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SOMALIA, L'AVANZATA ETIOPICA 28/12/06

Le truppe etiopiche avanzano ancora all’interno della Somalia. All’alba di ieri sono arrivate sino a Jowhar, strategica città portuale a un centinaio di chilometri a nord di Mogadiscio

Lettera22

Giovedi' 28 Dicembre 2006

Le truppe etiopiche avanzano ancora all’interno della Somalia. All’alba di ieri sono arrivate sino a Jowhar, strategica città portuale a un centinaio di chilometri a nord di Mogadiscio. Poi hanno proseguito verso sud, accompagnando le poche truppe del governo somalo di transizione (Tfg) e i miliziani fedeli ai signori della guerra che erano stati sconfitti dalle Corti islamiche negli scorsi mesi. Nella serata di ieri, la notizia, data da fonti militari di Addis Abeba, che le prime linee dell’armata etiopica sarebbero a 30 chilometri da Mogadiscio. La capitale sarebbe ormai assediata sia da nord che dalla direttrice proveniente da Baidoa, la città sede del Tfg, fino a qualche giorno fa sotto l’assedio delle Corti islamiche.
La ritirata da molte città strategiche, che le Corti hanno compiuto senza neanche combattere, secondo alcuni leader degli islamisti raggiunti telefonicamente sarebbe funzionale a una nuova tattica di guerriglia. Tesi confermata anche dalle parole di Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, leader dell’esecutivo degli islamici, che da Mogadiscio ha fatto sapere che “l’intervento dell’aeronautica etiope ci ha fatto cambiare tattica. La nostra ritirata da alcune zone è solo strategica. Non credete alle parole dell’Etiopia: la guerra ora sarà lunga e senza fine”. In realtà non si riesce bene a capire quale sia la strategia delle Corti. Tanto che, secondo una notizia che ieri ha fatto il giro del Corno d’Africa, il capo militare delle Corti, Sheikh Yusuf Inda’adde, si troverebbe alla Mecca per il rituale pellegrinaggio dell’Hajj anziché sul fronte di guerra.
Intanto, a fare dichiarazioni trionfanti ci pensa l’ambasciatore del Tfg somalo ad Addis Abeba, Abdikarin Farah. “Stiamo trionfando su tutti i fronti”, ha dichiarato Farah. “Potremmo entrare a Mogadiscio in ventiquattrore, ma siccome vogliamo evitare morti civili, circonderemo la città e la assedieremo sinchè loro (gli islamisti, ndr) non si arrenderanno”. Anche la gente, ad Addis Abeba, non parla d’altro che della guerra. Ma lo fa con altri toni. C’è timore che l’onda lunga del conflitto possa arrivare sino alla capitale, lontana almeno 2000 chilometri dal confine etio-somalo. “Questa è una guerra che qui nessuno vuole”, racconta Zelalem Alemayu, 25 anni, meccanico. “L’unico interessato a combatterla è il nostro Primo Ministro, Meles Zenawi, che vuole rimanere al potere grazie agli americani. Loro gli hanno fatto vincere le elezioni di un anno fa, ora lui sta restituendo il favore”.
In realtà l’avanzata militare di Addis Abeba, che fino a due giorni fa pareva proseguire sul velluto forte anche del supporto degli Stati Uniti, ieri ha subito i primi attacchi. Non dalle truppe delle Corti, ma dalla comunità internazionale. A partire proprio da Addis Abeba, sede dell’Unione Africana (UA). Mentre in serata Washington ribadiva il proprio appoggio all’offensiva militare di Addis Abeba per bocca di Gordon Johndroe, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, dopo una concitatissima riunione, l’organismo panafricano ha cambiato radicalmente posizione rispetto a due giorni fa. “Chiediamo immediatamente all’Etiopia di ritirare le proprie truppe nel minor tempo possibile”, ha dichiarato Alpha Oumar Konaré, il presidente dell’UA. Immediato appoggio alla risoluzione è arrivato anche dalla Lega Araba e dall’Igad, l’organismo che riunisce i Paesi del Corno d’Africa.
Uno spiraglio negoziale si è aperto ieri in serata, quando è giunta la notizia che una delegazione di alto livello delle Corti islamiche si recherà oggi a Nairobi per colloqui informali sui possibili sviluppi della crisi somala. Dietro l’invito del governo keniano, ospite dell’incontro, c’è il sostegno dell’Unione Europea che ieri, per voce del suo Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, ha chiesto alle parti di riprendere “i negoziati senza precondizioni”.

L'articolo è uscito oggi anche sui quotidiani locali del gruppo l'Epresso



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