Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


PROCESSO MONTECRISTO: LA SENTENZA 28/11/12 (IN INGLESE)

MONTECRISTO HIJACK TRIAL. NEW HEARING IN ROME 26/10/12

CASO MONTECRISTO: LA TERZA UDIENZA CONTRO I PRESUNTI PIRATI SOMALI A ROMA 27/06/12

CASO MONTECRISTO: SECONDA UDIENZA A ROMA 15/05/12

A ROMA IL PRIMO PROCESSO CONTRO PRESUNTI PIRATI SOMALI 23/3/12

DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEI RISCATTI PAGATI AI PIRATI SOMALI? LA RISPOSTA, PARZIALE, DI CHATHAM HOUSE

PIRATERIA SOMALA: L'UE PENSA A INTERVENTI ARMATI ANCHE A TERRA 11/01/11

LIBERATA LA PETROLIERA SAVINA CAYLYN. DA FEBBRAIO ERA NELLE MANI DEI PIRATI SOMALI 21/12/2011

TRIBUNALE ITALIANO PER I PIRATI DEL CORNO D'AFRICA 24/10/11

I PIRATI DELLA MONTECRISTO IN ARRIVO IN ITALIA 17/10/11

CRESCE IL BUSINESS DEI CONTRACTORS ANTI-PIRATI 12/10/11

LA CARESTIA IN SOMALIA SI AGGRAVA 05/09/2011

IL ROMPICAPO DELLA LOTTA ALLA PIRATERIA 21 APRILE 2011

BUCCANEER LIBERO, MA LA PIRATERIA RIMANE 11/08/09

SUORE RAPITE, NESSUNA NUOVA 12/11/08

SOMALIA, SI VA ALLA GUERRA? 1/12/06

La Somalia si sta pericolosamente avviando a un’altra guerra intestina di grandi dimensioni? Negli ultimi quindici anni la guerra e la violenza non sono mai mancate nel paese del Corno d'Africa. Ma ciò che si teme ora è qualcosa di più grosso ancora di quanto si è visto finora

