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MONTECRISTO HIJACK TRIAL. NEW HEARING IN ROME 26/10/12

CASO MONTECRISTO: LA TERZA UDIENZA CONTRO I PRESUNTI PIRATI SOMALI A ROMA 27/06/12

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A ROMA IL PRIMO PROCESSO CONTRO PRESUNTI PIRATI SOMALI 23/3/12

DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEI RISCATTI PAGATI AI PIRATI SOMALI? LA RISPOSTA, PARZIALE, DI CHATHAM HOUSE

PIRATERIA SOMALA: L'UE PENSA A INTERVENTI ARMATI ANCHE A TERRA 11/01/11

LIBERATA LA PETROLIERA SAVINA CAYLYN. DA FEBBRAIO ERA NELLE MANI DEI PIRATI SOMALI 21/12/2011

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SUORE RAPITE, NESSUNA NUOVA 12/11/08

E' GUERRA A MOGADISCIO 01/04/07

Terzo giorno di scontri ieri nella disastrata capitale della Somalia. Battaglia intensa, come non si era mai vista negli ultimi 15 anni, i peggiori della storia dell'ex colonia italiana

Irene Panozzo

Domenica 1 Aprile 2007

Terzo giorno di combattimenti massicci, i peggiori degli ultimi quindici anni. Truppe etiopiche, secondo alcune fonti militari almeno 2500 uomini, che appoggiate da elicotteri d’assalto e artiglieria pesante continuano assieme alle forze governative somale l’offensiva su larga scala contro non meglio specificati “insorti”. Ospedali al collasso, che non riescono più a far fronte al gran numero di feriti, soprattutto civili, che continuano ad arrivare incessantemente da giorni. Migliaia di persone in fuga dalla città, nel tentativo di salvare il salvabile.
Così si presentava ieri Mogadiscio, capitale distrutta di uno stato senza pace. Dopo tre giorni di scontri, è ormai quasi impossibile tenere una contabilità precisa delle vittime. Le stime, necessariamente approssimative, parlano di circa un centinaio di morti e di almeno 400 feriti. I profughi invece sarebbero in tutto circa 57mila, di cui 12mila solo nell’ultima settimana. E in molti, ha denunciato ieri Human Rights Watch, sarebbero incappati nelle maglie di un programma segreto di detenzioni arbitrarie e maltrattamenti vari messo in atto da Usa, Etiopia e Kenya.
Nemmeno nei momenti più bui della guerra tra clan per il controllo della città e dell’intervento delle Nazioni Unite all’inizio degli anni Novanta gli scontri avevano raggiunto una tale intensità. Ieri gli attacchi sono iniziati nel cuore della notte, alle 3 ora locale. Un massiccio lancio di artiglieria pesante ha preso di mira in particolare la zona nord della città. I mesi di pace e di sicurezza che Mogadiscio aveva vissuto dopo la vittoria delle Corti Islamiche lo scorso giugno sono ormai un lontano ricordo. E gli scontri di questi giorni, che sono solo gli ultimi e i più intensi di una lunga teoria di attacchi mirati da entrambe le parti che durano da inizio anno, sono un triste (ma prevedibile) risultato dell’intervento etiopico. Che, stando alle dichiarazioni ufficiali di Addis Abeba, sarebbe dovuto servire a sconfiggere “gli islamisti legati ad al-Qa’ida”, sostenere le “legittime istituzioni transitorie somale” e portare la pace.
Nulla di tutto questo è finora successo. L’Etiopia, che doveva rimanere in Somalia poche settimane per permettere alle istituzioni transitorie somale di entrare per la prima volta a Mogadiscio e assicurarsi il potere, è ancora nel paese. Le Corti Islamiche hanno sì battuto velocemente in ritirata, ma non è detto che siano state realmente sconfitte. Anzi, stando a quanto dichiarato ieri dal portavoce del presidente ad interim Abdullahi Yusuf, ci sarebbe al-Qa’ida dietro alla resistenza armata alle truppe etiopiche e alle forze governative. Che però pare essere composta in larga parte dalle milizie affiliate al clan più potente di Mogadiscio, gli Hawiye. Le truppe ugandesi, prima tranche delle forze di peacekeeping che l’Unione Africana ha promesso di mandare in Somalia, sono già state prese di mira più volte da quando sono arrivate a Mogadiscio poche settimane fa e ora rimangono chiuse nella loro base nei pressi dell’aeroporto. Mentre gli altri paesi africani si guardano bene da confermare la loro partecipazione alla missione di pace.
L’insostenibile situazione di Mogadiscio assomiglia sempre di più a una vera e propria guerra. Diversa è l’opinione, citata dall’agenzia Reuters, di Abdikarin Farah, ambasciatore somalo in Kenya. Quella degli ultimi giorni, ha detto il diplomatico, è solo un’operazione di sicurezza limitata a “un piccolo settore della città dove i terroristi si sono asserragliati”. Una versione smentita però dall’accorato messaggio che la redazione di Radio Shabelle, una delle principali emittenti indipendenti della Somalia, ha pubblicato ieri mattina sul suo sito. “A causa dei combattimenti che si vanno sempre più intensificando”, hanno scritto i giornalisti, “stiamo avendo sempre maggiori difficoltà a fare il nostro lavoro. I nostri giornalisti”, continua la nota, “sono ora tra quei civili che cercano di fuggire dalla città. Colpi di artiglieria sparati indiscriminatamente da entrambe le parti rendono ogni movimento difficile. Pregate”, conclude la redazione, “che la gente di Mogadiscio possa sopravvivere al massacro che sta distruggendo una città già devastata dalla guerra”.

L'articolo è uscito oggi anche su il manifesto



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