla discussione
di un nuovo protocollo d’intesa sulle emissioni, il ruolo dei grandi consumatori
d’energia e dei grandi produttori d’inquinamento: gli Stati Uniti, che non hanno
mai ratificato il Trattato di Kyoto, e la stessa Australia, che lo ha invece sottoscritto a poche ore dall’ingresso di Kevin Rudd e dei suoi ministri nelle stanze occupate,sino a fine novembre 2007, dal governo conservatore di John Howard.
Ma oltre ai paesi sviluppati, un termine che appare ormai sempre meno sensato
considerata la fortissima espansione di realtà sino a ieri ritenute in “via di sviluppo”, c’è anche la questione di Cina e India, economie ormai non più emergenti,
ma emerse con forza dirompente nello scenario internazionale. La vecchia politica
di John Howard sosteneva che non era possibile siglare alcun patto climatico che
escludesse americani, cinesi e indiani. Un modo per negare la firma e la ratifica
del trattato e una scelta che allineava Canberra, come su altri dossier di politica
internazionale, alle scelte dell’amministrazione Bush.
Rudd rimescola le carte e dopo aver sottoscritto il trattato, come primo atto formale di un governo appena nato, si mette in contatto con Wen Jiabao per assicurargli che l’Australia non solo farà della battaglia ambientale uno dei suoi punti qualificati di programma, ma che Canberra intende proporsi come “ponte” tra
Pechino e il mondo sviluppato. I risultati si sono poi visti alla conferenza di Bali
dove il negoziato sul futuro delle emissioni, cui non è stata estranea l’Australia, ha portato allo stesso tavolo anche Cina e India.
Se questa è una notizia, la telefonata ne contiene in realtà un’altra, solo apparentementesecondaria. Nella lunga conversazione telefonica, durata circa venti
minuti, Rudd parla correntemente in mandarino. Non è la prima volta. Nell’incontro
tra leader dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) che si è svolto
a Sidney nel settembre 2007, Rudd si è già preparato un effetto teatrale: partecipa
infatti, come capo dell’opposizione, all’incontro tra il premier John Howard e il
presidente cinese Hu Jintao. Dopo una breve prolusione di saluto in inglese, cominciaa parlare in mandarino. Poco dopo si apparta con Hu per una mezz’ora,
senza bisogno dell’interprete. Né deve nascondere che sua figlia Jessica si è da
poco sposata con un australiano di origine cinese, simbolo non solo della simpatia
verso i cinesi ma di un’Australia multietnica – in anni in cui sono apparsi con forzafenomeni preoccupanti di xenofobia1.
Crediamo quindi che quest’attenzione per l’Asia non solo venga da lontano – e
sia quindi trasversale, benché con toni e modi diversi, a laburisti e conservatori –
ma che non sia semplicemente dovuta alla collocazione geografica dell’Australia.
La geografia del resto è una materia flessibile e con diverse declinazioni, come
abbiamo imparato dalla proiezione elaborata nel 1973 dallo storico tedesco Arno
Peters2. Una questione di punti di osservazione.

L’Australia è a Oriente o a Occidente?

