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Una risoluzione che difficilmente risolverà qualcosa. Al contrario, potrebbe solo seminare ulteriore zizzania. Questo è il giudizio che molti osservatori danno della risoluzione 1725, adottata all’unanimità il 6 dicembre dal Consiglio di Sicurezza (nell'immagine tratta dal sito www.dictatorofthemonth.com, il presidente eritreo Isaias Afeweri)

Irene Panozzo

Venerdi' 8 Dicembre 2006


Una risoluzione che difficilmente risolverà qualcosa. Al contrario, potrebbe solo seminare ulteriore zizzania. Questo è il giudizio che molti osservatori danno della risoluzione 1725, adottata all’unanimità il 6 dicembre dal Consiglio di Sicurezza, con cui l’organo esecutivo delle Nazioni Unite vorrebbe portare ordine in Somalia. La risoluzione, che ricalca la bozza presentata dagli Stati Uniti, dà il via libera formale a una forza internazionale di ottomila uomini con il compito di “monitorare e mantenere la sicurezza a Baidoa”, sede di quelle istituzioni federali transitorie che, nate nel 2004 dopo un lungo processo negoziale in Kenya, non sono mai riuscite a rendere effettivo il loro potere e a governare davvero il paese. E che adesso sono messe in serio pericolo dalla forza dell’Unione delle corti islamiche, che dopo aver preso Mogadiscio a giugno è riuscita a creare un controllo effettivo su buona parte del territorio della Somalia meridionale.
Già solo l’invio di una forza internazionale, che dovrebbe essere fornita dall’Igad, l’organizzazione regionale dei paesi dell’Africa orientale e del Corno d’Africa, si rivelerà motivo di scontro. Le corti islamiche si sono sempre dette contrarie a qualsiasi ipotesi di intervento esterno nel ginepraio somalo, ipotesi invece caldeggiata soprattutto dal presidente transitorio della repubblica, Abdallahi Yusuf. Che è amico dell’Etiopia, vicino con cui la Somalia ha sempre avuto rapporti difficili e che è già presente da mesi con truppe e mezzi a Baidoa, in sostegno delle istituzioni transitorie.
Di questa presenza straniera, però, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza non fa menzione. E invece riconosce, nero su bianco, legittimità a rappresentare la Somalia alle sole istituzioni transitorie. Con parole che non lasciano spazio a interpretazioni di sorta: “la Carta e le istituzioni federali transitorie offrono l’unica strada [percorribile] per raggiungere pace e stabilità in Somalia”. Corollario di una così netta presa di posizione è il relegare l’Unione delle Corti islamiche nell’angolo dell’illegittimità, tanto che nel preambolo della risoluzione i quindici membri del Consiglio di Sicurezza chiedono espressamente alle corti di “cessare ogni ulteriore espansione militare e allontanare i membri con un’agenda estremista o con legami con il terrorismo internazionale”.
Partendo da questi presupposti diventa allora logico per il Consiglio di Sicurezza non solo dare incarico alla forza internazionale di “proteggere i membri delle istituzioni e del governo federale transitorio” e di “addestrare le forze di sicurezza delle istituzioni transitorie”, ma per farlo permettere anche ai paesi che costituiranno la forza di non rispettare l’embargo internazionale sulla fornitura di armi alla Somalia. Il che significa dare il via libera al riarmo da parte delle istituzioni transitorie mantenendo invece in vigore l’embargo per quel che riguarda le corti islamiche.
Le reazioni al voto di New York sono state ovviamente ambivalenti. Entusiaste a Baidoa, che si trova di fatto assediata dalle corti islamiche e che poteva sperare solo in un cospicuo aiuto esterno per sopravvivere. Molte negative a Mogadiscio, dove invece la risoluzione è stata accolta come un mezzo “per portare solo nuova instabilità in Somalia”. “Si rischia di aggiungere benzina all’incendio”, ha detto alla Reuters Abdirahaman Ali Mudey, portavoce delle Corti islamiche. Dello stesso avviso era stato anche un comunicato del think tank International Crisis Group, che il 27 novembre, quando già la bozza statunitense era stata presentata, aveva lanciato l’allarme dicendo che “invece di prendere le parti di una parte nel conflitto civile – il debole e frammentato governo federale transitorio (Tfg) sostenuto dell’Etiopia”, il Consiglio di Sicurezza avrebbe dovuto fare pressioni per una ripresa dei negoziati, aggiungendo anche che la previsione di autorizzare una forza internazionale, i cui obiettivi sarebbero stati “rafforzare il Tfg, impedire un’ulteriore espansione delle Corti ed evitare la minaccia di una guerra totale”, avrebbe avuto l’effetto contrario da quello desiderato su tutti e tre i punti.
Ancora più definitivo e negativo il giudizio del presidente eritreo Isaias Afewerki, che in visita privata in Italia ha voluto convocare ieri a Roma una breve conferenza stampa “per correggere le distorsioni e la disinformazione che c’è”. Secondo Afewerki la risoluzione 1725 non è altro che “una barzelletta, una risoluzione senza alcuna base legale, totalmente sbilanciata e illegittima che porterà solo a un nuovo conflitto e a una maggiore confusione nella regione”. “Non c’è alcuna base, legale o politica”, ha continuato il presidente eritreo, “per parlare di intervento, soprattutto dal momento che lo stato somalo si sta ricostituendo sotto la guida delle Corti islamiche”. Afewerki ha poi contestato la legittimità delle istituzioni transitorie federali, “che non sono un governo ma solo un compromesso raggiunto anni fa per cercare di rimettere in moto il paese”. “Che bisogno c’è di proteggere un governo”, ha chiesto ancora il presidente eritreo, “e da chi dovrebbe essere protetto? Questa formulazione della risoluzione dimostra che le istituzioni somale non sono sentite dalla popolazione come proprie”.
La netta opposizione di Afewerki, più volte accusato di aver mandato delle truppe eritree in Somalia a sostegno delle Corti – accusa che il diretto interessato ha liquidato ieri come “baseless, senza fondamento e senza alcuna prova” –, potrebbe mettere in forse la stessa missione dell’Igad. Se infatti il via libera del Consiglio di Sicurezza permetterebbe sul piano del diritto internazionale all’organizzazione di intervenire, la decisione ultima spetta comunque ai paesi membri. Ed è facile prevedere che l’Eritrea non appoggerà un intervento internazionale nato su queste basi, seguita forse dal Sudan, che avendo già seri problemi suoi di rapporti con il Consiglio di Sicurezza in merito a ipotesi di intervento internazionale in Darfur, potrebbe decidere di negare il suo appoggio a una missione così sbilanciata.



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