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IRAN-DEAL: ORA L’ARMENIA SPERA IN TEHERAN PER SPEZZARE L’ISOLAMENTO. SE PUTIN PERMETTE

NAGORNO-KHARABAKH: UP IN ARMS IN A FORGOTTEN CONFLICT

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Illuminati "di sponda" dai riflettori accesi sul Kosovo, ieri gli armeni nelle elezioni presidenziali hanno dato vittoria piena al premier Sarkisian (almeno per gli exit poll - l'opposizione denuncia brogli), nato in Nagorno-Karabakh: l'enclave armena in territorio azero che dalla guerra con Baku ha status congelato. Ora Erevan vorrebbe riconquistarla, rifacendosi a Pristina. (foto di C. Ronchini: Shushi, antica capitale del Karabakh, maggio 2007)

Barbara Yukos

Mercoledi' 20 Febbraio 2008

Sono andati alle urne dopo una campagna accesa, una delle più movimentate nella loro storia, 2,3 milioni di armeni, come se in gioco stavolta, più che ogni altra, ci fosse davvero il futuro del paese. Nelle mani del suo futuro presidente: quasi certa la vittoria del favoritissimo, attuale premier e ‘falco’ Serzh Sarkisian, ex capo dell’Esercito, che col suo Partito Repubblicano ha già conquistato una schiacciante maggioranza in parlamento nelle legislative di maggio scorso. Dalla sua ha la crescita del pil nell’ultimo anno, ma anche l’irrigidimento delle tensioni con i vicini. Ha votato infatti dopo anni di stallo su vari fronti, la piccola Armenia: due frontiere chiuse su quattro (verso Turchia e Azerbaijan), rapporti poco idilliaci a nord con la Georgia Nato-entusiasta di Saakashvili, l’economia in affanno nonostante il boom di alcuni settori (edilizia), gli approvvigionamenti energetici a rischio costante. Insieme all’attuale presidente in carica Kocharian, Sarkisian potrebbe seguire le orme della coppia Putin-Medvedev: scambio di ruoli. Entrambi sono nati in Nagorno-Karabakh, e questo ha contato molto anche se il tema è stato, al solito, poco presente nella campagna. Dove hanno prevalso i richiami a sviluppo, transizione, lotta alla povertà. Dal 1994 l’enclave armena in territorio azero, dopo una guerra feroce (migliaia le vittime) con Baku, vinta da Erevan, vive uno status sospeso. Cacciati gli abitanti musulmani, coi soldi della diaspora avanza ora la ricostruzione. I negoziati affidati al gruppo di Minsk (Russia, Francia, Usa) languono. Ma sabato, alla vigilia della dichiarazione d’indipendenza di Pristina, Sarkisian si è affrettato a far sapere che il non-riconoscimento del Karabakh segnalerebbe uno spiacevole “uso di doppi standard” da parte della comunità internazionale.
La vera notizia (non novità) della campagna è stato però il ritorno in politica di Levon Ter-Petrosian, che ha deciso di sfidare Sarkisian: primo presidente dell’Armenia indipendente, leader del Movimento Nazionale armeno, nel 1998 Petrosian dovette dimettersi proprio per le critiche sulla sua gestione della questione Nagorno-Karabakh, per molti troppo conciliante. Posizione mantenuta in questa campagna anche se non ostentata, mentre contro lo strapotere schiacciante del governo nei media ci si ingegnava a sfruttare altri mezzi di comunicazione: jingle, sms, internet.
Ma come sempre nella politica armena conta molto più ciò che sta fuori dai confini, vicino e lontano. Sono relazioni internazionali pericolose, quelle tenute in piedi contemporaneamente con grande abilità diplomatica negli ultimi anni da Erevan. Gli Usa che elargiscono fondi a profusione sperando di staccare gli armeni dalla sfera di influenza russa. La Russia che nessuno dei concorrenti vuole alienarsi, nonostante si sia schierata con Baku nella guerra del Karabakh: “Due candidati, per una Russia” commentava lunedì l’autorevole quotidiano russo Kommersant. E da Mosca vengono gli investimenti più massicci, dalle telecomunicazioni al nucleare, così come l’influenza culturale. A sud l’amico Iraniano, vero tubo d’ossigeno per l’asfittica economia armena e suo hub energetico insieme ai russi. Sbarrate invece le frontiere, oltre che a est con Baku, con la Turchia a ovest per la questione storica del genocidio armeno, che ora qualcuno qui si azzarda a dire vada superata.
Ma la chiave del voto, come sempre, sarà la diaspora: per un paese che ha più cittadini all’estero che dentro il proprio territorio. Milioni tra Europa (Francia), Russia, Usa, in maggioranza ricchi e favorevoli alla linea dura sul Karabakh, oggetto di nostalgia e poesia, visto come radice epica dell’Armenia al pari del Kosovo per i serbi. Lo stesso Sarkisian avrebbe speso 60mila dollari per far propaganda oltreconfine – usciti, pare, dalle tasche della potente lobby armena d’America, ben piazzata anche al Congresso.
Certo è difficile dire quanti sono tornati a votare dall’estero, e come al solito questo fa scattare ipotesi di brogli: l’opposizione, di fatto politicamente alle corde, ha lamentato irregolarità, annunciando una manifestazione di protesta per oggi. La sensazione generale è che lo scontento tra la popolazione interna sia ampio, e l’urgenza di sviluppo più forte dei nodi nazionalisti.

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