La geografia classica non ha difficoltà a porre l’Australia nell’Oceania, il quinto
continente che si allarga nell’Oceano Pacifico in un mondo vastamente insulare
e ricoperto per gran parte dal mare. Nell’Oceania propriamente detta, l’Australia
gioca il ruolo di sorella maggiore, il che non le riesce difficile per dimensioni e
risorse. E se anche deve sopportare la presenza di francesi, americani o cileni, non
le è difficile farsi considerare come lo stato guida, sia che si tratti di operazioni di peacekeeping – la cui attività si è spostata anche nella vicina Timor Est – o più semplicemente di potenza regionale largamente riconosciuta.
Ma se ovviamente le ambizioni geopolitiche di Canberra guardano ben oltre i
confini della linea di Wallace3 o della frontiera immaginaria che la separa dall’Asia o dalle Americhe, gli australiani sanno di rappresentare per gli occidentali, in particolare per gli Stati Uniti e, seppur in misura minore, per la Gran Bretagna e l’Europa, l’alleato più affidabile sul quale puntare le proprie politiche asiatiche.
Nondimeno, l’Australia è sempre più un paese “asiatico” e non solo per le vicende
di Timor Est. Lì ha impegnato un contingente sotto l’egida dell’ONU dopo il
referendum del 1999 e, più recentemente, ha sostenuto l’invio di soldati per sedare
la crisi scatenatasi nella piccola ex colonia portoghese (annessa all’Indonesia negli anni Settanta) che ha fatto sprofondare nel 2007 il paese nell’incubo di una nuova guerra civile.
Inoltre Canberra ha percepito per tempo l’avanzata della Cina e dell’India come
attori di sempre maggior peso, economico e politico, non soltanto in Asia. Da questo
punto di vista, e forse proprio per superare la percezione di un corpo “occidentale”
estraneo al mondo asiatico, l’Australia ha cominciato da tempo una sorta di lunga
marcia asiatica che, nello spazio degli ultimi anni, le ha fatto guadagnare un nuovo
status nel consesso delle nuove architetture regionali del continente. Con i laburistidi Kevin Rudd, si segnala di voler proseguire e andare oltre con questa strategia.
L’Australia è dunque un paese occidentale o un paese asiatico? O, più semplicemente,
è il pilastro ineludibile di nuove relazioni tra Occidente e Oriente? Sente
di appartenere a un modello di valori prettamente occidentali, o si considera un
ponte possibile tra due mondi? La nostra sensazione è che gli australiani si stiano
muovendo in quest’ultima direzione e che abbiano saputo far fronte a una serie
di difficoltà – insite nella propria cultura come nei pregiudizi del mondo asiatico
– conquistando uno spazio negoziale che può diventare importante per tutto
l’Occidente.
La svolta di Kevin Rudd, come dicevamo, sembra andare ancor più in questa
direzione: abbracciare l’Asia senza allentare i legami tradizionali con gli Stati Uniti e il Vecchio Continente, ma acquistando una sempre maggior autonomia dai suoi
storici padrini, che le consenta di superare le remore che in Asia permangono nei
confronti di quella che viene percepita ancora come una “quinta colonna” occidentale, o meglio statunitense, nel cuore di un continente sempre più dominato
dalla Cina, dall’India e da nuove geometrie regionali. Architetture che stanno rafforzando alcune medie potenze dell’area e nelle quali anche il Giappone, tradizionale alleato occidentale, sta cercando nuove forme di dialogo nei nuovi equilibriche si vanno disegnando in Asia.

