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La grande scommessa nasce in realtà quest’estate, quando, a fine luglio, il Partito democratico del Giappone di Naoto Kan e il Partito liberale di Ichiro Ozawa decidono di fondersi per sfidare la Balena Gialla

Emanuele Giordana

Venerdi' 7 Novembre 2003

Non basta prendere un paio di partiti d’opposizione, aggiungere se possibile un programma comune, shekerare, e ottenere un Ulivo seppur in forma Bonsai.
Visto dall’Italia, l’esperimento maturato in Giappone in questi mesi, il tentativo cioè di costruire un’opposizione progressista credibile all’inossidabile Balena gialla liberaldemocratica, è ancora piuttosto fragile. Ma se anche questa volta, alle elezioni di domenica, il Partito liberaldemocratico (Ldp) e i suoi alleati del Nuovo Komeito e del Nuovo partito conservatore dovessero spuntarla (così dicono i sondaggi), una sterzata al monotono panorama politico giapponese potrebbe pur essere impressa. Aiutata dalla riforma della legge elettorale che nel ’94, sull’onda di un’effimera vittoria delle opposizioni alle elezioni, aveva eliminato i collegi plurinominali. Spingendo una democrazia bloccata ad avviarsi, seppur tiepidamente, sulla strada del bipolarismo.
La grande scommessa nasce in realtà quest’estate, quando, a fine luglio, il Partito democratico del Giappone di Naoto Kan e il Partito liberale di Ichiro Ozawa decidono di fondersi per sfidare la Balena Gialla. Per creare un nuovo Giappone, dicono, basato su un reale cambio nel modo di governare che superi l’attualmente mera alternanza di primi ministri liberaldemocratici. La sfida è lanciata.
Una sfida però non basta. Costruire una coalizione è un’altra cosa e, per ora, siamo lontani. Se già è stata dura unire due partiti, non è sufficiente che gli uomini di Kan E Ozawa votino contro, assieme a socialisti e comunisti, all’invio di truppe in Iraq. Tra i democratici e i puri e duri del vecchio Partito comunista (è del ’22), le diversità sono tante. A cominciare dal termine mineika: privatizzazione. Fa notare l’editorialista Hussain Khan che Koizumi, il premier in carica e sfidante numero uno del partito liberaldemocratico, ha promesso la privatizzazione delle Poste. Il Partito democratico, nel suo “manifesto” elettorale, preferisce evitare di parlarne. Rilanciando su un aumento dell’occupazione e politica fiscale. I comunisti, invece parlano apertamente di mineika. Per dire che sono contrari tout court visto che, nel caso delle Poste, priverebbe i cittadini di una forma di risparmio garantita dallo Stato.
Così proprio i comunisti “sono stati l’elemento su cui hanno campagna i liberaldemocratici - dice Corrado Molteni che insegna alla Statale di Milano - Accompagnando le critiche alla domanda: come farete a governare con loro”? E i comunisti nipponici, aggiunge, non sono esattamente dei Bertinotti con gli occhi a mandorla, “ma tradizione da centralismo democratico e comitato centrale”.
Del resto anche Koizumi ha le sue gatte da pelare perché, pur se la sua coalizione è monoliticamente rappresentata dal suo solo partito con qualche appoggio minore, il Ldp è tutt’altro che una nave stagna. Così anche Koizumi ha fatto ricorso all’arte della parola: il premier ha promesso che il servizio postale sarà privatizzato nell’aprile 2007. Ma nel manifesto del Ldp si parla di un più imminente 2004. Un compromesso – scrive ancora Khan – per non scontentare le diverse correnti del partito. Che è difficile tenere a bada.
Come che sia, la battaglia elettorale di domenica dovrebbe segnare, sia per i liberaldemocratici di Koizumi che per i democratici di Naoto Kan, una crescita in numero di seggi a tutto svantaggio delle formazioni minori. E dunque, anche se Koizumi dovesse farcela, un punto in più verso un maggior equilibrio politico in direzione di un possibile ricambio. Quel che sondaggi e opinionisti mettono in luce, comunque, è una certa apatia, soprattutto dell’elettorato giovanile. Poco eccitato da un panorama politico ancora piuttosto statico e opaco dove la percentuale degli indecisi resta elevata. Rie Yano, 21 anni, universitaria, ha detto alla Bbc che è “difficile farsi un’opinione perché un mucchio di partiti sembrano avere le stesse idee”. Idee diverse in coalizioni diverse? No. Il problema è che alla giovane studentessa sembra che destra e sinistra, governo e opposizione, liberaldemocratici e democratici, dicano le stesse cose.

Questo articolo è uscito nell'edizione odierna de Il Riformista



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