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L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

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MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

SIZWE BANZI E' MORTO (MA LOTTA INSIEME A NOI) 25/11/06

A Roma e a Milano, Peter Brook ha soprpreso il pubblico con la sua Africa che non piange, ma ride amaramente sulle ferite che il colonialismo e l'apartheid hanno inferto alla sua identità. Una pièce sudafricana portata in scena con la complicità di due attori straordinari: uno del Mali, l'altro del Congo

Attilio Scarpellini

Sabato 25 Novembre 2006
Può darsi che i fautori di un’Africa (solo) martoriata, in perenne stato di minorità e di emergenza, non si siano sentiti troppo a loro agio nella messinscena di Sizwe Banzi est mort che, per quattro giorni, Peter Brook ha portato al Teatro di Tor Bella Monaca di Roma. E non per la scomodità delle sedie in questa strana sala, dall’identità indefinibile, anch’essa appena emersa da una condizione di apartheid, ai confini della città più ufficiale. Ma per il riso contagioso che usciva dal corpo quasi senza peso di Habib Dembélé – detto Guimba – trickster e folletto di uno spettacolo più stregato dall’umor nero che dalle geremiadi della negritudine umiliata. E tuttavia il regista in persona li aveva, per così dire, avvertiti: non la collera, ma la “crudeltà del riso” è lo strumento più acuminato per esprimere al meglio la vita segregata delle townships suadafricane. Non la tragedia, ma l’amarezza della farsa è il contravveleno per i cittadini di un mondo a parte, tenuti a rivolgersi ai bianchi con quell’untuoso Baas – mio signore – che di tanto in tanto risuona, ma doppiato da uno sberleffo, anche sulla scena di Sizwe Banzi est mort. E poiché il teatro dell’apartheid è all’origine racconto e musica, parola e corpo, lo spettacolo di Brook è anche uno spettacolo musicale – non tanto per le musiche che pur ci sono – ma perché è dominato espressivamente da un principio ritmico, quasi euforico, totalmente consgenato all’Africa dei due protagonisti. Di questo apologo che divaga sul terreno dell’improvvisazione, presentandosi come il racconto di un racconto, lui, il mostro sacro del teatro di ricerca, sembra più che altro l’anfitrione, il Prospero di un’isola incantata che, da gran tempo, ha felicemente smesso di esercitare direttamente il suo potere. Come Marx non era marxista, insomma, Brook non è brookiano. Almeno non quanto i suoi fans che, da parte loro si interrogano preoccupati sulla consustanzialità della sua presenza in quel di Tor Bella Monaca: c’è, non c’è, un Brook minore che, come un Dio renitente, si allontana dalla scena lasciandole però in eredità il suo Vuoto, il suo rigore, le sue toccanti economie, insomma la polvere d’oro di un’ arte inconfondibile (come già c’era, non c’era, tra i due amanti vicini e lontani di Ta main dans la mienne, o in quel bacio inaspettato che suggellava la fine della sua bellissima Leggenda del Santo Inquisitore). Il maliano Habib Démbéle (detto Guimba) e il congolese Pitcho Wonba Konga, lo smilzo e il grosso, lo scaltro e il sentimentale, loro, ci sono di sicuro e su un palcoscenico frugale raccontano, alternando narrazione e interpretazione, una storia di identità tra le meno metaforiche possibili. Styles (Dembélè) ha lasciato la Ford per non chinare più la schiena davanti ai capi bianchi, ma soprattutto perché vuole fare il fotografo e restituire agli altri il segreto più flagrante di quel che sono, un sogno che nessuno potrà espropriare. Ma un giorno si imbatte in uno strano cliente: Robert, alias Sizwe Banzi (Wonba Konga) è l’uomo che ha preferito sopravvivere nell’identità di un altro pur di non essere espulso da Elisabeth Town perché non ha i documenti in regola. E così si è impadronito del pass di un cadavere trovato per strada. Sizwe Banzi è morto - anzi è vivo, sopravvive, finalmente lavora, ma nei panni di Robert. Qualcuno, per sentirsi a casa, ha visto aleggiare sulla pièce di Athol Fugard, John Kani e Winston Nitshona, lo spettro di Luigi Pirandello. Ma è solo una parallasse, scaturita dal (solito) tragicomico equivoco tra i nomi e le cose: il povero Sizwe sarà anche morto, ma non è un Fu Mattia Pascal in versione africana. Nella morte virtuale a cui si rassegna non fugge se stesso, ma una burocrazia discriminatoria: la sua identità è imprigionata in una gabbia politica, non in quell’abisso metafisico che lo scrittore siciliano spalancava con compiaciuta crudeltà davanti ai suoi personaggi. Sizwe Banzi, al contrario, è oppresso dal dolore di non essere più il marito della moglie di Sizwe Banzi, vive il cambio di nome, la morte ufficiale, come una frattura intima, sentimentale e a un tempo comunitaria: è la perdita dell’ingenuità di un’Africa rurale che, nella città-ghetto, è costretta, come dice Styles, ad “aprire gli occhi”. Sizwe Banzi, alla fine, non scioglie la sua commedia degli equivoci: la prolunga in un ultimo scatto fotografico che lo ritrae sorridente e vincente, cristallizzato dal flash del suo nuovo status di sopravvissuto urbano. Ma nel balletto conciso e vitalistico animato dai due attori africani resta un nocciolo dolorante, nell’eco di quel grido, di quel lamento che uno Sizwe Banzi esacerbato accenna, quasi senza terminarlo: “Non sono anch’io un uomo…non ho un corpo, due gambe…” E qui sì, in quest’aria mesta, risuona qualcosa di terribilmente familiare all’immaginario occidentale. E’ l’aria di un famoso monologo shakespiriano, quello del III atto del Mercante di Venezia: “Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, organi, membra, sensi, affetti, passioni?” Anche il povero Shylock aveva i suoi problemi di apartheid.


questa recensione è uscita oggi sul settimanale Carta



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