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SECESSIONE BOLIVIANA 6/5/08

COCHABAMBA, SCONTRO IN PIAZZA TRA LE DUE BOLIVIE 16/01/07

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CONTO ALLA ROVESCIA PER IL GAS DELLA BOLIVIA (E IL SUO PRESIDENTE) 17/5/05

COCHABAMBA, SCONTRO IN PIAZZA TRA LE DUE BOLIVIE 16/01/07

Indigeni, cocaleros e contadini si scontrano con i sostenitori del prefetto Manfred Reyes Villa, figli della ricca oligarchia bianca. Motivo del contendere: le riforme volute da Evo Morales. Le classi agiate con base a Santa Cruz non intendono rinunciare a un'egemonia che dura da secoli. (a sin. un'immagine degli scontri)

Enzo Mangini

Martedi' 16 Gennaio 2007

Non poteva succedere che a Cochabamba. Terza città boliviana per importanza, è la cerniera tra l’altopiano indigeno e l’oriente, bianco e dominato dai ricchi latifondisti. Le due bolivie non potevano che scontrarsi lì, nella città da dove le rondini non migrano mai, dice un proverbio locale, tanto dolce è il clima. Le strade di Cochabamba sono ora presidiate dall’esercito, mandato dal governo centrale dopo gli scontri che, tra giovedì 11 e venerdì 12 gennaio, hanno trasformato il nord della città in un campo di marte. Migliaia di contadini, cocaleros, indigeni stavano presidiando la Plaza de Armas, per protestare contro il prefetto provinciale, Manfred Reyes Villas, che dalla fine dello scorso anno capeggia il fronte dei prefetti contrari alle riforme costituzionali sollecitate dal partito del presidente Evo Morales Ayma, il Movimento al socialismo (Mas). Il casus belli della protesta anti-Morales è stata la proposta del Mas di poter approvare le modifiche costituzionali anche con una maggioranza semplice e non con quella di due terzi richiesta finora. Un atto che darebbe di fatto al Mas il controllo dell’assemblea costituente, che dal 6 agosto è riunita a Sucre per ridisegnare l’architettura istituzionale della Bolivia. La protesta dei governatori, però, contiene e riassume molto altro. C’è, soprattutto, l’insofferenza delle oligarchie boliviane, che controllano la politica e l’economia del paese fin dai tempi dell’indipendenza dalla Spagna, per i provvedimenti del governo Morales, entrato in carica poco più di un anno fa dopo un trionfo elettorale oltre ogni aspettativa. Prima la nazionalizzazione dei giacimenti di idrocarburi, poi la riforma agraria con l’esproprio dei grandi latifondi, hanno esasperato i “terratenientes” che, in verità, da almeno cinque anni parlano più o meno velatamente di «secessione». Tanto i giacimenti di gas naturale, quanto le grandi haciendas sono concentrati nell’Oriente, nelle province di Tarija, Santa Cruz, Beni e Pando. È la pianura boliviana, una frontiera interna che culmina nella città di Santa Cruz, la più ricca del paese, cresciuta “all’americana”, un po’ Texas, un po’ Brasile. Non sono rari i casi di «businessman» che hanno attività economiche ai due lati della frontiera, tra la Bolivia e la provincia brasiliana di Acre, un tempo parte della Bolivia. Nelle strade di questa capitale di una nazione inventata, campeggia quasi ovunque, perfino sulla piazza principale del centro, il tricolore orizzontale a bande bianche e verdi che gli autonomisti hanno scelto come bandiera. Il clima tropicale, umido, contrasta completamente con l’asciutto freddo dell’Altipiano. E nelle strade coperte di portici finto-coloniali gli indigeni, aymara e quechua, sono pochi.
A Santa Cruz ha trovato rifugio il prefetto di Cochabamba, Manfred Reyes Villa, quando i movimenti sociali, contadini, indigeni e i cocaleros, nelle cui fila si è formato Evo Morales, hanno iniziato la protesta contro di lui. La tecnica è quella classica dei movimenti sociali boliviani: blocco delle strade di accesso alla città, mobilitazione permanente, piazze costantemente e rumorosamente presidiate, assemblee aperte. L’ultima, lunedì mattina, ha deciso di procedere alla «toma», all’occupazione, dei beni immobili di Reyes Villa, per costringerlo alle dimissioni. Reyes Villa ha schierato Cochabamba dal lato degli «autonomisti» senza considerare che questa città ha una sua anima sociale, indigena e contadina molto forte e, anche se diversa da quella dell’Altopiano vero e proprio, una capacità di mobilitazione imponente. Nel 2000, dopo mesi di protesta, la multinazionale statunitense Bechtel fu costretta a fuggire dalla città, dove il governo dell’autoritario Hugo Banzer aveva privatizzato