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CASO MONTECRISTO: LA TERZA UDIENZA CONTRO I PRESUNTI PIRATI SOMALI A ROMA 27/06/12

CASO MONTECRISTO: SECONDA UDIENZA A ROMA 15/05/12

A ROMA IL PRIMO PROCESSO CONTRO PRESUNTI PIRATI SOMALI 23/3/12

DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEI RISCATTI PAGATI AI PIRATI SOMALI? LA RISPOSTA, PARZIALE, DI CHATHAM HOUSE

PIRATERIA SOMALA: L'UE PENSA A INTERVENTI ARMATI ANCHE A TERRA 11/01/11

LIBERATA LA PETROLIERA SAVINA CAYLYN. DA FEBBRAIO ERA NELLE MANI DEI PIRATI SOMALI 21/12/2011

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GEDI ENTRA A MOGADISCIO 30/12/06

Gioia ma anche contestazioni. Mentre a Sud el Corti si riorganizzano
L'articolo è uscito anche sui quotidiani locali del gruppo l'Espresso ed esce senza firma per rispettare lo sciopero delle testate Agl

Sabato 30 Dicembre 2006

Tra migliaia di persone festanti assiepate ai bordi delle strade e rigide misure di sicurezza garantite dai soldati governativi e da quelli etiopici, il primo ministro del governo di transizione somalo Ali Mohamed Gedi è entrato ieri a Mogadiscio, per la prima volta dalla nascita dell'esecutivo due anni fa. "Devo dire che vedere il primo ministro entrare in città e gli anziani di tutti i principali clan di Mogadiscio sedere sui mezzi che lo accompagnavano mi ha dato speranza", dice un operatore umanitario locale unitosi alle migliaia di persone che, nel primo pomeriggio, hanno accolto l'ingresso di Gedi alla testa di un convoglio di oltre 20 mezzi, incluse le famigerate 'tecniche', pick up dotati di mitragliatrici pesanti.
Gedi ha attraversato la città, visitando l'aeroporto e il porto di Mogadiscio e raccogliendo gli applausi della gente. Ma il premier ha dovuto assistere anche a qualche contestazione. Alcune migliaia di persone, infatti, dopo la preghiera del venerdì si sono riversate per strada, soprattutto nella zona Nord della capitale, per protestare contro la presenza dei soldati etiopici, catalizzatori di antiche e nuove rivalità: copertoni bruciati, slogan anti-etiopi e anche qualche sasso tirato contro i militari di Addis Abeba. È bastato qualche colpo sparato in aria dagli anziani dei clan di Mogadiscio per riportare l'ordine e per far proseguire la festa. "Il governo garantirà a questo paese un futuro splendente" ha detto ai giornalisti unitisi al corteo il primo ministro. E a un reporter che gli chiedeva quando avrebbe lasciato Mogadiscio ha risposto: "rimarremo per sempre, questa è la capitale".
La visita di Gedi, che secondo indiscrezioni potrebbe anticipare quella del presidente Abdullahi Yusuf, è la celebrazione simbolica della vittoria sulle Corti, ma segna anche l'inizio di una battaglia più complessa: governare un paese abbandonato ad ‘un'anarchia istituzionalizzata’ per oltre 15 anni. "Siamo qui per iniziare il nostro lavoro – ha detto ancora il primo ministro – questo paese ha sperimentato il caos e per restaurare l'ordine e la sicurezza abbiamo bisogno di un forte aiuto". Le divisioni interne ai clan, nascoste per ora dall'euforia della vittoria sulle Corti Islamiche, l'ostilità popolare nei confronti dell'Etiopia (principale partner del governo di transizione), l'insicurezza e la presenza di sacche di fondamentalisti islamici restano alcune delle sfide da risolvere.  "La situazione a Mogadiscio nelle ultime 24 ore è stata più tranquilla. Le forze governative e le truppe etiopiche tra giovedì e venerdi si sono posizionate lungo le principali strade della città e hanno preso il controllo degli edifici pubblici più importanti. Su molti di questi da ieri il vessillo nero con le scritte in arabo issato dagli islamisti è già stato sostituito dalla bandiera azzurra con la stella gialla della Somalia" dice un infermiere del Keysaney Hospital.
Per strada sono tornati anche i poliziotti dell'epoca di Siad Barre. Vecchi agenti rispolverati dagli anziani capi-clan di Mogadiscio per garantire un pattugliamento 'neutro' delle strade cittadine. Anche a Mogadiscio, come in tutto il resto della Somalia, da oggi, dopo la scontata approvazione del parlamento, entrerà in vigore la Legge Marziale che, almeno per i prossimi tre mesi, dovrebbe permettere di tenere sotto controllo l'insicurezza. Fatta eccezione per le due manifestazioni, quella di benvenuto e quella di protesta ai militari etiopici, anche ieri Mogadiscio è sembrata una città "addormentata". Negozi, uffici e mercati chiusi e pochi mezzi per strada. Ma a tenere i somali lontano dalle 'piste in terra battuta' che attraversano le costruzioni basse, bianche e crivellate di colpi che costituiscono lo scenario urbano di Mogadiscio non è stata solo la paura. "Ci prepariamo alle feste dei prossimi giorni (oggi per i musulmani ricorre l'Id Al-Adha, la 'festa del sacrificio', ndr), così abbiamo una scusa per restare a casa e cercare di capire quello che succederà" dice sorridendo un gommista. Ma ieri sono tornati a farsi sentire anche i vertici delle Corti islamiche, che, dalle loro roccaforti nel Basso Juba (estremo sud della Somalia al confine col Kenya), hanno fatto sapere di essere pronti a dar battaglia, di avere forze dispiegate in tutto il paese e che la guerra non è ancora conclusa.
Asserragliati nelle loro roccaforti della regione del Basso Juba (estremo sud della Somalia al confine col Kenya), i miliziani delle Corti si starebbero effettivamente raggruppando in alcune zone. Proprio in quelle aree, che secondo alcuni potrebbero essere teatro di nuovi combattimenti, ieri sono entrati in azione due caccia da guerra etiopici. Un'operazione di ricognizione per il momento, ma il volo a bassa quota dei due mig ha fatto temere nuovi scenari bellici alla gente del posto. E la conferma che la situazione nella zona meridionale sia ancora calda arriva dal Kenya, dove le autorità hanno fatto sapere di aver chiuso le frontiere con la Somalia. Esercito, polizia, ma anche gli agenti delle speciali unità anti-sommossa (Gsu) delle forze di sicurezza keniane sono stati dispiegati lungo i 1500 chilometri che dividono i due paesi per evitare infiltrazioni "dei miliziani delle due parti", scrive la stampa di Nairobi. "Siamo pronti a qualsiasi evenienza. Per il momento non vi sono segnalazioni di grandi movimenti di popolazione a sud, ma le agenzie dell'Onu hanno già avviato i preparativi per accogliere eventuali sfollati. Se dovessero iniziare dei combattimenti nella zona di Kismaayo, migliaia di persone potrebbero riversarsi alla frontiera col Kenya" dice Amanda di Lorenzo, portavoce dell'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu (Ocha) da Nairobi.



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