La politica dei conservatori

Si farebbe un torto ai conservatori se la “lunga marcia” verso l’Asia si riducesse
a una telefonata in mandarino tra Kevin Rudd e Wen Jiabao. La marcia di avvicinamento data da lontano anche se, per diversi anni, si è ridotta soprattutto a un rapporto (prima ottimo, poi conflittuale) con l’Indonesia, il paese più importante dell’area asiatica immediatamente vicino all’Australia.
Sui rapporti tra Indonesia e Australia si è scritto molto4 e, com’è noto, la relazione tra i due paesi si è progressivamente deteriorata a partire dall’indipendenza di Timor Est dopo anni in cui Canberra si era rifiutata di condannare l’invasione indonesiana del ’75 e si configurava dunque come un alleato chiave per le strategie del presidente Haji Mohammad Suharto5.
Con la secessione referendaria di Timor Est però, col suo drammatico seguito di
stragi, le cose sono cambiate radicalmente. Da amica dell’Indonesia, Canberra diventa nemica. Solo nel 2004 il governo Howard ha ricominciato a tessere la tela deirapporti tra i due paesi e nel 2006 si è arrivati alla firma di un patto bilaterale sulla sicurezza che rimpiazzava un accordo del 1995, ripudiato da Giacarta durante la crisi di Timor Est.
Lo sforzo vero di Canberra, durante la lunga permanenza dei conservatori al governo
(11 anni), si è verificato soprattutto in due direzioni: la Cina, e i paesi del
Sud-Est asiatico, in vista dell’ingresso dell’Australia nell’EAS (East Asian Summit)6.
Anche per questo era importante riprendere i rapporti con Giacarta.
Con la scelta di sottoscrivere il Trattato di Amicizia e Cooperazione (Treaty of
Amity and Cooperation – TAC) dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations),
Canberra entrava di diritto nella fase costitutiva dell’East Asian Summit,
prologo della creazione di una comunità degli stati asiatici che al momento comprende, oltre ai dieci membri dell’ASEAN7, Giappone, Cina, Corea del Sud, India,
Nuova Zelanda e, appunto, Australia. La scelta non è stata indolore, ma Canberra
aveva capito che l’autoesclusione degli Stati Uniti da un possibile ingresso nell’EAS(anche se niente affatto scontato), era dovuta innanzi tutto proprio al rifiuto americano di sottoscrivere, come precondizione, il Trattato ASEAN del 1976.
In realtà per Canberra proprio la firma dell’ASEAN Treaty finiva a controbilanciare
l’appartenenza dell’Australia all’ANZUS8, percepito come l’anello di una coalizione
occidentale alle porte dell’Asia. Entrando nell’EAS, Canberra completava
una lunga fase di costruzione della fiducia reciproca destinata ad aprirle sempre
più porte in Asia.
Proprio l’ANZUS restava uno dei nodi sensibili nel rapporto tra Pechino e Canberra
a proposito della questione di Taiwan. Secondo un’interpretazione rigida del
trattato, l’accordo significava automaticamente la garanzia del supporto militare
australiano a qualsiasi crisi coinvolgesse Taiwan, Cina e Stati Uniti.
Ma nel 2004, il ministro degli Esteri Alexander Downer, durante una vista a Pechino,
spiegava esattamente l’opposto. La marcia di avvicinamento era già cominciata
in forma ufficiale l’anno prima con il discorso letto da Hu Jintao al Parlamento
australiano, il primo tenuto in quella sede da un leader asiatico. Andrew Symon,
in una lunga analisi dei recenti rapporti tra Canberra e Pechino, ricorda, tra l’altro, l’aumento delle esportazioni australiane verso la Cina (minerali, energia, prodotti agricoli), contro una crescita degli investimenti di Pechino in Australia, nonché l’aumento dell’immigrazione cinese, del numero di turisti e di studenti nelle università australiane, in quello che definisce un rafforzamento senza precedenti dei legamieconomici dell’Australia con la Cina9.
Nondimeno, soprattutto in base alle scelte di politica estera del governo Howard
(ma anche per una serie di provvedimenti anti terrorismo e di limitazione sull’immigrazione che hanno fatto irrigidire i paesi musulmani della regione), molti dubbi sull’Australia paladino dell’Occidente non sono stati fugati da Canberra, nonostante la luna di miele con i cinesi e gli altri paesi dell’Asia Sudorientale. Due aspetti in particolare: l’appoggio incondizionato all’amministrazione Bush, segnatamente sulla guerra in Iraq; e l’invio di truppe a Timor Est su invito del presidente Xanana Gusmao. L’intervento di Canberra (che aveva col governo di Mari Alkatiri un contenzioso aperto sul Timor gap10, la zona petrolifera contesa nel braccio di mare tra i due paesi) ha aumentato la percezione di una politica militare aggressiva (seppur limitata a Timor Est), in parte rivendicata pubblicamente da Howard in più di un discorso ufficiale.

