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PROCESSO MONTECRISTO: LA SENTENZA 28/11/12 (IN INGLESE)

MONTECRISTO HIJACK TRIAL. NEW HEARING IN ROME 26/10/12

CASO MONTECRISTO: LA TERZA UDIENZA CONTRO I PRESUNTI PIRATI SOMALI A ROMA 27/06/12

CASO MONTECRISTO: SECONDA UDIENZA A ROMA 15/05/12

A ROMA IL PRIMO PROCESSO CONTRO PRESUNTI PIRATI SOMALI 23/3/12

DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEI RISCATTI PAGATI AI PIRATI SOMALI? LA RISPOSTA, PARZIALE, DI CHATHAM HOUSE

PIRATERIA SOMALA: L'UE PENSA A INTERVENTI ARMATI ANCHE A TERRA 11/01/11

LIBERATA LA PETROLIERA SAVINA CAYLYN. DA FEBBRAIO ERA NELLE MANI DEI PIRATI SOMALI 21/12/2011

TRIBUNALE ITALIANO PER I PIRATI DEL CORNO D'AFRICA 24/10/11

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SOMALIA, BOMBE USA SU DHOBLEY 04/03/08

Alle 3 della notte di lunedì tre bombe sono state sganciate da caccia Usa sul villaggio di Dhobley, nella Somalia meridionale. Obiettivo: "un presunto rifugio di noti terroristi"

Irene Panozzo

Martedi' 4 Marzo 2008

È successo di nuovo. Per la quarta volta in quattordici mesi, l'aviazione statunitense ha sganciato missili sulla Somalia meridionale. Obiettivo: "un presunto rifugio di noti terroristi". Alle tre di notte, ora locale, gli abitanti di Dhobley, villaggio della Somalia meridionale poco distante dal confine con il Kenya, sono stati svegliati da almeno due bombe lanciate, a detta degli anziani del villaggio, da un Ac-130 dell'aeronautica Usa. Tre case vengono colpite e almeno quattro civili uccisi. Tra di loro, pare, nessun terrorista o presunto tale.
Occasione dell'operazione la riunione nei paraggi di Dhobley tra alcuni leader della guerriglia antigovernativa somala, per lo più legati alle Corti Islamiche. Tra di loro ci sarebbe quasi certamente Sheikh Hassan Turki, capo del gruppo di islamisti che da alcuni mesi controlla Dhobley, personaggio con (pare) un certo peso e potere nella regione. La presenza di Turki, per quanto accompagnata da quella presunta di altri leader islamisti arrivati da Mogadiscio, sembra comunque un po' poco per giustificare un attacco aereo statunitense.
Ma così evidentemente non è: dal punto di vista di Washington, ogni mezzo è buono per cercare di mettere fuori gioco l'insurrezione islamista somala e impedire che possa arrivare a riassumere il potere, anche solo in un'area limitata del paese. Se poi nel frattempo qualcuno dei leader principali delle Corti o, meglio ancora, uno o l'altro dei presunti responsabili degli attentati del 1998 alle ambasciate Usa di Nairobi e Dar es Salam viene ucciso, meglio.
È per cercare loro che nel gennaio 2007 gli Stati Uniti hanno lanciato la prima azione militare Usa su territorio somalo dalla ritirata del 1994, dopo "l'incidente" del "Black Hawk Down". Erano passati pochi giorni dall'intervento in Somalia dell'esercito etiopico, accorso in aiuto alle istituzioni federali transitorie ormai asserragliate a Baidoa e accerchiate dalle Corti Islamiche, che nei sei mesi precedenti si erano assicurate il controllo di Mogadiscio e di buona parte della Somalia meridionale. Fin dall'inizio dell'operazione, era chiaro che Addis Abeba aveva ricevuto il semaforo verde da Washington. Ma ogni dubbio è stato fugato dai missili sganciati sulla regione a ridosso del Kenya da caccia Usa partiti dalla base di Gibuti, l'unica base militare americana su territorio africano, aperta nel 2002 come sede della Combined joint task force-Horn of Africa, nata con il compito di contrastare il terrorismo islamico in tutta la regione, Yemen compreso.
Che anche in Africa la priorità dell'amministrazione Bush sia stata la lotta al terrorismo è evidente a tutti. Governi africani compresi, che nonostante i tentativi di Bush, rinnovati anche nel suo ultimo viaggio nel continente, di porre l'accento sui fondi per la lotta all'Aids e alla malaria continuano a fare muro di fronte all'ipotesi di ospitare a casa loro il quartier generale del neonato AFRICOM, il Comando militare Usa per l'Africa. Che, al Pentagono si sono arresi, rimarrà quindi in Germania.

L'articolo è uscito oggi anche su Il Riformista



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