Irene Panozzo

Venerdi' 1 Dicembre 2006


La Somalia si sta pericolosamente avviando a un’altra guerra intestina di grandi dimensioni? È questa la domanda che negli ultimi mesi ha dominato i discorsi e le analisi di chi si occupa del Corno d’Africa e di Somalia, Stato senza istituzioni da quando nel 1991 il regime di Siad Barre è stato rovesciato. In questi quindici anni la guerra e la violenza non sono mai mancate. Ma ciò che si teme ora è qualcosa di più grosso ancora di quanto si è visto finora. L’allarme è stato confermato a metà novembre anche da un rapporto delle Nazioni Unite preparato per essere consegnato al Consiglio di Sicurezza. Che dice che non solo è possibile che le due parti ora contrapposte per il controllo del paese – le Corti islamiche che a giugno hanno conquistato la capitale Mogadiscio e le fragilissime istituzioni transitorie nate due anni dal lungo processo di pace svoltosi in Kenya – potrebbero andare al confronto diretto, ma che nella nuova crisi somala sono già coinvolti una serie di altri attori regionali, prima tra tutti Eritrea ed Etiopia, che sostengono rispettivamente le corti e le istituzioni transitorie e hanno un’inimicizia armata che dura ormai dalla guerra degli anni 1998-2000. Il rischio, dice il rapporto, è quindi che nel caso di una guerra aperta tra i due contendenti somali il conflitto assuma velocemente una dimensione regionale che in parte è già presente e che però potrebbe infiammare l’intero Corno d’Africa.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Per spiegarlo, è necessario fare dei passi indietro. Negli ultimi quindici anni la Somalia è stata spesso definita lo “Stato che non c’è”: uno Stato che dal 1991 in poi è rimasto senza istituzioni, senza governo e senza ministeri, senza un esercito e una forza di polizia. Senza, insomma, tutti quegli elementi che determinano la sovranità di un governo, inteso in senso esteso, sul territorio nazionale. A fronte di tutti questi “senza”, una serie infinità di “presenze” ingombranti e negative: i signori della guerra con le loro milizie private, gli scontri armati tra le diverse fazioni, l’insicurezza e la violenza croniche, i soprusi, le divisioni lungo appartenenze claniche molto sentite, i check-point e le continue richieste di mazzette, la grande diffusione di armi e la totale assenza di futuro. L’unità nazionale è scomparsa fra le macerie, seguendo i vecchi confini coloniali: mentre i signori della guerra si combattevano per spartirsi territorio e affari dell’ex Somalia italiana, l’ex Somaliland britannico, la regione che si affaccia sul golfo di Aden, si è reso di fatto indipendente e gode di una relativa stabilità, anche se non ha mai ottenuto il riconoscimento internazionale. Anche il Puntland, la regione più nord-orientale della Somalia ex italiana, al confine con il Somaliland, gode di fatto di una larghissima autonomia. Nel resto del paese, invece, solo lotta senza confine.
Né i signori della guerra né le nuove istituzioni transitorie erano mai riusciti a essere abbastanza forti da conquistare un’area più estesa e pacificarla. La sola Mogadiscio è stata per lunghissimi anni divisa tra le zone d’influenza dei diversi warlords che si combattevano per il suo controllo. A giugno scorso, però, la situazione è radicalmente cambiata. L’«Unione delle Corti islamiche» ha conquistato la capitale dopo una cruenta battaglia iniziata a febbraio e ha sconfitto e messo in fuga gli uomini dell’«Alleanza per la restaurazione della pace e contro il terrorismo», una coalizione creata da una serie di ministri, uomini d’affari e signori della guerra. Ovvero quelli che nei più di dieci anni passati dall’implosione del regime di Siad Barre hanno portato la guerra dentro la capitale, scontrandosi continuamente gli uni con gli altri per il controllo di questa o quella zona della città.
In realtà le corti islamiche non sono comparse dall’oggi al domani. E non vanno neanche considerate solo come un puro e semplice network islamista. Si tratta invece di un gruppo d’affari che dietro il richiamo religioso nasconde l’opposizione alla ricostruzione delle istituzioni somale avviata negli ultimi anni. Il loro outlook islamista copre un’agenda politica complessa, nella capitale come nel resto del paese. Nate nell’ultimo decennio soprattutto nella Somalia meridionale, la finalità di queste istituzioni giuridiche basate essenzialmente sulle diverse affiliazioni claniche sarebbe quella di riportare la sicurezza e l’ordine che l’assenza di strutture statuali impedisce di garantire. Ma tra la teoria e la pratica spesso ce ne corre. E così alcune corti, forti di alleanze politiche e di finanziamenti esterni ai clan, si sono rese autonome dall’ambiente in cui erano nate. Questo vale soprattutto per le corti di Mogadiscio, che negli ultimi anni hanno perseguito un’agenda politica e sociale piuttosto aggressiva. Fino ad arrivare a diventare abbastanza forti da conquistare la città.
