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Reportage dalla capitale armena, dove l'antico centro rischia di scomparire sotto le ruspe, tra cemento e business (foto di C. Ronchini)

Lucia Sgueglia

Sabato 3 Novembre 2007
Dicono che quando il vento d’estate spazza le vie della vecchia Yerevan, insinuandosi con foga tra la luce ocra del tramonto, il pulviscolo sottile che porta con sé sia sabbia che viene da Oriente. Per questo sa di spezie, incensi e carovane. Forse le vecchie col fazzoletto nero stretto in testa, che da sempre si ostinano a ramazzar gli usci con piccole scope in saggina, confidano invece nell’altra metà dell’animo armeno, quella che guarda a occidente e non alle steppe asiatiche. Ma oggi, quella polvere che al calar del sole inonda il centro della mitica «città rosa», la più antica di tutta l’ex Unione Sovietica, ha ben altro profumo e provenienza. Arriva dalle decine di cantieri spuntati come funghi negli ultimi due anni nella capitale armena, che ne stanno mutando rapidamente il volto. E rendono l’aria sempre più irrespirabile nello storico Kentron, tanto che gli ambientalisti gridano al rischio desertificazione.
Proprio là, in mezzo alle ruspe, vive Emma Hoeyan, 90 anni suonati: “La vecchia Yerevan? Ormai sono rimasta soltanto io, e più vecchia di così…”. L’ironia di chi ha visto succedersi tre epoche, l’orgoglio di un cognome arcaico che persino gli armeni faticano a pronunciare. La sua casa è la più antica rimasta in piedi in tutto il centro ottocentesco, nato con gli zar. “Vedete? È scritto qui”, ci mostra una targa sbiadita accanto al suo portone in legno bianco fittamente intarsiato. È in cirillico, data all’epoca sovietica: “edificio di interesse storico nazionale”.
Emma è convinta che la proteggerà. Molti suoi vicini però sono già fuggiti, allettati dagli alloggi di periferia offerti a poco prezzo dal Comune. Per il quale, evidentemente, quelle targhe valgono ben poco. Se ne vedono parecchie passeggiando in questa zona, affisse su palazzine nobiliari di cui rimane solo la facciata. Come una quinta teatrale. Il nuovo piano regolatore approvato nel 2006, in pochi mesi ha stravolto la planimetria urbana: già spianate le ultime contorte viuzze medievali intorno a Piazza della Repubblica (ex piazza Lenin), spariti parchi e giardini che ombreggiavano da secoli la città. Un luogo cantato da poeti e artisti per la sua atmosfera unica, intrisa di suggestioni orientali ed europee, asiatiche e caucasiche, che nemmeno i sovietici in settant’anni di realsocialismo erano riusciti a cancellare.
Ai lati di viale Abovyan, cuore dello struscio cittadino coi suoi celebri caffè all’aperto, in enormi crateri sventrati decine di manovali lavorano alacremente tra macerie e gru per tirar su grattacieli in vetro e cemento nero, megacentri commerciali, hotel extralusso, residence e uffici per i nuovi ricchi. Yerevan è in pieno boom edilizio. Curioso per un paese che, dopo la guerra degli anni novanta con l’Azerbaijan, ha ancora due frontiere chiuse su quattro. Eppure l’economia fiorisce (13,4% quest’anno), i prezzi immobiliari schizzano alle stelle. E il re del mattone, lo sanno tutti, è Gagik Tsarukian: l’uomo più ricco d’Armenia, proprietario di una quarantina di aziende, dalla birra agli aerei al celebre cognac allo sport. Per qualcuno, una fortuna accumulata troppo in fretta. Noto per le sue bizzarrie e il dubbio gusto, c’è lui dietro il drastico maquillage della nuova Yerevan. Enormi manifesti col suo faccione pendono nei cantieri: una pubblicità che gli ha fatto comodo a maggio scorso, quando il suo partito Armenia Prospera, nato dal nulla un anno prima, si è piazzato secondo alle elezioni. In teoria Gagik sta all’opposizione, ma è grande amico del presidente Kocharian che ne favorisce gli affari. Tra le ditte costruttrici che si son impadronite della città ci sono anche i vecchi amici russi (sempre primi negli investimenti), i nuovi amici iraniani che preparano qui un buen retiro in caso di guerra, poi gli italiani del nuovo Hotel Golden Tulip su Abovyan, e americani che hanno piantato bandiera giusto in piazza Lenin, nell’Armenia Marriott Hotel, il più costoso della città.
