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CORRE LA TORCIA SUI COLLOQUI SINO TIBETANI 5/5/08

Gli incontri tra i cinesi e gli emissari del governo in esilio avranno un seguito. Ma lo scetticismo resta d'obbligo

A fianco: la bandiera tibetana

Emanuele Giordana

Lunedi' 5 Maggio 2008

Corre veloce in Cina la fiaccola olimpica. “Divisa” in due per motivi tecnico-logistici, una torcia corre lungo la pianure alluvionali e l'altra per le montagne dell'Everest. Nessuna contestazione in vista e anzi, se i tibetani hanno Richard Geere, la Repubblica popolare ha Jackie Chan, uno degli oltre duecento tedofori che ieri hanno “armoniosamente” accompagnato la fiamma olimpica sulla strada maestra che la porterà a Pechino. Appuntamento l'8 agosto. Unica incognita, il passaggio tibetano, la tappa che preoccupa maggiormente il sonno dei dirigenti cinesi.
Grande festa dunque per la lunga marcia della torcia. Gran segreto invece, e silenzio stampa, sui colloqui svoltisi ieri a Shenzen, la città industriale del Sud dove i due emissari del Dalai Lama - Lodi Gyari and Kelsang Gyaltsen - hanno incontrato i due responsabili dell'Ufficio per il Fronte unito (l'organismo della Rpc responsabile per i rapporti con i gruppi non comunisti). Sono due facce note: il cinese Zhu Weiqun e il tibetano Sitar. A quanto pare i colloqui continueranno anche se non è ben chiaro come e quando e probabilmente saranno ancora accompagnati da una politica delle due misure che i cinesi stanno mettendo in atto da quando è stato annunciato il round negoziale durante la vista di Barroso in Cina. Da una parte le parole incoraggianti del presidente Hu Jintao. Dall'altra le bordate dei giornali che, se non accennano ai colloqui, continuano invece a bastonare il Dalai Lana, irrispettosamente chiamato “Dalai”. Il Tibet Daily, giornale dei comunisti del Tibet, già distintosi nei giorni scorsi per avergli dato del “criminale”, accusa adesso Oceano di saggezza di essere il leader “segreto” del Tibetan Youth Congress, che la stampa cinese dice essere dedito ad attività terroristiche: si citano come prova i sequestri di armi che, secondo i media, sarebbero stati effettuati nelle settimane scorse in alcuni monasteri buddisti. Il gioco è quello di infilare la lama nella piaga più aperta del fronte tibetano in esilio, dove il Tyc rappresenta l'ala oltranzista e il Dalai Lama quella moderata. Niente di meglio che tentare di allargare la frattura anche in vista della ripresa della marcia che, dall'India, si è mossa verso il confine col Tibet nel marzo scorso e che poi è stata fermata dopo un braccio di ferro tra i “giovani” tibetani e la leadership del governo in esilio.
Quanto a Hu Jintao, in un'intervista rilasciata ai giornali nipponici prima della sua imminente visita a Tokyo, il presidente cinese si è detto fiducioso sul buon esito dei colloqui con dichiarazioni da colomba: “Spero che questa volta i contatti portino a risultati positivi” ha detto ai giornalisti e ha aggiunto che la politica di Pechino verso il leader tibetano in esilio (che ha chiamato per intero Dalai Lama) “è chiara e coerente e la porta per il dialogo rimane aperta”. Flautato, Hu ha aggiunto che spera che il Dalai Lama prenda azioni concrete per “bloccare i crimini violenti e le attività che comprendono il sabotaggio delle Olimpiadi di Pechino e la divisione della madrepatria così da creare condizioni per ulteriori consultazioni”. Toni morbidi e che sono andati di pari passo con l'offensiva di stampa che però non cita mai fonti ufficiali, almeno negli ultimi giorni. A Dharamsala, dal canto loro, i tibetani tengono le bocche abbastanza cucite anche se sono cistretti a ostentare ottimismo.
Gli osservatori sono divisi anche se prevale lo scetticismo: è la settima volta che le medesime persone si incontrano nell'arco di sei anni e non sembra che ieri si sia andati oltre un nuovo appuntamento. In realtà non si è mai andati oltre gli aspetti formali di colloqui che tali sono senza rivestire cioè, almeno sino ad ora, il carattere di un vero e proprio negoziato come sarebbe auspicabile. Presto dunque per dire se, come ha detto Hu, la porta resta aperta o se i cinesi stanno mettendo in atto una tattica per prendere tempo, far contenti gli europei e arrivare tranquilli ad agosto. Anche la battuta d'arresto imposta alle manifestazioni anti occidentali (come le proteste davanti alla catena di supermercati francesi) potrebbe far parte del pacchetto. I prossimi due giorni diranno se è effettivamente così o se Pechino è davvero disponibile a una svolta.

Questo articolo è uscito anche su il riformista
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