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DANZANDO CON MURAKAMI 11/03/08

Danza e teatro si intrecciano e si neutralizzano in Tutto di prima, lo spettacolo di Caterina Inesi ispirato al racconto dello scrittore giapponese, storia di un'impossibile ricerca del padre. Un corto-circuito di codici formali che, però, nasconde una sorpresa

Attilio Scarpellini

Martedi' 11 Marzo 2008
Una congerie di segni ricopre la scena di Tutto di prima, lo spettacolo che Caterina Inesi ha liberamente tratto dal racconto di Murakami Haruki Tutti i figli di Dio danzano. Ci sono, bianchi su nero, i disegni che il protagonista, Francesco Villano, traccia con mano incredibilmente sicura sul palcoscenico per identificare i personaggi principali della storia (senza dimenticare di nominarli nel modo più infantile e referenziale). Ci sono le riprese che dilatano l’immagine dell’attore e dei suoi movimenti in scena o che la dislocano negli inserti filmati da Francesca Neri Macchiaverna, immergendo l’intera vicenda nell’eterno presente di una riproducibilità illimitata che qui viene usata soltanto come frammentaria potenza (ma che esemplifica bene l’ossessione di fondo di molta scena postmodernista: spazializzare il tempo per disperderne la noia e fugarne la storicità). C’è una parola viva, detta – che racconta – ce n’è un'altra registrata e fantasmatica che ricorda, rompendo la parca economia dei dialoghi di Murakami per enfatizzare la solitudine del protagonista intento in una sua Telemachia che, come spesso accade, invece di ricondurlo al padre sconosciuto, lo porterà in un luogo inaspettato di se stesso. C’è la musica di Marco della Rocca che va e viene, mischiando rumori a ingannevoli melodie, e soprattutto, lungo tutto il percorso, c’è l’afasia di un movimento coreografico che nasce e muore per accenni, spasmodico e frustrante quanto può esserlo il sogno di saper giocare a pallone (“tutto di prima” è una traduzione italiana, cioè calcistica, di quella che nel racconto è la passione dominante di Yoshia per il baseball) rispetto alla capacità reale di farlo. Frustrante quanto può esserlo la favola consolatoria che fa del protagonista un superdotato figlio del cosmo, del mondo, di Dio – Yoshia il buono - rispetto alla certezza di possedere, come tutti, un padre (“tutto di prima”, dunque, anche in questo senso di antecedenza squisitamente biologica ed esistenziale). Ovunque un desiderio plastico sembra opporsi senza soluzione di continuità a una realtà prosaica: il sogno sale, la realtà scende, dove la danza si interrompe riprende il soliloquio. Che un racconto sull’identità resti sospeso sull’ambiguità dei codici che lo mettono in scena, in una specie di no man’s land tra il teatro (da cui proviene Villano) e la danza (da cui proviene la Inesi) è di certo l’aspetto più capziosamente demoniaco dello spettacolo. Tutto di prima fa di più: quei codici li mette in mora, cercando di rappresentarsi, di continuare malgrado tutto a raccontare, nelle pieghe del loro esaurimento. E finché la regista-coreografa resta in un angolo del palcoscenico a sorseggiare il the e a muovere l’obiettivo della videocamera, il partito preso della sua assenza elegantemente biancovestita (ma cosa c’è, in fondo, di più notevole, di più demiurgico?) dispiega tutto il suo fascino discreto, ma anche i limiti più flagranti di un’estetica della discontinuità. Lungi dal fondersi o dal ricostituire un equilibrio, infatti, i diversi linguaggi mobilitati sulla scena si smarcano e si distraggono a vicenda, riproducendo in un dialogo tra insoddisfazioni quell’acuto senso di insufficienza che spinge Yoshia lungo le rotte incerte della metropolitana di Tokyo a inseguire uno sconosciuto con un orecchio mozzato che potrebbe essere indifferentemente il padre o una banale allucinazione scaturita dal desiderio di incontrarlo. Madre oscura di tutte le immagini che si succedono, sullo schermo appare di tanto in tanto la mappa della rete metropolitana di Tokyo che, fitta di caratteri indecifrabili, ricorda una mappa genetica (che a sua volta somiglia a una vecchia scheda informatica IBM che a sua volta ricorda la scheda traforata di una pianola meccanica: voi siete qui, ma la traiettoria del vostro movimento, per non dire del motivo che nascondete in voi, vi sono ignoti). Ma con una specie di trasalimento, è proprio il motivo, la danza che finalmente prende il sopravvento: ed ecco Caterina Inesi che si alza dalla sua sedia, azzera i suoi monitor, e va sul fondo della scena, dove comincia a piroettare lentamente lungo lo schermo, come se volesse riavvolgere nella morbidezza del suo corpo il nastro del racconto. Per poi raggiungere Villano e danzare con lui, sulla sua linea d’ombra, negli ultimi minuti di spettacolo, trasformando quella che nel racconto è soprattutto una rivelazione del singolo – perché la danza è il motivo letteralmente centrale di Tutti i figli di Dio danzano – nell’evento di un’alterità che fino a quel momento la messa in scena aveva sapientemente negato. Se non è un’apoteosi, le assomiglia molto: forse soltanto nel codice si può ritrovare un po’ di libertà. Ma il codice va ancora reinventato dalla movenza che ne mette fuori gioco il sapere (come sosteneva Barthes, c’è un momento in cui bisogna cominciare a disimparare: e in questo senso Tutto di prima esce dalla danza per andare verso di essa). O come dice Murakami, più semplice e plastico, “danzare non è male”. E bisognerebbe farlo più spesso.



Tutto di prima
Regia e coreografia di Caterina Inesi
Con Francesco Villano
Musica di Marco Della Rocca
Immagini di Francesca Neri Macchiaverna
Voce Debora Riannetti
Luci di Lorena Cosimi
Visto al Teatro Furio Camillo di Roma

I romanzi e i racconti di Murakami Haruki sono pubblicati in Italia dall’editore Einaudi




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