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DIMENTICARE MOUSSA

QUANDO LA TELENOVELA DIVENTA CASO DIPLOMATICO

Una fiction sui falsi Protocolli dei Saggi di Sion

Paola Caridi

Venerdi' 8 Novembre 2002
Non sappiamo, a tutt’oggi, quanta gente stia seguendo la telenovela “Cavaliere senza Cavallo”, che dall’inizio del Ramadan va in onda nelle ore di massimo ascolto. E l’incertezza, oltre alla mancanza di rilevazioni precise come quelle in Italia, è data dal fatto che il serial in questione va in onda su numerose emittenti. Sulla tv privata egiziana Dream, quella arrivata agli onori della cronaca di casa nostra per un talk show che recentemente ha toccato i temi sessuali, e anche sul secondo canale della tv di Stato. E poi, fuori d’Egitto, su El Manar, la tv via satellite degli hizbollah libanesi, e sulla Abu Dhabi Tv degli Emirati. Una diffusione, insomma, che rende impossibile qualsiasi tentativo di rilevazione che coinvolgerebbe, a questo punto, tutto il mondo di lingua araba.
Due fatti, comunque, sono certi. Che la telenovela interpretata da Mohammed Sobhi, attore caro a Saddam Hussein tanto da essere stato invitato a Bagdad per il suo compleanno, va in onda in una fascia da prime time. Cioè dopo l’iftar, il pasto che rompe il digiuno subito dopo il tramonto, e anche prima del sohour, l’altro importante pasto che precede l’alba. Secondo elemento: la fiction si era già fatta una discreta pubblicità prima ancora di partire con la programmazione del Ramadan. Soprattutto per il caso diplomatico che intorno all’argomento si è scatenato. Sia per le pressioni delle associazioni ebraiche sia per quelle ricevute qui in Egitto direttamente da Washington. Motivo: il teledramma è liberamente tratto dal Protocollo dei Savi di Sion, il pamphlet antisemita redatto dai servizi segreti dello zar di Russia alla fine dell’Ottocento. Alle numerose domande fatte dai giornalisti riguardo all’uso del pamphlet, vale per tutti la risposta che Sobhi ha dato al popolare settimanale egiziano Rose el Youssef: che, in ogni caso, 19 dei 24 protocolli erano stati messi in pratica. Un modo per parlare, e in maniera chiara, di quello che succede in terra di Palestina.
“Cavaliere senza Cavallo” continua, comunque, ad andare in onda. Nonostante le pressioni di Israele, Stati Uniti e associazioni ebraiche. E i giornali del giorno dopo, anzi, non hanno sopito la polemica. Come dimostra un editoriale comparso su Al Ahram, in cui si chiede a Israele – prima di spingere per la sospensione della telenovela – di fermare i “massacri da voi commessi contro un popolo disarmato”.
La programmazione del Ramadan, però, non si ferma a “Cavaliere senza Cavallo”. Perché la televisione in tempo di Ramadan brucia sul piccolo schermo quello che da noi si produce e si fa vedere in un anno. Come se Incantesimo, Distretto di Polizia, Il commissario Montalbano e Un medico in famiglia andassero in onda tutti nello stesso mese: tutti i giorni alla stessa ora. C’è altro, insomma, oltre alla soap di Sobhi, controverso attore che calca le scene da almeno trent’anni. E bisognerà vedere, alla resa dei conti della fine del Ramadan, chi avrà vinto nella competizione tv e nelle discussioni giornalistiche e di strada che dalle musalsalat avranno origine. Come quella, dura, che l’anno scorso ebbe per tema la poligamia, originata da una telenovela che parlava – appunto - di un uomo alle prese con le sue mogli, i suoi problemi quotidiani e le difficoltà finanziarie di mantenere più famiglie.



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