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Dopo i combattimenti tra le truppe governative sostenute dall’Etiopia e quelle delle Corti islamiche iniziati la scorsa settimana attorno alla città di Baidoa, adesso è la volta dell’aviazione. Quella etiope, per l’esattezza

Irene Panozzo

Mercoledi' 27 Dicembre 2006
La Somalia è in guerra. Dopo i combattimenti tra le truppe governative sostenute dall’Etiopia e quelle delle Corti islamiche iniziati la scorsa settimana attorno alla città di Baidoa, roccaforte e ultimo rifugio delle istituzioni transitorie somale a circa 250 km da Mogadiscio, adesso è la volta dell’aviazione. Quella etiope, per l’esattezza.
Il potente vicino della Somalia, da sempre coinvolto nelle vicende dello stato inesistente e alleato di ferro del presidente transitorio Abdullahi Yusuf, ha rotto gli indugi la vigilia di Natale, mandando i suoi caccia a bombardare le formazioni delle Corti, che dal giugno scorso controllano la capitale e buona parte della Somalia centro-meridionale, dispiegate lungo la linea del fronte, ormai poco lontano da Baidoa. Troppo poco, per i gusti di Addis Abeba. Che ha quindi deciso di venire allo scoperto e di contrattaccare in grande stile, colpendo ripetutamente, negli ultimi tre giorni, una serie di postazioni strategiche nell’ampio territorio che le Corti islamiche controllano.
Ieri le notizie si sono susseguite senza sosta. Verificarle però è impossibile. Secondo fonti del governo transitorio e di quello di Addis Abeba, le truppe delle Corti islamiche avrebbero battuto in ritirata, mentre l’esercito etiope sarebbe ormai a un centinaio di chilometri da Mogadiscio. Fonti delle Corti islamiche hanno detto invece che la parziale ritirata dei loro uomini sarebbe solo tattica, per prepararsi ai lunghi combattimenti che verranno. Sicuramente l’aviazione etiope non è passata indolore ma non è detto che la partita sia conclusa, visto che non si sa esattamente di quali e quante forze dispongano le Corti.
Ma il problema è più ampio e potrebbe allargarsi ulteriormente. Molto dipende da quello che Addis Abeba sta cercando di ottenere intervenendo così pesantemente in Somalia. Sicuramente l’Etiopia vede come fumo negli occhi una Somalia unita e riavviata a una vita politica normale sotto il controllo di forze islamiste. Non tanto (o non solo) per una questione religiosa, quanto piuttosto per una questione di peso specifico di Addis Abeba nella regione. Con una Somalia in mille pezzi o controllata da forze vicine all’Etiopia tutto per Meles Zenawi, il premier etiope, sarebbe più tranquillo. Ma c’è di più: l’Etiopia ha sempre accusato l’Eritrea, sua nemica dalla guerra del 1998-2000, di avere un ruolo importante nel sostenere, anche militarmente, le Corti. Una tesi che Asmara ha sempre negato, ma che è invece stata confermata da un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a metà novembre. Anche ieri, nel parlare alla stampa, Zenawi ha detto che il principale obiettivo del suo esercito sono le truppe eritree “che si nascondono dietro le gonne delle donne somale” e i jihadisti stranieri che secondo Addis Abeba combatterebbero al fianco delle Corti.
Questa è un’altra delle carte che l’Etiopia ha saputo giocare molto bene. Agitare rumorosamente lo spauracchio del terrorismo islamico, dei legami (mai chiaramente dimostrati) delle Corti con al-Qa’ida e delle forze del jihad internazionale pronte a combattere la cristiana Etiopia, cui spetta il compito di arrestare il dilagare dell’islam radicale nel Corno d’Africa, è stata una scelta naturale per Zenawi. Che ha pagato molto bene a Washington, alleata di ferro di Addis Abeba. Prova ne è stata la risoluzione 1725 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il cui testo, presentato dagli Stati Uniti, è stato approvato il 6 dicembre. La risoluzione dà il via libera formale a una forza internazionale di ottomila uomini con il compito di “monitorare e mantenere la sicurezza a Baidoa”. E prende così nettamente le parti di una sola delle parti in causa, quella delle istituzioni transitorie. Che da quando sono nate nel 2004, al termine di un lungo processo negoziale in Kenya, non sono mai riuscite a rendere effettivo il loro potere e a governare davvero il paese.
Diventa quindi difficile pensare che l’Etiopia possa davvero immaginare di conquistare Mogadiscio per dare poi il potere agli amici delle istituzioni transitorie, a partire dal presidente Yusuf. Che sa bene di non essere amato nella capitale, tanto è vero che in due anni di incarico non ha mai osato metterci piede. Inoltre le Corti islamiche in questi sei mesi sono riuscite a riportare una relativa pace nelle città e nelle regioni che hanno conquistato. A partire dalla stessa Mogadiscio, fino a fine maggio divisa in zone di influenza controllate da signori della guerra in continua lotta tra loro, al cui soldo i miliziani taglieggiavano la popolazione ai check-point. Ora a Mogadiscio nessuno chiede più soldi a nessuno per attraversare una strada, i prezzi di molti beni di prima necessità sono scesi, il porto e l’aeroporto hanno riaperto dopo undici anni di chiusura. Miglioramenti non da poco per chi è stato abituato per quindici anni a vivere in guerra, che hanno fatto accettare di buon grado le limitazioni che le Corti hanno imposto in nome dell’islam.
Mentre le armi continuano ad avere la meglio, la comunità internazionale ieri ha cercato vie per riannodare i fragili fili di un negoziato. Alle 21 (ora italiana) è iniziata una riunione del Consiglio di Sicurezza, convocato d’urgenza. Nel frattempo, stando a quanto dichiarato da Mario Raffaelli, inviato speciale del governo italiano per la Somalia e capo della task force UE, alcuni paesi hanno intrapreso “iniziative informali, dietro le quinte, per cercare di fermare il conflitto”. Una strada tutta in salita, ma che deve essere percorsa fino in fondo.



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