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Il sequestro dei due cooperanti italiani e del loro collega somalo - che ieri attraverso i rapitori hanno fatto avere loro notizie -non è una novità nel paese del Corno d'Africa, dove gli occidentali sono nel mirino di banditi in cerca di denaro - l'ipotesi più accreditata nel caso dei tre cooperanti del Cins - e di gruppi di mercenari legati alle Corti islamiche. (FOTO: Cins)

Junko Terao

Giovedi' 22 Maggio 2008
Sono ore di paura e trepidazione per il rapimento dei due cooperanti italiani e del loro collega somalo prelevati ieri mattina all’alba ad Awdhegle, 65 km . a sud di Mogadiscio, da una banda di uomini armati. Iolanda Occhipinti, Giuliano Paganini e Abderahman Yusuf Arale si trovavano presso la sede del Cins (Cooperazione Italiana Nord Sud), l’organizzazione non governativa per cui lavorano, quando – secondo il racconto di alcuni testimoni – i rapitori sono arrivati a bordo di due auto, hanno legato e bendato i guardiani e li hanno portati via, insieme ad alcuni computer, dei documenti e qualche oggetto. Proprio il fatto che gli uomini armati abbiano messo sottosopra l’ufficio della Ong prima di andarsene può far pensare che si tratti di delinquenti comuni in cerca di denaro e non di un gruppo organizzato con finalità politiche. Ipotesi, quast’ultima, che pare essere la meno accreditata ma che non è da escludere. E’ possibile, infatti, che dietro all’operazione ci sia la mano degli ‘shebab’, un gruppo di mercenari nato in Somalia nella guerra civile seguita alla caduta di Siad Barre nel 1991 e che negli ultimi anni è divenuto il braccio armato dell’ala più radicale delle Corti Islamiche. L’Unità di crisi della Farnesina si è subito attivata e ieri pomeriggio ci sono stati i primi contatti indiretti tra il Cins e gli ostaggi che, hanno fatto sapere, stanno bene e non hanno subito violenze. Il rapimento dei tre è solo l’ennesimo degli ultimi anni. Il sequestro a scopo di estorsione, infatti, è un’attività frequente nel paese del Corno d’Africa, dilaniato da anni di guerra civile in cui le battaglie tra le milizie dei vari signori della guerra e il braccio di ferro tra le Corti islamiche e i governi di transizione hanno gettato il paese nel caos. Una situazione che dura tutt’ora, nonostante la politica di dialogo con l’opposizione scelta dal nuovo governo insediatosi all’inizio dell’anno. Le bande di sequestratori in cerca di denaro prendono di mira solitamente gli occidentali, proprio per poter chiedere un riscatto consistente. Per questo ultimamente le Ong occidentali che operano nel paese hanno deciso di ritirare il loro personale avvalendosi di operatori locali per portare avanti i progetti. L’ultimo episodio di questo tipo risale all’aprile scorso, quando un britannico e un keniano che lavoravano per una ditta appaltatrice della Fao, l’organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura dell’Onu, sono stati rapiti nel Basso Giuba, nel sud del paese. I due si trovano tutt’ora nelle mani dei sequestratori. Anche i due italiani e il somalo rapiti ieri stavano lavorando a un progetto di sviluppo agricolo del Cins cofinanziato dalla Ue e dalla Cooperazione Italiana per conto della Fao. Paganini era arrivato a marzo e sarebbe rientrato in Italia a giugno, mentre Iolanda Occhipinti era arrivata in Somalia da alcuni mesi. Mentre sale l’attesa ci si interroga sulla questione delle missioni finanziate dal governo italiano in zone ad alto rischio, dove peraltro non ci sono rappresentanze diplomatiche di nessun paese europeo. Pasqualino Procacci, direttore dell’ufficio di cooperazione presso l’ambasciata italiana a Nairobi, sottolinea che su territorio somalo non somalo “attualmente non opera personale della cooperazione italiana, nè di Ong collegate ad essa collegate” e ricorda che “il progetto di intervento agricolo era finanziato in parte da noi ed in parte dall’Ue, ma l’operatività era gestita dalla Fao, che aveva a sua volta incaricato dell’esecuzione il Cins”.


Uscito anche sui quotidiani locali del Gruppo l'Espresso



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