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Dopo il referendum

Enzo Mangini

Martedi' 6 Maggio 2008

Molto prima che i risultati ufficiali fossero annunciati, decine di migliaia di persone hanno riempito la piazza centrale di Santa Cruz, capitale dell’Oriente della Bolivia. Sotto i portici e nel giardino centrale del cuore coloniale della città, sventolavano migliaia di bandiere bianco-verdi della nazione «camba». Così si autodefiniscono i «cruceños», in contrapposizione ai «collas», gli altri boliviani, quelli dell’Altopiano andino. Al referendum autoconvocato dai Comitati civici di Santa Cruz hanno partecipato, secondo gli organizzatori, 548 mila persone su 936 mila potenziali elettori. Il «sì», com’era prevedibile, ha stravinto: 86 per cento. È bastato scrutinare poco più del 20 per cento dei seggi perché in piazza scoppiasse la festa.
Dall’altro capo del paese, a La Paz, il governo del presidente Evo Morales, invece, ha immediatamente definito «incostituzionale» il referendum, considerato una minaccia per l’unità nazionale. Morales, però, ha scelto di non alzare il livello dello scontro con gli «autonomisti» della città più ricca del paese. «Da domani dobbiamo lavorare tutti per un’autonomia che rispetti la nuova costituzione», ha detto il presidente indigeno ai microfoni delle principali emittenti boliviane. La nuova costituzione, faticosamente varata dopo mesi di lavoro dell’assemblea costituente riunita a Sucre, prevede la creazione di diversi tipi di autonomie provinciali, urbane e indigene. Inquadrate, però, in un’architettura istituzionale che protegge sia l’unità della Bolivia che la diversità culturale del paese. Non basta tutto questo agli autonomisti di Santa Cruz che vorrebbero qualcosa di più e, allo stesso tempo, qualcosa di meno. Di più, perché il pilastro della «loro» autonomia è il controllo sulle risorse naturali, gas e petrolio, che invece il governo vuole nazionalizzare; di meno, perché l’autonomia regionale, fondata sul potere economico dei grandi proprietari terrieri è anche un modo per evitare che l’ondata di «orgoglio indigeno» arrivi fino alla pianura tropicale.
Non è un’autonomia etnica, ma poco ci manca. I «cambas» vivono la loro città come una roccaforte «bianca», in un paese in cui indigeni e meticci sono ben più del 60 per cento della popolazione. E guardano, più che al rapporto con l’altopiano, a quello con il Brasile, principale acquirente del gas naturale boliviano. Fino a mezzo secolo fa, Santa Cruz era un avamposto polveroso, di poche decine di migliaia di abitanti. Poi il petrolio e il gas ne hanno fatto una città «all’americana», spregiudicata, cresciuta a un milione e trecentomila abitanti. Negli anni ottanta e novanta, che in Bolivia hanno significato la fine della dittatura e un neoliberismo piuttosto autoritario, Santa Cruz è cresciuta ancora, fino a contendere il primato economico alla capitale La Paz. L’autonomismo, allora, non esisteva. I proprietari terrieri si sentivano tutelati da uno stato nazionale saldamente nelle loro mani. È dal 2000, dall’inizio dell’ondata di insurrezioni indigene e sociali partite dalla Guerra dell’acqua di Cochabamba, che i «cambas» hanno iniziato ad articolare il progetto autonomistico votato domenica. Un autonomismo un po’ conservatore, con un retrogusto a volte apertamente razzista contro gli indigeni. Il dramma delle due Bolivie è che nessuna è abbastanza forte da prevalere, né con i mezzi politici, né con le armi che pure, da una parte e dall’altra, si stanno silenziosamente accumulando. Sono costrette al dialogo, perché lo scontro frontale, sempre possibile, rischia di essere solo un suicidio collettivo.



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