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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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Emanuele Giordana

Lunedi' 3 Novembre 2003

"Nihon! Ugokase". Si potrebbe forse tradurre con "Giapponesi! E' ora di darsi una mossa". Ed è lo slogan che Junichiro Koizumi lancia sorridente negli spot televisivi che vanno in onda in questi giorni nel paese del Sol Levante. Fin dalla sua vera apparizione come nuova carta del vecchio e conservatore Partito liberaldemocratico, cinquant'anni di quasi ininterrotto governo, Koizumi si è presentato agli elettori giapponesi come il vero riformista di cui la politica nipponica aveva bisogno. Adesso gli resta una settimana per convincere quel 50% di elettorato che, secondo i sondaggi, è ancora indeciso. Domenica prossima il Giappone va alle urne e per Koizumi la scommessa è doppia. Lui vuole continuare ad essere premier e il suo partito, possibilmente, deve ottenere abbastanza voti da non dover subire il ricatto di altre formazioni. La faccia del riformatore Koizumi ce l'ha. E anche la sostanza, se si considera che ha preso in mano nel 2001 un paese che stava affondando e che adesso, se non veleggia col vento in poppa, almeno ha lo scafo sopra il livello di galleggiamento. Ma dimostrare che anche il suo partito si è dato una mossa…questa è un'altra storia. E una settimana non basterà.
Quando nel 2001 Koizumi diventò il premier del nuovo corso nipponico, aveva promesso di tirare fuori il paese dalla crisi iniziata nel '97 in Asia e che aveva trascinato Tokio, e soprattutto il suo sistema bancario, al collasso. Aveva anche promesso una nuova e più aggressiva politica estera che contraddicesse lo slogan: gigante economico, nano polittico. E si era impegnato a una lotta senza quartiere alle correnti della "Balena gialla", come il Ldp viene chiamato. Qualche punto a suo può segnarlo. Ma non tutte le ciambelle sono riuscite col buco.
L'economia
La crisi economica è, diciamo, governata. Le banche sono ancora in affanno ma hanno il fiato più lungo. I consumi, anche se lentamente, sono ripresi. Negli ultimi mesi la crescita dell'economia ha sfiorato il 4%: assai meglio che in America o in Europa. La borsa a ripreso a marciare dalla primavera scorsa. Insomma qualche cosa si muove. Koizumi vuole andare avanti e ha promesso persino di privatizzare le poste, un colosso burocratico imponente e che conta per il suo partito anche in termini di voti. Quanto alla politica monetaria, l'industria giapponese lo accusa di avere uno yen troppo forte rispetto al dollaro, mentre gli americani lo accusano di venderne dosi massicce sul mercato per tenerlo artificialmente basso. Koizumi si barcamena, tra le pressioni interne e quelle esterne che gli arrivano dal suo più importante alleato.
La politica estera
Quello della politica estera è un settore che Koizumi non ha tralasciato. Si è schierato con Bush nella guerra al terrorismo e gli ha promesso soldi e uomini per l'Iraq. Rispetto ai soldi è tra i contribuenti più generosi. Coi soldati già meno, perlomeno in campagna elettorale. Benché Koizumi abbia spinto parecchio sul pedale del nazionalismo e anche sulla rinascita militare del Giappone, la guerra all'Iraq è sempre stata ostica da digerire anche in l'Asia orientale. Per ora dunque, l'argomento è passato in seconda fila, ma dopo le elezioni manterrà la promessa.
Gran daffare si è dato anche all'Onu, con un lavorio di lobby per tentare l'avventura del posto in consiglio di sicurezza. Nell'area ha giocato bene le carte sulla questione coreana: mostrando il volto flessibile del negoziatore, ma anche quello duro di chi non è disposto a pagare qualsiasi prezzo (come nel caso dei nipponici sequestrati da Pyongyang). Naturalmente tutto ciò non è stato indolore e le sue visite rituali al santuario Yasukuni (consacrato ai caduti ma che ospita anche le spoglie di criminali di guerra) gli è costato più di una critica. Sia in Giappone che, soprattutto, all'estero.
La promessa riformatrice
Infine la riforma del partito e l'abolizione delle correnti. Una promessa impegnativa (anche perché Koizumi fa parte come tutti di una fazione) e riuscita solo a metà. Koizumi sa bene che molto si gioca su questa promessa, perché le fazioni sono il simbolo del potere personale della vecchia guardia e dei capibastone che poi impongono all'esecutivo i propri uomini, strettamente legati a clientele e al mondo del business. Per convincere l'elettorato giovanile, cui Koizumi punta, la sua sfida deve quindi risultare credibile e, per ora, ancora non lo è. Tutti ricordano che nel febbraio del 2002 licenziò il suo ministro degli esteri, la giovane e senza peli sulla lingua, Makiko Tanaka. E lo fece proprio perché Makiko aveva offeso le vecchie consorterie di partito e i dinosauri della burocrazia statale. Benché, durante l'ultimo rimpasto, Koizumi abbia privilegiato onestà e competenza rispetto alle vecchie logiche delle fazioni, la candidatura rivale dell'indipendente Tanaka potrebbe dargli qualche problema. Come quella di Naoto Kan, leader del Partito democratico, costola nata del Ldp, sull'onda di una mani pulite locale. Che l'elettorato non ha dimenticato.

Questo articolo è uscito sul numero odierno de Il riformista



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