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CHE VE NE SEMBRA DELLA CINA? 14/04/08

Breve ritratto di un paese impossibile da raccontare, ricco e povero cangiante e immobile : un paese plurimo che piace ai capitalisti (per molte cattive ragioni)e seduce gli anti-americani (per altrettante cattive ragioni) ma che tra i blogger, i giornalisti indipendenti gli artisti non allineati nasconde il suo cuore nobile

Ilaria Maria Sala

Lunedi' 14 Aprile 2008

Hong Kong - Parlare della Cina non è possibile. Dici che è un paese che si è arricchito, e ti vengono in mente i mille luoghi in cui è poverissima. Dici allora che è un paese povero, e Shanghai ti brilla davanti agli occhi con la sua passione per tutto quanto è luccicante. Pensi, allora, ecco: è un paese di contrasti. E poi resti schiacciato dalla monotona uniformità, quel maledetto piano centrale, sostituito ora da un’altrettanto maledetta smania di massimizzare i profitti dei gruppi immobiliari, che hanno fatto e continuano a fare sì che ogni città, a parte alcuni angoli impreziositi dei luoghi più importanti, abbia lo stesso aspetto: le stesse “mode” architettoniche per edifici pubblici e privati, il piastrellato da bagni pubblici che ricopre case e grattacieli come un virus, che ora si evolve in colate di cemento e vetro.
Pensi che il governo controlla tutto e censura la totalità dei media – e invece ci sono giornalisti coraggiosi che non solo hanno imparato l’arte di scrivere fra le righe, ma anche quella più diretta di scrivere nelle righe: come dice Li Datong, l’energetico ex-direttore di Punto di Congelamento, un supplemento del Quotidiano dei Giovani, sospeso dalle autorità per aver messo in discussione il modo di studiare la storia nazionale e la retorica ufficiale su Taiwan: “ogni tanto, uno di noi viene fatto cadere”, dice. “Ma fa lo stesso: ce ne sono altri che restano in piedi e continuano a lavorare”.
La rete è tutta in mano ai censori, certo, poi però c’è Isaac Mao, blogger di Shanghai, e i mille e più suoi amici veri e virtuali, che insegnano a chi li legge online come aggirare il GWF: il Great Fire Wall, il modo in cui è chiamato in gergo l’immediato oscurarsi dei siti non consentiti dai ciberpoliziotti, e quell’insopportabile blocco immediato di tutto se si va col mouse là dove non si deve. Il computer congela, bisogna spegnerlo e rilanciare ogni programma, dopo i venti minuti che i ciberpoliziotti reputano sufficienti per impartire la lezione. Non è un modo di dire! Se si naviga Internet sui siti ufficiali, nella loro versione cinese, ogni tanto passano sullo schermo due figurine animate, in divisa, sorridenti, quasi due manga ma con una sfumatura meno pacioccona: Jingjing e Chacha. Due nomi “graziosi”, formati ripetendo le due sillabe che compongono la parola “polizia”, ovvero, in mandarino, jingcha. Due fumetti che escono dalle loro bocche dicono di stare attenti a dove si va in rete, perché ci sono siti “pornografici ed altre cose non permesse”. Poi raccomandano di navigare Internet in modo “armonioso”. E se ne vanno marciando uno dietro l’altro, senza dimenticare un sorrisone e il saluto militare. Poi dopo un po’ se si è ancora lì a guardare il web, ecco che ritornano. Ciao! Siamo Jingjing e Chacha! Attento a quello che guardi! Creiamo un’armoniosa esperienza online!
Però appunto, volendo, sapendo usare i vari modi alternativi – avere un VPN, installare TOR o altri sistemi per incriptare il proprio passaggio, accedere tramite proxy o tramite https per la posta su web – ecco, i lobotomizzati Jingjing e Chacha restano fuori dal proprio schermo, e si può evitare di arrabbiarcisi.
Che altro? Certo, della Cina si può dire che tutto è stato commercializzato, che non resta nulla di indipendente dalla smania totale di fare soldi. Oppure, si può anche dire che nessuno ha più cura della cultura e dell’architettura antica. Ma si può anche dire qualunque altra cosa: in Cina, molto spesso tutto e il suo contrario sono veri contemporaneamente e questo certo complica le cose.