La svolta dei laburisti

Se non si può dunque parlare di una vera svolta nel nuovo corso asiatico della
politica estera australiana dei laburisti, vero è che Kevin Rudd sembra puntare
molte carte su una sempre più forte partnership con la Cina. La vittoria elettorale
(annunciata, ma rivelatasi ancora più forte del previsto) lo mette nelle condizioni
di scegliere le carte da giocare e soprattutto di mantenere rapidamente le promesse.
Vediamo quali.
Prima di tutto i numeri. A fronte dei risultati delle elezioni del 24 novembre,
Rudd può governare con 81 seggi assegnati dal voto ai laburisti su 150 contro i
53 dei conservatori (dati di conteggio su 94,76% dei voti al 18 dicembre 2007). I
laburisti potevano contare, nella passata legislatura, su 60 scranni e i conservatori su 74. Per questi ultimi, la tornata elettorale è stata una vera disfatta e lo stesso Howard ha perso il seggio nella periferia di Sidney che deteneva da 33 anni (a vantaggio dell’ex giornalista televisivo Maxine McKew).
Il 26 novembre Rudd già indicava le priorità dei primi cento giorni di mandato,
priorità che avevano del resto marcato la campagna elettorale laburista: in politica
interna, la correzione della deregulation del mercato del lavoro introdotta da Howard e una nuova impostazione delle politiche sanitarie e nel campo dell’educazione.
Inoltre Rudd si dovrà occupare di un nuovo patto di tolleranza dopo i gravi
episodi di xenofobia registrati negli ultimi anni, cioè la famosa guerra di Cronulla
Beach del dicembre 2005 dove si sono scontrati aussie (autoctoni), leb (libanesi),
wog (arabi) e “mediterranei”11. È senz’altro in politica estera che i laburisti lanciano un segnale importante che varca immediatamente i confini di casa. Appena
Rudd ha formato la squadra, in cui annovera quattro ministri donna tra cui la vice
premier Julia Gillard (tra gli altri, le questioni economiche a Wayne Swan e il portafoglio degli Esteri a Stephen Smith, già consigliere dell’ex premier Paul Keating), detta il primo passo formale: la firma in calce al protocollo di Kyoto.
Il passo ufficiale avviene, come abbiamo ricordato, a Bali mentre si avviava la
conferenza sui cambiamenti climatici cui Rudd dedica un ministero che, tra l’altro,
mette nella mani di una giovane donna di 39 anni – Penny Wong – che è al
contempo il primo ministro australiano nato in Asia (in Malaysia, da cui arrivò
con la famiglia nel 1977). Mentre Wong e Rudd partecipano distinguendosi a Bali,
il neopremier affida la buona novella a Howard Bamsey, alto un funzionario del
Department for the Environment and Water Resources che la annuncia al summit
indonesiano. Dicono le cronache che quando il compassato Bamsey ha iniziato a
parlare, moltissimi delegati si sono alzati in piedi ad applaudire, impedendogli di
continuare il discorso per almeno un minuto.
Rudd ha anche promesso di ritirare i soldati dall’Iraq. Non sono tanti i militari
australiani in territorio iracheno (500 su un totale di circa 2.000 che stazionano
nell’area del Golfo, soprattutto delle forze navali) ma lo stacco è netto, perché
indica soprattutto una presa di distanza dalla politica acritica (e inizialmente assai entusiasta) di Howard sulla guerra in Medio Oriente. Gli americani hanno fatto
buon viso a cattivo gioco, spiegando che si tratta di un ridispiegamento delle truppe australiane. È probabile che gli australiani accentueranno l’aspetto del ritiro ma senza tirare troppo la corda e garantendo comunque alcuni servizi di supporto (logistica nelle aree che circondano il paese), senza contare la truppa che sarà lasciata a guardia dell’ambasciata a Baghdad.
Canberra ha invece sottolineato la necessità di continuare a garantire l’appoggio
australiano alla guerra in Afghanistan contro i talebani. Agli inizi di dicembre
2007, Peter Varghese, un australiano di origine indiana che è a capo dell’Office of
National Assessments (ONA), l’ufficio d’intelligence che risponde direttamente al
primo ministro, ha detto in uno dei suoi rari discorsi pubblici che l’impegno durerà
almeno altri dieci anni.
È evidente che la scelta del ritiro dall’Iraq, così come la proposta di farsi ponte tra i grandi consumatori di energia dell’Asia e i paesi sviluppati sui temi ambientali, ridisegnano la posizione dell’Australia nel consesso internazionale (non dunque solo asiatico) e la rendono sempre più accettabile nel club dei paesi dell’Asia, pochi dei quali (come Giappone, Corea, Tailandia o Filippine) hanno accolto con entusiasmo l’avventura irachena dell’amministrazione americana.

