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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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Alle urne per il rinnovo della Camera Alta

Junko Terao

Domenica 29 Luglio 2007

Il vortice degli scandali che sta travolgendo il governo giapponese di Abe Shinzo non sembra dare tregua. Nemmeno alla vigilia del voto di oggi per il rinnovo di metà della Camera Alta. Dopo una serie infinita di scandali e gaffes che nei dieci mesi di governo hanno fatto precipitare la popolarità di Abe dal 70% al 30%, l'ultimo in ordine di tempo riguarda il neoministro dell’Agricoltura Akagi. Ironia della sorte, Akagi era entrato in carica per sostituire Matsuoka, che, coinvolto in uno scandalo finanziario molto simile a quello cui è ora legato il suo successore, si è tolto la vita lo scorso maggio. Akagi, coi suoi due gruppi di supporto del Partito Liberal Democratico, è accusato di aver gonfiato le ricevute delle spese organizzative per ottenere più finanziamenti politici. Il neo-ministro rischia fino a cinque anni di prigione e una multa di un milione di yen. Ma a farne davvero le spese è il consenso degli elettori al Partito Liberaldemocratico (PLD) presieduto dal primo ministro Abe, ormai in caduta libera.
I sondaggi parlano chiaro e gli analisti concordano sulla disfatta del partito che guida il Giappone quasi ininterrottamente dal 1955. Tanto che da tempo le previsioni non sono più sull’esito favorevole o meno per il governo, ma sull’entità della sconfitta: col voto di domenica il PLD deve ottenere una cinquantina di seggi per avere la maggioranza al Senato, ma secondo i sondaggi non arriverà a 40. Senza la maggioranza alla Camera Alta, che rispetto alla Camera Bassa ha poteri limitati e non può far cadere il governo, in teoria Abe potrebbe restare al suo posto. Tuttavia, se le previsioni peggiori si avvereranno, si prospetta un terremoto politico e le dimissioni di Abe verranno chieste a gran voce. Il partito ha fatto sapere di essere disposto a mantenerlo a capo del governo purché si ottengano almeno 40 seggi e ci sia un rimpasto a settembre. Dal canto suo il premier ha dichiarato che, comunque vadano le cose, non lascerà. Del resto, nel caso Abe fosse costretto a dimettersi, si creerebbe un vuoto di leadership in un momento dell’anno simbolicamente importante: la prossima settimana, infatti, si terranno le cerimonie di commemorazione dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e, il 15 agosto, quelle della fine della guerra.
Attorno alle cerimonie si concentrerà l’attenzione dell’opinione pubblica e, se il primo ministro non dovesse presenziare, non solo il governo e il PLD perderebbero un’occasione importante a livello di immagine, ma l’assenza del premier ne farebbe risaltare la debacle. Secondo alcuni analisti Abe aveva addirittura deciso di prolungare la sessione parlamentare appena conclusa per poter far slittare di una settimana il voto per il rinnovo della Camera Alta e trovarsi a ridosso di questi appuntamenti senza i tempi tecnici per l’elezione di un nuovo premier. Probabilmente la leadership di Abe durerà ancora per un po’, ma la realtà è che senza la maggioranza alla Camera Alta il governo difficilmente potrà portare avanti l’attività legislativa senza scendere a compromessi con l’opposizione.
Secondo i sondaggi il Partito Democratico, il maggior partito d’opposizione, otterrà il 32% dei voti mentre il PLD solo il 20%. In uno scenario che pare ormai già scritto, la vera novità è che per la prima volta nella storia politica giapponese la popolarità del governo è in calo nelle zone rurali, tradizionali roccaforti di consenso del PLD. Le previsioni dicono che una parte dell’elettorato delle campagne voterà per il Partito Democratico. Una situazione impensabile fino a pochi anni fa su cui ha pesato lo scandalo delle pensioni scoppiato a maggio. L’Agenzia per le assicurazioni sociali, l’Inps giapponese per intenderci, ha ammesso di aver “smarrito” 50 milioni di dati relativi ai versamenti dei contribuenti... Una clamorosa rivelazione che la popolazione rurale, la cui età media è particolarmente elevata, difficilmente lascerà correre. C’è da dire che il malcontento aveva già cominciato a dilagare con la politica di liberalizzazione del commercio agricolo messa in atto dall'ex premier Koizumi che, per “corteggiare” l’elettorato incerto delle grandi aree urbane, aveva trascurato i fedelissimi.
Sembra proprio che i giapponesi siano stanchi e abbiano sete di cambiamento. L’economia ha da tempo ripreso a crescere ma le disuguaglianze sociali, altro aspetto che caratterizza il Giappone del XXI secolo, e il futuro incerto della “generazione perduta” fatta di Neet (Not in employ, education and training) e impiegati part-time malpagati, richiedono una svolta. Chissà che il voto di oggi non sia un inizio.



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