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PROCESSO MONTECRISTO: LA SENTENZA 28/11/12 (IN INGLESE)

MONTECRISTO HIJACK TRIAL. NEW HEARING IN ROME 26/10/12

CASO MONTECRISTO: LA TERZA UDIENZA CONTRO I PRESUNTI PIRATI SOMALI A ROMA 27/06/12

CASO MONTECRISTO: SECONDA UDIENZA A ROMA 15/05/12

A ROMA IL PRIMO PROCESSO CONTRO PRESUNTI PIRATI SOMALI 23/3/12

DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEI RISCATTI PAGATI AI PIRATI SOMALI? LA RISPOSTA, PARZIALE, DI CHATHAM HOUSE

PIRATERIA SOMALA: L'UE PENSA A INTERVENTI ARMATI ANCHE A TERRA 11/01/11

LIBERATA LA PETROLIERA SAVINA CAYLYN. DA FEBBRAIO ERA NELLE MANI DEI PIRATI SOMALI 21/12/2011

TRIBUNALE ITALIANO PER I PIRATI DEL CORNO D'AFRICA 24/10/11

I PIRATI DELLA MONTECRISTO IN ARRIVO IN ITALIA 17/10/11

CRESCE IL BUSINESS DEI CONTRACTORS ANTI-PIRATI 12/10/11

LA CARESTIA IN SOMALIA SI AGGRAVA 05/09/2011

IL ROMPICAPO DELLA LOTTA ALLA PIRATERIA 21 APRILE 2011

BUCCANEER LIBERO, MA LA PIRATERIA RIMANE 11/08/09

SUORE RAPITE, NESSUNA NUOVA 12/11/08

SEQUESTRO NEL PAESE CHE NON C'E' 22/5/08

Chi e perché. Le domande (senza risposta) dietro il rapimento di Giuliano Paganini, Jolanda Occhipinti e Abderahman Yusuf Arale

Emanuele Giordana

Giovedi' 22 Maggio 2008

«Il governo italiano è attivato su più fronti per attivare un contatto con i rapitori, con l'assoluta indispensabile discrezione che merita la vicenda». Lo riferisce Alfredo Mantica alla Camera nella sua prima uscita come sottosegretario agli Esteri. Il tema è il sequestro in Somalia di due cooperanti italiani e di un collega somalo avvenuto ieri mattina a Sud di Mogadiscio. La salvezza dei rapiti, rimarca Mantica, «è l'obiettivo primario» in questa fase. Tutti i canali sono attivati in un paese dove l'unica cosa facile da fare è telefonare e che si muove sulla palude fangosa propria di uno stato che non esiste più ormai da quasi vent'anni. Tutti i canali, spiega Mantica, significa anche quello del governo dell'Etiopia, il paese confinante che presidia coi suoi uomini Mogadiscio. Il sequestro è quello di Giuliano Paganini e Jolanda Occhipinti che sono stati rapiti all'alba di ieri nel villaggio di Awdhegle, 65 chilometri a Sud di Mogadiscio. Con loro è stato sequestrato anche Abderahman Yusuf Arale, il responsabile della sede locale del Cins (Cooperazione italiana nord sud) che opera in Somalia dal 1995. Lavoravano alla costruzione di impianti di irrigazione nel distretto di Awdhegle, nella provincia della Bassa Shabelle, una delle zone della Somalia maggiormente interessata da gravi e cicliche siccità. Chi li ha rapiti e perché? Sequestro politico o, come accreditano più fonti, colpo di mano a scopo di estorsione? O ancora rapimento su quella faglia fragile e scomposta che descrive l'incontro tra criminalità, politica, banditismo e regole selvagge del nuovo far west africano?
Il nome che gira in queste ore ha il suono amaro di “shebab”. C'è chi li definisce un fenomeno recente legato all'ala militante delle corti islamiche, chi dice che sono solo l'estensione sotto altra ideologia dei vecchi manipoli che a bordo delle teknike, i pick up con mitragliere tristemente noti, fanno da scorta a chi gira il paese: signori della guerra, capipopolo, giornalisti. Ma il termine shebab indica anche gruppi che hanno da tempo varcato il confine tra criminalità e politica, tra fedeltà clanica e mercenariato, espressione di un disagio che si fa forza lavoro buona per tutte le stagioni. Giovani leoni (shebab vuol dire appunto giovane) che l'agenzia Misna, che ha le fonti meglio informate sulla questione somala, definisce “pistoleri a noleggio”. Il quadro di un paese devastato fa da sfondo alla nascita di questi gruppi che hanno vissuto di una rendita nata con la guerra infinita e che sono cresciuti all'interno delle corti islamiche ma che sarebbero pronti a prestare il loro braccio al diavolo. “Del resto – avverte Mantica, che l'Africa conosce bene – dire corti islamiche è come dire talebani: c'è dentro di tutto”. Ma in questo “di tutto” c'è anche molta criminalità, una paese allo sbando che produce aggregazioni anche improvvisate dedite all'estorsione, l'ipotesi al momento più gettonata.
Non che la pista politica non venga perseguita (si è parlato persino della possibilità che il sequestro volesse punire l'ipotesi della costruzione di una chiesa, un'idea che il presidente delle Ong italiane Sergio Marelli ha definito priva di fondamento). Nino Sergi dell'Ong Intersos, attiva in Somalia da tempo anche se da maggio ha ritirato i suoi, aggiunge però che certamente, da un po' di anni, le cose sono cambiate: “Sequestri di questo genere sono una novità in Somalia. Ci sono stati certo, ma cose piccole e circoscritte che si risolvevano in fretta con pochi soldi. Si, ci sono stati episodi gravissimi come l'uccisione di Annalena Tonelli o di Graziella Fumagalli, ma questo sequestro racconta anche di una svolta intervenuta con l'occupazione etiopica e con l'inasprirsi della guerra al terrorismo degli americani, come se perseguire Al Qaeda fosse l'unica priorità da conseguire a colpi di raid in questo paese che non c'è”. Sergi dice che il governo messo in piedi nel 2004 non governa nulla anche se sta tentando un piano di riconciliazione. E che l'intervento militare etiopico ha scatenato una reazione in tutta la società somala, non soltanto nelle corti islamiche. Un clima, dice, che non favorisce le cose. “In realtà – spiega – i somali sono in grado di gestire le loro faccende e un esempio recente è illuminante: a Jowhar, gli shebab avevano fatto scappare il governatore . Dettavano legge. Ma poi gli anziani, i capi clan, i leader religiosi li hanno affrontati, obbligandoli a lasciare la città”.
Clima infuocato insomma e speranze legate a un filo che per ora è affidato a un contatto indiretto che il Cins terrebbe in mano e che per adesso sta nei contatti di Filippo Statuti, il direttore della Ong, arrivato ieri pomeriggio a Nairobi per seguire da vicino il sequestro. Su cui al momento circolano solo ipotesi

Questo articolo è uscito anche su il riformista
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