Le relazioni con la Cina


Se un’Australia comunque meno dipendente da Washington (in realtà i rapporti
con gli Stati Uniti rimangono ovviamente molto stretti e strategici), la rende
più digeribile per alcuni palati dell’Asia, quanto l’Asia è appetita dagli australiani?
Quanto è condivisa la scelta di collocare l’Australia nel novero dei paesi asiatici,
attraverso i passi che abbiamo visto e che, come abbiamo già sottolineato, riguardano soprattutto la Cina e i paesi dell’Asia di Sud-Est?
Per darne conto prendiamo a prestito le tesi di John Lee, visiting fellow al Centre
for Indipendent Studies, un think tank legato ai conservatori per i quali ha pubblicato recentemente Will China Fall?12, un saggio che si interroga sul possibile
eccesso di “eccitamento e ottimismo” che circonda la crescita cinese.
Esperto di politiche della sicurezza in Asia, Lee mette in guardia su un’acritica
cecità nei confronti di Pechino che rischia di essere fuorviante; critica il concetto di una successful dictatorship dove in realtà, argomenta, le riforme languono e il regime ha come principale obiettivo la sua stessa sopravvivenza, a dispetto delle esigenze della maggioranza dei cinesi.
Sull’orlo di un possibile disastro politico ed economico dagli esiti incerti i cinesi potrebbero dunque dimostrarsi, anziché gli araldi di una nuova era di progresso e prosperità, dei pericolosi vicini anche sul piano della sicurezza. A Lee non convince che la Cina sia vista come un paese che sta crescendo pacificamente ma pensa invece che il suo esasperato nazionalismo potrebbe portarla a una politica aggressiva e destabilizzante per l’intera area.
Egli, come molti altri osservatori, ammette che gli australiani, “like it or not”,
devono la loro prosperità alla Cina, anzi al Partito Comunista cinese che ne ha
guidato l’espansione economica, ma si domanda se ci sia da fidarsi. Anche perché,
l’autorità del regime stesso è in crisi e si sta alienando il favore popolare con politiche di sviluppo che hanno penalizzato soprattutto le campagne e quei 900 milioni di cinesi che non fanno parte di una classe media che invece si conta in termini di 100-150 milioni di abitanti.
Se Lee rappresenta i timori di un abbraccio mortale con la Cina e rientra a
pieno titolo nei teorici del containment (contrapposti, come in America, a quelli
dell’engagement)13, di tutt’altro segno sono le analisi dei think tank legati ai laburisti, come l’Evatt Foundation che, nell’agosto 2007, ha ospitato un lungo intervento di Paul Keating14. Keating è talmente convinto del contrario che riferisce di una conversazione con l’allora ministro delle Finanze giapponese (in seguito primo ministro) Kiichi Miyazawa in cui, alla domanda se credeva che i cinesi potessero attaccare Canberra, Keating aveva risposto “no” e Miyazawa se ne era stupito.
Da quell’aneddoto Keating ricavava che le relazioni tra Cina e Giappone continuavano
ad essere al lumicino, viziate da una reciproca ignoranza, risentimenti e
sospetti che derivano dalla storia imperiale del Sol Levante e dalle tragedie della
seconda guerra mondiale. Keating, che abbiamo qui preso a esempio dei favorevoli
a un rapporto stretto con la Cina, rileva nei rapporti tesi tra Cina e Giappone
uno dei grandi pericoli della stabilità in Asia e poi nota come ciò sia dipeso dalla
scarsissima propensione dei rispettivi vertici politici ad incontrarsi. L’episodio del colloquio con Miyazawa di diversi anni fa gli ha dato la possibilità di ricordare una serie di vittorie politiche dell’Australia proprio nella politica di avvicinamento tra paesi con sensibilità diverse per, dice, disinnescare i rischi che si annidano nell’Asia Nordorientale, particolarmente nel triangolo che passa tra Tokyo, Pechino e le Coree.
Nel ricordare alla sua platea le vittorie dell’Australia (un modo anche per attaccare in campagna elettorale la politica dei conservatori impersonata da Howard), Keating citava alcuni passi a suo dire significativi. Uno di questi fu la convocazione, agli inizi degli anni Novanta, del primo APEC Leader Meeting nel quale paesi molto diversi si incontravano a livello di capi di stato. Keating, che ne fu l’ideatore e l’artefice, riteneva importante che i presidenti di Stati Uniti, Cina e Giappone, ma anche di paesi dell’ASEAN come l’Indonesia (per i giapponesi, dice, l’ASEAN non è altro che l’Indonesia più altri stati), s’incontrassero in un dialogo aperto tra pari.
Ben oltre dunque, argomenta Keating, il lavoro negoziale degli sherpa e dei ministri
degli Esteri che, aggiunge non a torto, sono bravi a preparare i dossier, ma
alla fine non hanno il potere esecutivo dei capi di stato e di governo. In questo
modo il Meeting dei Leader dell’APEC consentiva di andare oltre l’APEC stesso,
un’istituzione soprattutto economica che raccoglie 21 paesi, 2,6 miliardi di persone
e circa il 56% e il 46% rispettivamente del PIL e del commercio mondiale. Creato
nel 198915 su proposta australiana durante il premierato del laburista Bob Hawke
(1983-1991), l’Asia-Pacific Economic Cooperation aveva bisogno, in buona sostan
za, di altre gambe per far camminare meglio il processo di costruzione di fiducia
reciproca. Se l’idea aveva il senso di riportare l’America a un miglior rapporto con
l’Asia (cosa di cui Bush padre e Clinton si convinsero), garantendo così spalle più
larghe anche all’Australia, sia i laburisti che i conservatori compresero comunque
che c’era bisogno d’altro ancora.
Nacque così l’Asean Regional Forum, cui fecero seguito architetture via via più
complesse, dall’ASEAN plus all’Est Asia Summit a cui lavorarono sia laburisti che
conservatori. Secondo Keating però questi ultimi erano stati fin troppo timidi e
anzi avevano dato la sensazione, con Howard e la sua politica ambivalente nei
confronti dell’Asia, che l’Australia danzasse al ritmo deciso da qualcun altro. Una
scelta, quella di gettare i propri palloni strategici soltanto nel basket americano, che avrebbe finito, alla lunga, per costar cara al paese.

