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SEQUESTRO OCCHIPINTI-PAGANINI, MASSIMO RISERBO 23/05/08

I due cooperanti italiani rapiti mercoledì in Somalia "stanno bene". Ma sulla loro vicenda il ministero degli esteri italiano chiede il massimo riserbo, soprattutto alla stampa

Irene Panozzo

Venerdi' 23 Maggio 2008

Massimo riserbo. È stata questa la parola d’ordine che dal Ministero degli esteri italiano è arrivata ieri a proposito del rapimento di Jolanda Occhipinti, 51 anni, e Giuliano Paganini, 64 anni, i due cooperanti italiani sequestrati all’alba di mercoledì ad Awdhegle, a 70 km a sud di Mogadiscio, assieme al collega somalo Abderahman Yusuf Arale da un gruppo di uomini armati. Un monito rivolto a tutti: diplomatici, mondo della cooperazione internazionale e, soprattutto, stampa. Ai media il ministro degli Esteri Franco Frattini ha chiesto esplicitamente di avere cautela nel diffondere le notizie per evitare “che venga messa a repentaglio la sicurezza dei due connazionali” e sottolineando come “tutto quello che ho letto sui giornali è inventato”. Un appello simile ad attenersi al “massimo senso di responsabilità” è stato rilanciato anche dal portavoce della Farnesina Pasquale Ferrara. Dal canto suo, ha detto Ferrara, il nostro ministero degli Esteri manterrà “il più stretto riserbo”.
Il timore della nostra diplomazia è che ricostruzioni e illazioni, magari basate sulle voci che circolano in Somalia, possano mettere a repentaglio il canale di trattative aperto in Somalia. Perché un canale c’è, questo è certo. Lo si deduce dalle parole del ministro Frattini, che ha detto ieri che “i contatti che abbiamo preso non possono essere divulgati”. Ed è sempre il ministro a dare la conferma che tutti aspettavano: i due cooperanti rapiti “stanno bene”. Ma il momento è delicatissimo, qualsiasi elemento potrebbe rompere il filo sottile che si sta tessendo in Somalia, con possibili conseguenze negative sulla sorte dei due connazionali sequestrati.
Bocche cucite, naturalmente, anche alla sede dell’organizzazione non governativa per la quale lavorano Occhipinti e Paganini, la Cooperazione intenazionale Nord Sud (Cins). L’unica cosa che trapela è un clima di attesa. “Stiamo continuando a lavorare”, dicono dalla ong, “ma per ora non ci sono sviluppi”.
Intanto ieri nella capitale Mogadiscio si sono avuti nuovi scontri e nuovi morti. In mattinata, una bomba è esplosa al passaggio di un convoglio militare etiopico nel quartiere di Waberi, nella zona centro-meridionale della città. Secondo fonti giornalistiche locali, l’ordigno, fatto detonare a distanza, ha fatto almeno quattro morti e diversi feriti tra i soldati etiopici. Non si sa invece il possibile bilancio di vittime civili nello scontro a fuoco che è seguito all’attentato.
Non è solo l’esercito etiopico a essere sotto tiro. Non va meglio neanche alle istituzioni transitorie. L’attacco al convoglio a Mogadiscio è seguito di poche ore a una sparatoria avvenuta nella notte tra mercoledì e giovedì nei pressi della sede del parlamento transitorio somalo a Baidoa, dove ieri mattina erano attesi il primo ministro somalo Nur Hassan Hussein “Adde” e una delegazione delle Nazioni Unite guidata dall’inviato speciale per la Somalia Ahmadu Ould Abdalla. Secondo le ricostruzioni, un gruppo di giovani armati avrebbe cercato di assaltare la sede del parlamento, finendo però per essere respinto delle forze di sicurezza. Non sembra che lo scontro a fuoco abbia fatto vittime.

L'articolo è uscito oggi anche sui quotidiani locali del Gruppo L'Espresso



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