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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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HIBAKUSHA, PALADINI DELLA MEMORIA 5/8/2007

Oggi impegnati nel diffondere la cultura anti-nucleare in tutto il mondo, i sopravvissuti all'atomica hanno impiegto anni per uscire dal silenzio

Junko Terao

Domenica 5 Agosto 2007

“C’è stato un lampo nel cielo poi, improvvisamente, ho visto le fiamme levarsi tutt’intorno. Poco dopo un’enorme nuvola di fumo ha cominciato a salire verso l’alto”. Al momento della deflagrazione Saeki Toshiko, allora ventenne, stava rientrando a casa. “Ho cominciato a correre e sulla strada ho incontrato un uomo che camminava nella direzione opposta. Era nudo e con le mani si teneva un pezzo di metallo sopra la testa per proteggersi. E’ stato lui a riconoscermi e solo quando mi ha parlato ho capito che era mio fratello. La gente intorno urlava e si lamentava e chi non era ferito non prestava soccorso ma si dava da fare per raccogliere i cadaveri. I morti, irriconoscibili, venivano divisi in base ai brandelli di vestiti che avevano ancora addosso: se erano abiti femminili venivano ammuchiati da un lato, se maschili dall’altro. Non ero in grado di capire se tra quelli c’erano anche i miei familiari. Ne ho persi tredici, incluso mio fratello”. Gli hibakusha, come vengono chiamati i superstiti dei bombardamenti atomici, condividono non solo un’esperienza unica e terribile, ma anche il vocabolario per raccontarla: le parole per descrivere quello che hanno vissuto si ripetono inevitabilmente. Oggi molti di loro sono impegnati a diffondere la memoria della bomba portando testimonianze come questa nelle scuole e nelle università di tutto il mondo, ma nel primo dopoguerra la situazione era diversa. Per anni hanno vissuto nell’ombra, emarginati da una società che voleva seppellire con loro il ricordo della guerra. Poco si sapeva del nuovo ordigno e cominciò a circolare il sospetto che gli effetti delle radiazioni potessero essere contagiosi. Fino alla fine dell’occupazione americana, nel ’52, la censura aveva impedito non solo la circolazione di testimonianze e immagini delle due città colpite all’interno del paese, ma anche la diffusione delle ricerche dei medici che assistevano le vittime. Furono le amministrazioni locali sull’orlo del collasso a offrire le prime cure. Dal canto suo il governo centrale attese anni prima di fornire assistenza. La commissione statunitense per le vittime dell’atomica creata all’inizio del ’47, invece, aveva come unico scopo la registrazione dei dati sugli effetti biologici delle radiazioni. Gli scienziati sottoponevano gli hibakusha a visite mediche senza curarli, per poi mandare i dati raccolti negli Stati Uniti. Una situazione di frustrazione che si sommava a una già difficile convivenza con gli effetti delle radiazioni: cheloidi, diarrea, emorragie, alopecia e il terrore costante di ammalarsi improvvisamente. Solo col passare del tempo e la nascita del movimento anti-nucleare a metà degli anni ’50 gli hibakusha hanno cominciato a rompere il silenzio. La prima occasione per raccontare pubblicamente le loro esperienze fu la conferenza contro l’atomica del ‘55 . Da allora sono nate numerose associazioni che, raccolte nella confederazione Hidankyo, hanno condotto importanti battaglie per i diritti a un’assistenza medica speciale e al risarcimento per i danni subiti. In questo sono appoggiati dalle autorità locali: i sindaci di Hiroshima e Nagasaki, di qualsiasi parte politica, sono da sempre in prima linea nella campagna anti-nucleare. Lotta per i diritti ma non solo: parallelamente sono infatti nate associazioni di testimoni che, proprio come Toshiko, offrono i loro racconti per preservare una memoria che rischia di svanire.



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