l’acquedotto. La Guerra per l’acqua è considerata, non a torto, uno degli scontri sociali all’origine dell’ondata di mobilitazioni che è riuscita a portare alla presidenza Evo Morales, primo capo di stato indigeno dell’America Latina negli ultimi cinque secoli. Manfred Reyes Villa, eletto dalla Cochabamba ricca e clientelare, ha ignorato «l’altra» città, quella dei quartieri sud, dei barrios periferici e delle campagne. Quella che stava in Plaza de Armas giovedì scorso, quando un nutrito corteo di «manfredisti» ha attaccato il presidio contadino. Dopo ore di scontri, ci sono stati due morti (uno per parte) e almeno 70 feriti (oltre 200, secondo altre fonti), quasi tutti contadini e indigeni, molte donne, molti anziani. I «manfredisti» avevano iniziato a radunarsi nella zona nord della città, oltre il ponte sul fiume Cala-Cala che attraversa quella parte di Cochabamba. Erano alcune migliaia, ben armati con mazze da baseball, pali, spranghe e scudi. Alcuni testimoni raccontano di aver visto anche armi da fuoco. Il giorno prima, secondo quanto riferiscono delle fonti locali, i bianchi della Gioventù democratica, spina dorsale del corteo «manfredista», sono stati visti stringere la mano dei poliziotti che avrebbero dovuto impedire il contatto tra le due manifestazioni. Due reporter indipendenti europei, che sono riusciti a infiltrarsi tra i «blancos», hanno assistito alla scena, prima che venisse loro sequestrata una videocassetta con le immagini dell’incontro. Raccontano che gli slogan dei «democratici» erano in puro stile «conquistador»: Morte agli indios. La polizia (che prende ordini dal prefetto) ha formato un esile e simbolico cordone subito dopo il ponte sul Cala-Cala, ma non ha sparato nemmeno un lacrimogeno sui manifestanti «manfredisti», mentre in altre occasioni ha irrorato di gas cortei contadini ben meno minacciosi. Quando i manfredisti sono partiti alla carica, diretti contro il presidio contadino, i poliziotti si sono fatti da parte. I lacrimogeni stavolta sono partiti, ma contro i contadini. Per almeno tre ore, a piccoli gruppi o in fronteggiamenti più ampi, i manfredisti hanno dato la caccia agli indigeni per, come dicevano loro, «ripulire la città». I testimoni raccontano che molti dei «manfredisti» erano arrivati in autobus da Santa Cruz, alla spicciolata, nei giorni scorsi. E molti avevano la bandiera autonomista bianca e verde. Nonostante i principali media boliviani si ostinino a presentare i fatti come se gli scontri fossero stati provocati dai contadini che hanno «attaccato» il corteo «civico», tutto lascia intendere che si tratti di un’operazione studiata per alzare il livello dello scontro e sfidare il presidente Morales. Dall’Ecuador, dove partecipava alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente Rafael Correa, Morales venerdì 15 ha rilanciato. Prima ha invitato i movimenti sociali a «non essere vendicativi» e a cercare di sbloccare il confronto con Reyes Villa «con i mezzi della democrazia». Poi ha proposto una legge per istituire il referendum di revoca di qualsiasi funzionario pubblico eletto, compreso il presidente, e, ovviamente, i prefetti provinciali. Una mossa spiazzante, ma che non basterà, senza l’esercito a Cochabamba, a far scendere la temperatura. Il confronto politico, per quanto aspro, c’entra poco. È esploso a Cochabamba qualcosa di più profondo, un odio secolare che ha continuato a covare nonostante quasi due secoli di stato «nazionale». Il più famoso regista boliviano Jorge Sanjines ha inventato l’espressione «nazione clandestina» per definire la condizione degli indigeni, alienati nello «stato coloniale nazionale». Una condizione che almeno dalla fine degli anni novanta i movimenti sociali boliviani hanno combattuto: la Guerra dell’acqua a Cochabamba, quella del gas a El Alto nel 2003, le lotte dei cocaleros del Chapare nel 2002 e mille altre piccole esplosioni sociali. Un crescendo di forza e consapevolezza politica che ha costretto alla fuga due presidenti e costruito la vittoria elettorale di Morales. L’Assemblea costituente che ha fornito alle oligarchie lo spunto per la protesta, per esempio, è una richiesta costante dei movimenti sociali fin dal 2003. È contro questa inedita «egemonia indigena», spesso più percepita che reale, che i blancos di Santa Cruz stanno insorgendo, per proteggere il proprio ruolo sociale e le haciendas di famiglia.



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