L’Australia come ponte: un’oportunità per l’Occidente

Ci sono altre cose interessanti nel discorso di Keating, che qui abbiamo preso a
prestito per significare non solo quanto sia più attenta all’Asia l’Australia laburista ma anche quanto sia rilevante, in generale, la riflessione sulla collocazione geopolitica e geostrategica di Canberra nello scacchiere mondiale.
Se può essere più o meno condivisa la percezione che il luogo più pericoloso del
pianeta sia l’Asia Orientale del Nord (più dell’area mediorientale, dice Keating, più del contenzioso tra India e Pakistan), resta certamente condivisibile la considerazione che l’Australia, pur essendo un paese con un ruolo di attore relativamente piccolo nel mondo, può fare molto. Nel contempo, Canberra deve avere ben presente la sua collocazione: Gli interessi vitali dell’Australia – dice – sono in Asia Orientale.
Non sono in America, in Sudafrica o in Europa. Sono qui: qui è dove viviamo, nella parte del mondo che cresce più rapidamente […] Dobbiamo andare in Asia come australiani e non come vice di qualcun altro.
Questa visione del ruolo dell’Australia ci riporta alla nostra domanda primaria
(da che parte stanno gli australiani o meglio, in che campo stanno giocando
e soprattutto come si autopercepiscono) e diventa particolarmente interessante
per il mondo occidentale. Quello australiano ci appare un ruolo importante che
gli americani sembrano, ad esempio, aver sottovalutato. Questa capacità e questo
desiderio di giocare in proprio, con la coscienza di un ruolo di media potenza, ma
con la consapevolezza che una forte autonomia renderà gli australiani più accettabili in Asia e quindi sempre più “asiatici”, sono le peculiarità cui merita prestare attenzione.
Se dunque anche per l’Italia il rapporto bilaterale coi singoli paesi asiatici resta
rilevante e se resta rilevante, come europei, la nostra partecipazione ai vari forum
regionali asiatici, l’Australia si presenta, a maggior ragione per le premesse su cui nasce il governo Rudd, come un’opportunità da cogliere per i paesi occidentali
interessati a una nuova partnership con l’Asia Orientale e Sudorientale.
Vicini a noi come cultura di condivisione di determinati valori, ma giocatore a
pieno titolo nel campo asiatico, gli australiani diventano un alleato fondamentale
soprattutto se riescono a far valere a fondo la carta indicata in questo breve ma
denso intervento di Keating all’Evatt Foundation, che sembra riassumere le scelte
strategiche che, sin dalle prime ore della sua nascita, il nuovo governo Rudd ha
inteso coerentemente impersonare.
Forse questa nazione così lontana, dove l’Italia conta una minoranza dai numeri
rilevanti16, non ci è mai stata così vicino come in questo momento in cui assistiamo
a una corsa, affannosa, del nostro paese per recuperare il ritardo nei confronti del
continente asiatico che è la parte del pianeta, per dirla con Keating, che cresce più rapidamente.

*L'edizioen cartacea contiene le note al testo e la bibliografia



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