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LA TORCIA SULL'EVEREST, IL PUNTO A DHARAMSALA 9/5/08

Bilancio dei colloqui tra tibetani e cinesi

Ilaria Maria Sala

Venerdi' 9 Maggio 2008

Dharamsala - La torcia olimpica e' riuscita ad arrivare in cima all'Everest,
malgrado il maltempo dei giorni scorsi avesse per un momento messo in dubbio
il successo dell'intera operazione.
Il paese tutto ha dunque potuto vedere in televisione il momento
trionfante della difficile scalata, che ha riempito di orgoglio molti cinesi
- e di costernazione molti tibetani, in particolare nella comunita' in
esilio. La conquista della cima dell'Everest infatti ha rappresentato
una tappa intermedia di grande importanza per gli organizzatori di
questo mastodontico giro della "Sacra Fiaccola", il piu ambizioso che fosse
mai stato tentato nella storia dei Giochi Olimpici.
A Dharamsala intanto ieri i rappresentanti del Dalai Lama, di
ritorno dal sud della Cina dove si e' tenuto il primo incontro con
dignitari cinesi dall'inizio dell'attuale crisi, hanno incontrato la
stampa, facendo il punto della situazione in maniera alquanto ottimista.
Lodi Gyaltsen Gyari, il principale inviato di Sua Santità, ha
illustrato come l'incontro con Zhu Weiqun e Sithar (entrambi vice-ministro del
Dipartimento Lavorativo del Fronte Unito, un'organizzazione di rilievo
medio che si occupa delle relazioni con gruppi non appartenenti al
Partito Comunista) abbia consentito agli alti rappresentanti tibetani di
esprimere la loro massima inquietudine rispetto agli effetti delle
politiche del governo cinese in Tibet, precisando che queste stanno rendendo
le cose "estremamente difficili".
La volonta' tibetana di passar sopra il basso grado gerarchico delle
controparti inviate all'incontro, e della mancanza di un vero obiettivo
per quest'iniziale ripresa di un dialogo non sembra aver incontrato
altrettanta buona volonta' da parte cinese, dato che anche mentre gli
inviati tibetani si trovavano in Cina, l'agenzia di stampa ufficiale Xinhua
ha continuato la sua raffica di insulti nei confronti del Dalai Lama, e
dei "mostruosi crimini" di cui questi si sarebbe macchiato.
"Malgrado i limiti, vediamo l'incontro come un passo nella buona
direzione, che ci consente di avviare le trattative per fissare una data per
iniziare il settimo ciclo di dialogo, che era stato sospeso negli
ultimi due anni", ha ribadito Gyari, davanti ad una platea invero un poco
scettica, data la gravita' della situazione sul terreno.
Kate Saunders, del Tibet Information Centre, ha commentato che "Pechino
e' ovviamente consapevole del fatto che l'intera comunita'
internazionale sta mettendo in discussione la sua politica in Tibet, alla luce
della piu' brutale repressione sull'altipiano tibetano negli ultimi
cinquant'anni. L'incontro e' stato un passo positivo, ma e' ancora troppo
presto per poter dire che tipo di valore politico avra'".
Il lato tibetano infatti sembra star scrutando ansiosamente ogni
commento della dirigenza cinese interpretando con speranza ogni frase meno
dura che nel passto, interpretando come possibile apertura politica anche
solo il fatto che il Presidente cinese e Segretario di Partito hu
Jintao, in visita diplomatica in Giappone, abbia evitato di aggiungere la
sua voce agli insulti nei confronti del Dalai Lama.
"Le autorita' con le quali ci siamo potuti incontrare hanno mantenuto
un atteggiamento paziente"' ha detto Gyari, "ma discussioni maggiori
saranno necessarie prima che la situazione all'interno del Tibet possa
davvero migliorare: abbiamo pero' potuto formulare in modo esplicito le
nostre richieste per il rilascio dei detenuti politici, l'assistenza
medica per i feriti, diritti umani e liberta' religiosa, e la fine della
repressione in tutto il Tibet".
Piccoli passi, dunque, tentativi di ottenere l'ascolto del governo
cinese, che dal canto suo sembra invece rincarare la dose della repressione
a tappeto: mentre continuano le retate e gli arresti, i monasteri e le
unita' di lavoro sono ora soggette a pesanti campagne di "rieducazione
pattriottica" sempre piu' estese, nel corso delle quali i tibetani
sono costretti a denunciare il Dalai Lama e riaffermare il loro amore per
Pechino e per il Partito Comunista.
A Dharamsala, intanto, continuano i tentativi di innumerevoli Ong per
documentare davero l'avvenuto, contare i morti, i feriti, i detenuti,
inquietandosi per i familiari irraggiungibili e per la consapevolezza che
al momento, in Tibet, il semplice fatto di ricevere una telefonata
dall'estero puo' essere considerato un elemento incriminante.





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