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OLIMPIADI:DILEMMA BOICOTTAGGIO E MONACI IN PROTESTA 10/4/08

Nuove proteste di monaci davanti alla stampa nel Gansu, mentre il mondo si chiede che fare: boicottare o no la cerimonia di inaugurazione?

Junko Terao

Giovedi' 10 Aprile 2008
Mentre nel resto del mondo capi di stato e rappresentanti istituzionali si interrogano su quale sia la posizione migliore da prendere rispetto al governo di Pechino, in Cina i monaci sono tornati a protestare. Davanti a una delegazione di giornalisti stranieri in visita guidata, la seconda dall’inizio degli scontri, una cinquantina di monaci del monastero di Labrang, nel Gansu, hanno inneggiato al Dalai Lama gridando in lacrime “libertà”. I temerari in tunica amaranto hanno avuto a disposizione solo una decina di minuti prima di essere riportati all’interno del monastero da altri religiosi e dalla polizia. La protesta si è svolta proprio nel giorno i cui il governatore del Tibet, Qiangba Puncog, ha fatto sapere che i monaci protagonisti di un episodio simile nel tempio di Johkang, a Lhasa, il 27 marzo scorso, non saranno puniti. “Credo che sia naturale per qualcuno avere le proprie opinioni e parlare con i media ma quello che hanno detto non è vero”, ha detto, confermando anche che molti templi rimangono chiusi al pubblico. Puncog ha anche fornito il bilancio ufficiale degli arresti in seguito alle manifestazioni iniziate il 10 marzo: 953 le persone fermate, 403 i mandati di arresto più una lista di lista di 93 persone ritenute “responsabili” delle violenze, di cui 22 già catturate. Nella conferenza stampa tenuta a Pechino il governatore ha poi confermato il passaggio della fiaccola da Lhasa il 20 e 21 giugno. “La maggioranza del popolo tibetano - ha detto - è orgogliosa delle Olimpiadi di Pechino e sarà felice di accogliere la fiaccola”, aggiungendo che le proteste all'estero sono condotte “da un pugno di seguaci” della “cricca del Dalai Lama”. La fiamma, intanto, è arrivata a San Francisco, accolta da una prima manifestazione. Domani il Parlamento Ue dovrebbe approvare una risoluzione proposta da tutti i gruppi politici, tranne quelli di estrema destra, che condanna la repressione cinese nei confronti dei tibetani, chiede un'indagine indipendente, rinnova l'invito al Dalai Lama entro il 2008 e, soprattutto, chiede ai leader europei di valutare l’ipotesi del boicottaggio dell’inaugurazione se la Cina continuerà a rifiutare il dialogo con il leader tibetano. Nel frattempo ha parlato il presidente della Commissione europea Josè Manuel Durao Barroso, annunciando che nella sua visita a Pechino tra il 23 e il 25 aprile dirà che “il clima di repressione e di tensione in Cina è in contraddizione con la festa delle Olimpiadi”. “Esporrò chiaramente la nostra opinione alle autorità cinesi. Noi dobbiamo impegnare la Cina a fare di più per i diritti dell'uomo e la libertà di espressione” ha fatto sapere Barroso. Sul boicottaggio si sono espressi anche i 2 principali candidati premier italiani: “è una decisione che prenderemo in accordo con tutto il mondo Occidentale al momento opportuno” ha detto Berlusconi, mentre Veltroni non avrebbe “nulla in contrario se i leader europei decidessero di non presenziare all’apertura dei giochi, purchè sia una posizione comune”. Hanno ribadito il “no” al boicottaggio i rappresentanti dei Comitati olimpici nazionali, riuniti in assemblea a Pechino nei giorni scorsi. Sembra però che alcuni membri dell’Anoc, l’associazione che riunisce i 205 comitati, abbiano storto il naso perché nel comunicato di fine assemblea non compare nessun riferimento esplicito al Tibet. Addirittura uno dei membri ha spifferato alla stampa che il riferimento al Tibet, presente nella prima bozza del documento e poi cancellato, sarebbe scomparso dopo le pressioni degli organizzatori dei giochi. Nella versione definitiva il testo recita: “L'Anoc esprime la sua fiducia che il governo della Repubblica Popolare si impegnerà a trovare, attraverso il dialogo e la comprensione, una soluzione equilibrata e ragionevole ai conflitti interni nell' interesse dei Giochi e degli atleti”, mentre nella bozza, poi modificata, si leggeva la frase: «...il conflitto interno che affligge la regione del Tibet”. Il presidente dell’Anoc Mario Vazquez Rana ha respinto le accuse dell’anonimo collega, assicurando che si è trattata di una sua decisione dopo essersi reso conto di aver sbagliato a citare il Tibet perché “se non vogliamo che la politica si mischi con noi, noi dobbiamo rispettare la politica”.



Una versione ridotta dell'articolo è uscita oggi sui quotidiani locali del Gruppo l'Espresso



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