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MOGADISCIO, SCONTRI SENZA QUARTIERE 22/03/07

Gli scontri iniziati ieri all'alba e proseguiti per tutta la giornata hanno riportato la guerra a Mogadiscio. Una quindicina i morti, moltissimi feriti, e alcuni cadaveri profanati dalla folla (foto tratta dal sito www.shabelle.net). Come nel 1993

Irene Panozzo

Giovedi' 22 Marzo 2007
Il sangue è tornato a scorrere per le strade di Mogadiscio. La tormentata capitale somala ha vissuto ieri una delle giornate più cruente da quando, a fine dicembre scorso, le truppe etiopiche hanno invaso il paese mettendo in fuga gli uomini delle Corti islamiche. Con tanto di profanazione dei cadaveri dei soldati uccisi negli scontri, in due distinti ma quasi contemporanei episodi che hanno immediatamente richiamato alla memoria i fatti del 1993 e il fallimento della missione Onu.
Gli scontri sono iniziati all'alba. Quando, secondo alcune ricostruzioni, uomini armati non meglio identificati hanno attaccato l'ex ministero della Difesa, che ora ospita il quartier generale dell'esercito etiopico. Agli spari degli insorti, gli etiopici avrebbero risposto con colpi di artiglieria pesante, prendendo di mira in particolare la zona di Odweyne, dove gli insorti avrebbero la loro base principale. Un'altra ricostruzione racconta invece di un gruppo corazzato congiunto somalo-etiopico diretto nella zona sud della capitale, forse per iniziare le operazioni di rastrellamento casa per casa più volte annunciate nei giorni scorsi, che gruppi di insorti hanno attaccato con violenza, ricevendo in cambio uguale trattamento. Secondo una fonte anonima citata dalla stampa locale e riportata dalle agenzie di stampa, “i miliziani hanno attaccato le posizioni governative quando i soldati si sono avvicinati troppo alla loro roccaforte”.
Da lì, però, la battaglia si è espansa a macchia d'olio in altre zone della città, durando per diverse ore. Nel primo pomeriggio scontri erano ancora in corso in almeno quattro diverse aree della capitale. Con un bilancio che non può che essere pesante, per quanto ancora del tutto incerto. Se i lanci delle agenzie di stampa durante la giornata di ieri continuavano a parlare di otto, poi di venti e alla fine di una dozzina di morti, fonti ospedaliere citate dall'agenzia Misna davano un quadro ancora più preoccupante. “L'ospedale è strapieno di feriti”, ha detto Ali Mohalim Mohamed, vicedirettore dell'ospedale Medina, raggiunto al telefono da Misna. “È difficile dare un bilancio complessivo”, ha continuato Mohamed, “perché molte zone della città sono interdette anche alle ambulanze. Abbiamo ricevuto voci di cadaveri riversi ai bordi delle strade, ma per ora nessuno è in grado di recuperarli. Stiamo cercando di occuparci soprattutto dei feriti”.
Non sono voci, invece, quelle che riguardano la profanazione dei corpi di alcuni soldati uccisi. Le foto di due soldati trascinati per i piedi nella polvere di una strada di Mogadiscio sono stati pubblicati ieri dal sito del Shabelle Media Network, rete informativa locale. Secondo Shabelle si tratterebbe dei corpi, poi bruciati, di un soldato etiopico e di uno somalo. Ma secondo alcune fonti la folla avrebbe infierito anche su altri corpi. Un episodio raccapricciante, che però dà la misura della crescente insofferenza anche della popolazione civile nei confronti sia delle truppe “regolari” somale che di quelle etiopiche, rimaste in Somalia dopo l'intervento di Natale.
Pare infatti chiaro che i non meglio specificati “insorti” di cui le notizie delle ultime settimane continuano a parlare non siano solo uomini legati alle Corti islamiche, ma che comprendano anche miliziani legati al clan più forte a Mogadiscio, e uno dei più importanti dell'intero paese, gli Hawiye. Secondo alcuni analisti potrebbe essere proprio questo l'elemento predominante tra gli insorti. E non è forse un caso che la guerriglia di ieri abbia seguito solo di poche ore un bellicoso comunicato che il clan Hawiye ha diffuso martedì. In cui la presenza dei soldati leali alle istituzioni transitorie nella capitale viene condannata senza mezzi termini, come anche quella delle truppe etiopiche e di quelle ugandesi, arrivate da sole due settimane come primo contingente della forza di peacekeeping dell'Unione Africana. Negli scontri di ieri le aree dove sono dispiegati i caschi verdi ugandesi (il porto, l'aeroporto e il palazzo presidenziale) non sono stati presi di mira, come ha fatto notare Paddy Ankunda, portavoce della missione UA. Diversamente da quanto successo martedì, quando il porto era stato colpito da sei colpi di mortaio, senza però fare nessun ferito tra i peacekeepers.

L'articolo è uscito oggi anche su il manifesto



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