Ma a chi sono destinati tanti metri quadri di lusso? Qualche turista comincia ad arrivare, complice un paese dalla natura e cultura eccezionali: europei, francesi soprattutto, e ancora statunitensi. Molti sono figli della ricca diaspora, e vogliono comprare una casa in centro anche se non ci abiteranno mai. La nuova Yerevan, insomma, rischia di restar vuota.
“Non temete, la vecchia Yerevan non morirà” assicura il sindaco Zakharian. Più volte in diretta tv ha promesso di salvare la memoria cittadina con un progetto a dir poco bizzarro: conservare tutti i mattoni dei palazzi demoliti, dopo averli numerati uno ad uno, per poi ricostruire una città storica artificiale fuori dal centro. “Una specie di disneyland architettonica a uso e consumo dei turisti, una riserva culturale”, denuncia indignato Ruben Arevshatyan, curatore di importanti mostre d’arte anche all’estero: “un’idea aberrante”. In attesa del trasloco, dice, le pietre sarebbero accumulate in un deposito segreto: “Ma nessuno sa dove si trovi. Molti sospettano sia una bufala, inventata dal comune per difendersi dalle critiche”. Però i mattoni numerati ci sono. Li abbiamo visti coi nostri occhi nelle stradine polverose intorno ad Abovyan, dove sopravvive miracolosamente anche qualche dacia in legno, nascosta da cortili interni tra rose e lillà. “Ancora per poco”, teme Nazareth Karoyan, critico d’arte e architettura, tra i pochi ad aver protestato per lo scempio del passato: “Molte costruzioni sono illegali, ma purtroppo qui non esistono gruppi preservazionisti come a Mosca, capaci di far lobby su media e istituzioni”. E ormai, aggiunge amareggiato, “la vecchia Yerevan appartiene alla storia: tutto è già distrutto, c’è pochissimo da recuperare”.
Del resto il trasformismo è nel dna stesso di questa città, spiega, “che ha uno spirito giovane anche se fu fondata 2790 anni fa, perché fu distrutta e ricostruita decine di volte”. Già, Yerevan è vecchia quanto Babilonia e più di Roma, per qualcuno Noè dopo il diluvio abitò proprio qui. Nel medioevo diventa tappa sulla via della seta, e da allora conosce decine di invasioni: arabi, turchi selgiuchidi, persiani, ottomani, che ogni volta la radono al suolo. Senza contare i terremoti: questa è zona sismica, vallo a dire ai palazzinari. A inizio ottocento, quando arrivano gli zar, è ancora poco più di un villaggio, che dell’eredità islamica conserva bazar, moschee, colori, suoni e aromi. Fiorisce allora la sua anima europea, nuove industrie e attività attirano russi, arabi, greci, francesi, iraniani.
Sotto il dominio sovietico è uno dei pochi luoghi non conquistati dal grigiore: merito di Aleksander Tamanyan, l’architetto che nel 1924 firma il primo piano regolatore, sposando il rigore comunista al calore della pietra in tufo rosa locale, la razionalità occidentale a suggestioni asiatiche. Per sfondo l’Ararat, con le sue nevi perenni. Ancor oggi Tamanyan è un eroe nazionale: una grande statua a Cascade lo celebra, regolo e compasso alla mano, chino sulla mappa cittadina. Dagli anni Trenta esplode l’architettura sovietica: dal futurismo eccentrico dell’aeroporto a esperimenti avanguardisti che attirano l’attenzione internazionale, come il palazzo costruttivista del Kgb e quello della Gioventù recentemente demolito, o il cinema Rossija. I casermoni popolari restano confinati in periferia. “Il Partito fu benevolo con noi armeni, guardiani della Cortina di Ferro a sud dell’Impero… ora Yerevan rischia di tornare una città di polvere”, Emma accosta il volto rugoso alla finestra, ma non guarda fuori.

Oggi su Ventiquattro, il mensile del Sole24ore



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