Dopo Mogadiscio è stata la volta di Jowhar, la città a circa 60 km dalla capitale dove si erano instaurati il governo e il parlamento transitori, che, dopo esser rimasti a lungo a Nairobi perché la situazione in patria era ancora troppo insicura, non sono mai riuscite a trasferirsi nella capitale. Dimostrando ancora una volta tutta la loro estrema fragilità, le istituzioni transitorie hanno preferito battere in ritirata e asserragliarsi a Baidoa, una città 250 km a nord-ovest di Mogadiscio, più vicina quindi all’Etiopia, di cui il presidente transitorio della repubblica Abdullahi Yusuf Ahmed è da sempre alleato di ferro. E Addis Abeba non ha fatto mancare il suo sostegno, inviando uomini e mezzi a Baidoa, a difendere quel che resta delle istituzioni transitorie.
Dopo un inizio che aveva fatto ben sperare, a sole poche settimane dalla presa di Mogadiscio i rapporti tra le due diverse facce della medaglia somala si sono incrinati. A renderlo evidente, le parole del presidente Yusuf, che a fine giugno ad Addis Abeba, dove si trovava in visita al potente vicino e alleato, ha denunciato i legami delle corti con i fondamentalisti islamici di tutto il mondo. I rapporti hanno continuato a incrinarsi nei mesi successivi, mentre le corti continuavano la loro marcia vittoriosa nel sud del paese, conquistando anche la terza città somala, Kismayo, e assicuravano a Mogadiscio, per la prima volta in quindici anni, un periodo di relativa calma, eliminando i checkpoint e i taglieggiamenti delle varie milizie e riaprendo dopo più di un decennio il porto e l’aeroporto della città.
Le nuove linee dello scontro erano però già tutte lì, nel discorso di fine giugno di Yusuf: da una parte le istituzioni transitorie e l’Etiopia che usano lo spauracchio del terrorismo islamico per delegittimare le corti, dall’altra le stesse corti che con la loro forza sul terreno sono riuscite a pacificare davvero Mogadiscio e a controllare una vasta parte del paese, ottenendo subito un ampio consenso tra la popolazione e diventando così la vera alternativa alle istituzioni transitorie, la forza con cui fare i conti anche in ambito internazionale. Dove però il timore di una deriva talebana è molto diffuso. In realtà, ha recentemente spiegato Sally Healy, analista della Clapham House di Londra, “non si deve pensare che le corti si comporteranno come i talebani afgani. Molti somali della diaspora stanno premendo per evitare uno scenario simile. L’Unione delle corti islamiche potrebbe diventare un’organizzazione estremista solo se trattata come tale”.
Messa di fronte alla nuova situazione somala, la stessa comunità internazionale si è però trovata colta di sorpresa. In pochi pensavano che le corti fossero davvero così forti da riuscire a coagulare attorno a sé forze e clan diversi, creando così la base per un controllo effettivo e pacifico del territorio. Le organizzazioni internazionali che possono avere un ruolo da giocare nella regione e nelle trattative hanno cercato di reagire come credevano meglio. Di fronte alle difficoltà di Unione Africana e Onu (quest’ultima molto malvista in Somalia dopo il fallimento della missione di peacekeeping “Restore Hope” dell’inizio degli anni Novanta), le organizzazioni tirate in mezzo finora sono state l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), l’organizzazione che riunisce tutti i paesi della regione, e la Lega Araba, di cui anche la Somalia fa parte. In entrambi i casi, però, le due organizzazioni sono viste come di parte: le istituzioni transitorie somale sono nate in seguito ai negoziati in Kenya patrocinati dall’Igad, di cui l’Etiopia è membro importante, mentre tra i membri della Lega Araba c’è più di un governo che vede di buon occhio l’azione delle corti.
Di fronte al netto rifiuto da parte delle corti della proposta del presidente Yusuf di chiedere l’intervento di una forza di peacekeeping dell’Igad (dal punto di vista delle corti, significherebbe dare il via libera all’intervento legittimo dell’Etiopia), l’iniziativa negoziale è passata alla Lega Araba e al suo presidente di turno, il Sudan. I round negoziali che si sono svolti finora a Khartoum non hanno portato però a nulla di fatto. Solo nei dialoghi di inizio settembre c’era stata un’apertura, con il raggiungimento di un accordo di principio tra governo transitorio e corti islamiche per la formazione di forze armate nazionali somale. Anche questa decisione è però caduta nel vuoto dopo il totale fallimento del successivo round negoziale, a fine ottobre, quando già i venti di guerra avevano iniziato a soffiare più forte.
Proprio qualche giorno prima dell’incontro di Khartoum, infatti, il primo ministro etiope Meles Zenawi aveva dichiarato che il suo paese “è tecnicamente in guerra con le corti islamiche somale”. Un annuncio che è stato seguito, qualche settimana dopo, dal già citato rapporto delle Nazioni Unite, secondo cui le corti riceverebbero aiuti da Gibuti, Egitto, Eritrea, Iran, Libia, Arabia Saudita, Siria e Hezbollah libanesi, mentre l’Etiopia, assieme all’Uganda e allo Yemen, fornirebbero armi al governo transitorio. Il tutto in violazione dell’embargo sulle armi alla Somalia imposto nel 1992 dall’Onu.

La versione portoghese dell'articolo è stata pubblicata sul numero di dicembre della rivista portoghese Além-Mar



Powered by Amisnet.org