Il paese è enorme, cambia in fretta, ci chiediamo come imparare a raccontare il cambiamento senza ritrovarci a dire solo questo “cambia, tutto cambia” che a forza di ripeterlo non vuole dire più niente. Sì, è un ennesimo paradosso: parlare di cambiamento costante dopo un po’ diventa monotono. E allora, il segreto forse, se segreto c’è, è quello di guardare in basso. Di cercare i dettagli, per poterli raccontare aspettando a tirare conclusioni: se l’intero quartiere è stato buttato giù dalle ruspe che fanno spazio all’ennesimo centro commerciale, il dettaglio è quella scritta in rosso che dice, di nuovo, di essere “armoniosi”, o per l’esattezza di “favorire l’armoniosa demolizione senza creare problemi”, proprio lì sul muro mezzo a brandelli che presto sarà un ricordo. Cercare – ci sono – gli artisti che rifiutano di abitare nei villaggi artistici ormai numerosissimi, perché non hanno voglia di far parte della bolla speculativa fatta di case d’aste internazionali, di gallerie improvvisate, di artisti che comprano i loro quadri per farli alzare di prezzo, e di altri che producono in serie, perché fin tanto che le teste tonde dai sorrisi sguaiati vendono, tanto vale farne non dieci ma mille.
Parlare della Cina può essere pericoloso, lo sembra almeno in questi giorni: ci sono così tante opinioni in giro – e come potrebbe essere altrimenti, quando si parla di un paese così popolato? Dentro e fuori il paese, moltissimi si abbandonano a quel tristo prendere posizione che non è preceduto né da una riflessione, né dal sapere esattamente dove ci si stia schierando, ma intanto lo si fa: ed ecco che si parla di Cina totalitaria, forse, ma dove almeno l’economia funziona (non come da noi, diamine!). Dove certo, ci sono dei problemi – e qui si concede che i tibetani, i diritti umani, possano non essere protetti, categorie di cui si parla come se fossero cose, dei poveri panda: tanto carini, per carità! Però molti imprenditori, tanti diplomatici e politici, appaiono chiaramente innamorati delle possibilità date da un paese in cui le leggi di protezione ambientale possono non essere rispettate, i lavoratori hanno pochi diritti e nessun sindacato autonomo, la stampa non può mettere liberamente il naso nelle faccende scomode, ed è il governo ad avere in mano il potere di manipolare come crede l’opinione pubblica…
Un calderone, dunque. Dal quale piace prendere alcuni aspetti, in particolare se sono scenici. Per cui, grandi onori al cinema cinese e agli artisti cinesi, che tolti dal loro caotico contesto hanno un altro suono e aiutano a combattere la nostra noia, e a fornirci un sogno esotico, un “altro” migliore di noi. La letteratura, per contrasto, mostra in modo maggiore che per avvicinarsi a questo paese essere pigri non funziona: troppi i nomi difficili da pronunciare e tutti simili, troppi i riferimenti a cibi, storia e usanze del tutto sconosciute, troppa anche l’influenza di decenni di pensiero ingabbiato, e dunque, gli scrittori restano un po’ in disparte, a parte quelli che hanno imparato a scrivere per gli stranieri, esotizzando la banalità e sorvolando sulle differenze.
Quante Cine ci sono allora? Quella del nostro immaginario – oggi abbagliato, domani spaventato, dopodomani ancora ammirato. Un immaginario che parla di Cina influenzato in primo luogo dalla politica interna e da altri fantasmi comuni a certe latitudini, e che spera di trovare ad est chi ci tolga di torno l’arroganza americana – senza capire che quella cinese oggi è della stessa pasta, ma senza libertà di stampa od elezioni. La Cina cinese intanto è plurima, in modo così completo che ormai parlare solo di divario fra città e campagna non vuol più dire nulla: da regione a regione, da un numero civico all’altro della stessa strada, vi sono dei mondi. Vi è la Cina che sta preparando le Olimpiadi, nazionalista e fiera, cresciuta in una bolla di bugie, in cui tutte le umiliazioni e gli abusi vengono attribuiti agli “stranieri”, coltivando l’amnesia collettiva su quanto il governo ha inflitto ai suoi cittadini negli ultimi decenni. Poi c’è quella di Hu Jia e Zeng Jinyan, che trovano insopportabile la propaganda e l’amnesia ed hanno cercato di denunciarle ricorrendo ad internet. Marito e moglie, lui ora sconta tre anni e mezzo di prigione, mentre lei e la loro bimba di quattro mesi sono agli arresti domiciliari. In un complesso residenziale che si chiama BoBo Freedom City.
E quindi per capire, per conoscere, per potersi fare un’idea su “la Cina”, bisogna darsi tempo, ed avere pazienza.

questo aricolo è apparso oggi sul settimanale on-line www.differenza.org



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