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UN PO' DI LUCE SUI ROM DI ROMANIA 20/5/08

Un contributo sulla storia di una comunità oggi nell'occhio del ciclone. Senza sconti ma con uan riflessione sulla nostra "fretta" che il mondo sia solo come piace a noi


Nella foto Ion Ciaba re degli zingari romeni

Lorenzo Renzi*

Martedi' 20 Maggio 2008
A Bucarest e nelle altre città della Romania gli zingari (rom) sono una presenza molto più abituale che a Roma o a Milano. Si capisce perché: erano nel 2002 più di mezzo milione, il 2,5% della popolazione. La percentuale sarà adesso più o meno la stessa.
Quando, anni fa, ancora sotto il comunismo, ho passato un anno in Romania, agli angoli delle strade le zingare vendevano i fiori. Era un piccolo commercio privato, un’eccezione, credo, in un regime in cui non esisteva nessuna attività privata e in cui, come si diceva, tutto ciò che non era obbligatorio era vietato. Alla periferia di Bucarest, alla fine degli anni Sessanta, c’era una corona di slam, la “mahalla” balcanica, abitata da Zingari. In realtà il regime assegnava alloggi agli zingari come agli altri romeni, e molti miei amici professori avevano il privilegio di avere come vicini di condominio degli zingari. Ma alcuni, sembra, vendevano i loro appartamenti e tornavano nella mahalla, altri ci arrivavano dai villaggi.
Questa qustione degli alloggi mostra che il Comunismo cercava con tutti i mezzi di integrare gli zingari nella società. Come altre imprese di quel regime, buone e meno buone nelle intenzioni, non ha dato risultati, o ne ha dati di mediocri. Si può dire forse addirittura che è aumentata in Romania l’ostilità verso gli zingari. “Zingaro” (“tiganule”!) è un insulto comune in romeno. Quando, negli anni Novanta, con la svolta repressiva di Ceasescu, gli ebrei romeni hanno lasciato in massa il paese, gli zingari hanno preso il loro posto a Bucarest nelle belle ville del quartiere Lipscani. Vivevano nelle case, ma anche accampati nei giardini.
Alla caduta del regime, gli zingari sono stati i prim a partire. Erano sedentarizzati, ma il viaggio gli era rimasto nel sangue. Sono andati a Budapest, ma soprattutto a Istanbul, ad Atene, perfino a a Damasco a comprare piccoli elettrodomestici, pannolini, piatti e bicchieri. In Romania mancava tutto. Hanno rivenduto quello che avevano comprato. Alcuni sono diventati ricchi e si sono fatti costruire ville dallo stile improbabile, piene di cupolette, che alla periferia di Bucarest, come in quella di Sofia (in Bulgaria è successo lo stesso), ognuno vi mostra a dito.
In Romania gli zingari vivevano e vivono anche ai margini dei villaggi, spesso in uno stato di povertà inimmaginabile. Come molti contadini romeni, anche gli zingari erano stati servi della gleba, proprietà dei latifondisti. Quando, durante l’Ottocento, in Romania come nella Russia degli Zar era stata abolita la servitù della gleba, gli zingari avevano abbandonato le proprietà (gli zingari non lavorano volentieri sotto padrone). Ma in realtà non sapevano dove andare e avevano formato nuclei disordinati e miserabili, le “tiganie”, ai margini dei villaggi e delle piccole città.
Quando ero a Bucarest negli anni che vi dicevo, ho frequentato gli zingari. Preparavo un libro sui canti epici orali romeni, e gli zingari erano i depositari di quella forma di folklore che i romeni avevano abbandonato. Sono stato più volte nella mahalla, ospite di uno zingaro che mi ha accolto, con la sua famiglia, e che, radunati i vicini, ha cantato e suonato per me sul suo violino qualcuna di quelle meraviglie letterarie e musicali. Un suo amico, romeno, suonava la fisarmonica. Veniva servito a tutti rachiu, l’aspra acquavite balcanica. Oggi degli zingari romeni recentemente immigrati a Padova, suonano deliziosamente nelle vicinanze dell’Università i canti goliardici in onore dei neolaureati, rallegrando loro e i loro amici e parenti come per secoli avevano rallegrato, e ancora rallegrano, i matrimoni e i banchetti in Romania.
Mi direte che idealizzo i rom romeni. Lo so, lo so che rubano, gli zingari romeni come quelli italiani. Io sono stato derubato a Roma dalle zingarelle parecchi anni fa prima, ben prima dell’arrivo degli zingari romeni (ma negli stessi giorni sono stato derubato anche da alcuni romani, ma con meno destrezza, tanto che ho rischiato addirittura di essere ferito gravemente). Gli zingari sono maschilisti, sessisti? Non amo queste parole, ma temo di doverlo ammettere. Uccidono? Qualcuno di loro uccide, non più che tra gli italiani e i romeni e, credo, tra gli altri poopoli. Il rom che ruba o uccide sa che va in prigione, e pensa che sia giusto, lo accetta. Per non tacere niente, vi dirò anche, se non lo sapete, che tra gli zingari i matrimoni sono combinati tra ragazzi e ragazze minorenni. Non parlo certo degli zingari integrati, in Romania come in Italia, che non sono molti, parlo degli altri, della maggioranza.
In Romania gli zingari hanno un re e un imperatore, non in gerarchia né in rivalità tra di loro: convivono. Bene, nel 2006 un giornale romeno aveva chiesto al re degli zingari se il suo popolo si preparava a entrare in Europa. Certo, aveva risposto il re, un po’ alla volta ci sposeremo più tardi e ci adegueremo a molte altre cose. Lui stesso si era sposato, confessava, a quindici anni. Cambieremo un po’ alla volta, diceva.
Ma noi italiani, noi occidentali, abbiamo fretta, molta fretta. Vorremmo che i rom si adeguassero al più presto al western way of life, loro che conservano ancora l’antica lingua indiana che si sono portati dietro sei secoli fa (in Romania quasi la metà degli zingari conosce ancora il romanì). Devono proprio diventare subito come noi? Non si può fare un po’ alla volta, come diceva il loro re? E poi, siamo proprio un modello così perfetto da imitare?

* Professore di Filologia romanza all'Università di Padova, già Presidente dell'Associazione Italiana dei Romenisti



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