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Niente incidenti a Pyongyang. Non ne sono previsti in Vietnam. Così Pechino fa marcia indietro sulle aperture di tre giorni fa quella del

Emanuele Giordana

Martedi' 29 Aprile 2008


La torcia olimpica, per una volta, ha potuto percorre il suo tragitto senza traumi. Niente contestazioni, né tafferugli, né Reporter senza frontiere con manette al posto dei simboli dell'Olimpiade. La sua corsa infatti ha toccato ieri Pyongyang, alleato fedele di Pechino, e la capitale della Corea del Nord ha riservato ai cinesi lo spettacolo che si attendevano, con quelle coreografie che tanto piacciono al paese del fresco mattino e al monarca dalla faccia imberbe che lo comanda. I cinesi sono gli unici padrini della dinastia dei Kim. Gli stessi che disinnescarono la bomba a tempo accesa dai nordcoreani quando decisero di levare i sigilli Aiea dai loro reattori e che contribuirono a raffreddare la crisi inventando il tavolo negoziale che, a cadenze più o meno fisse, si riunisce a Pechino. Uno sgarbo nei loro confronti sarebbe stato impensabile.
Ma per la Cina è una magra quanto scontata vittoria anche se finalmente sono quasi finite le tappe all'estero e tra poco la fiaccola correrà solo in Cina, dopo un passaggio in Vietnam che non dovrebbe presentare sorprese. Sarà forse per questo che, dopo la timida apertura di un paio di giorni fa, attribuita forse troppo frettolosamente a un “successo diplomatico” della Ue, Pechino sembra aver imboccato la via, se non di una rapida marcia indietro, quantomeno di una ripuntualizzazione dei suoi inossidabili paletti. Via Barroso da Pechino infatti, spenti per un momento i riflettori della cronaca (la fiaccola a Pyongyang non fa gran notizia) ecco che la stampa cinese è tornata a utilizzare i vecchi sistemi – e il rituale frasario - nei confronti della “cricca” del Dalai Lama.
La staffilata è stata affidata prima a un editoriale del Quotidiano del popolo, il giornale del partito che si può leggere sul web anche in inglese: «Quelli della cricca del Dalai Lama sono stati sempre bravi con le parole e le idee che buttano lì fanno confondere», si leggeva domenica sul più autorevole quotidiano cinese. Reiterando che «il tema della sovranità non è in discussione e ogni tentativo di dividere la Cina è destinato a fallire» (ma anche per la “cricca” non è in discussione la sovranità e l'unità del paese), il giornale si è sperticato nelle lodi ai cinesi che, all'estero, si sono opposti alle proteste pro-Tibet e ai disordini che sono seguiti al passaggio della fiaccola olimpica: a Londra e Parigi soprattutto, ma anche in Giappone o in Indonesia per non dire di Olimpia. «Davanti alla questione dell'indipendenza del Tibet il governo cinese e la gente, oltre che i cinesi all'estero, hanno mostrato uno spirito di unità senza precedenti... Coloro che perseguono l'unità nazionale sono eroi nazionali, e coloro che dividono la nazione commettono un atto criminale nei confronti della storia». Dopo l'affondo di domenica eccone un altro ieri, affidato all'agenzia Xinhua: «Dopo cinque decenni di vita in esilio la cricca del Dalai Lama ha imparato come rivolgersi all'Occidente, sventolando il tema dei diritti umani, la pace, la protezione dell'ambiente e la cultura. Ma non ha mai detto una parola sulla schiavitù disumana in Tibet sotto il suo governo». E ancora: «Alcuni rivoltosi che si sono consegnati alla polizia hanno confessato che mente dei disordini a Lhasa è stata la cricca del Dalai”.
La fiammata nazionalistica non guarda in faccia a nessuno. Nemmeno agli affari: se la vedono brutta infatti imprenditori e operai di una fabbrica del Guandong che cucivano bandiere tibetane per conto di ordini arrivati dall'estero. Quando le autorità cinesi se ne sono accorte, han fatto irruzione e non devono aver preso per buona la scusa che in realtà la fabbrica pensava soltanto a mettere i colori sulle bandiere senza far caso al risultato e al contenuto.
Oggi la fiaccola arriva a Città Ho Chi Minh e dal 2 maggio correrà solo in Cina. Cinesi e vietnamiti hanno avuto nella storia rapporti sempre difficili. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate come dimostra ad esempio la trasformazione, proprio a Città Ho Chi Minh, l'ex Saigon, del museo sui «Crimini di guerra americani e cinesi». Il termine “cinesi” era già scomparso nel 1990. Gli “americani” sparirono `94. Nel `96 sono scomparsi anche i crimini. Difficilmente saranno ricordati in onore dei tibetani.

Questo articolo è uscito anche su il riformista

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