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FANTASMI IRLANDESI 17/11/06

COME UN'EPIFANIA, VALERIO BINASCO PORTA IN SCENA LA CHIUSA DI CONOR MCPHERSON. AL TEATRO INDIA DI ROMA FINO A DOMENICA 19 NOVEMBRE

Attilio Scarpellini

Venerdi' 17 Novembre 2006
Niente succede, ma tutto cambia, nella Chiusa di Conor McPherson. All’inizio ci si crede immersi nella digressione senza fine di quattro poveracci che, nel pub di uno sperduto paesino irlandese, tra un bicchiere e l’altro, cercano di far colpo su una bella forestiera con qualche leggenda ad effetto tratta dal folclore locale. Ma poi, come accade ai viaggiatori che si incontrano casualmente in qualche stazione della vita, Jim, Jack, Finbar, Brandon e la stessa Valerie si lasciano prendere dal demone della memoria e del racconto, quella che era una lingua rarefatta, comicamente imprecisa, si addensa in un caleidoscopio di rivelazioni e di fantasmi – ed eccoci in un winter’s tale dei nostri giorni, anzi in un dubliner alla Joyce, dove il mondo dei morti è un lampo che riaffiora nello sguardo, sulla pelle dei vivi. Ed è proprio così – come un’epifania - che Valerio Binasco ha portato in scena il testo di Mcpherson, allestendo uno spettacolo di misteriosa perfezione, che ha la precisione straniata di certi sogni. Dove il naturalismo è un’apparenza, l’orologio di una scenografia che segna sempre la stessa ora – quel pub ricostruito con accuratezza quasi filologica sul palcoscenico dell’India – e il sovrannaturale è un trasalimento, un lieve colpo di vento sulla porta del linguaggio. Difficilmente, insomma, si potrebbe essere più fedeli - forse più affini - a McPherson, questo Cechov irlandese ad alto tasso di alcool e di affabulazione. Nella lenta crescita degli attori (Ugo Maria Morosi, Lisa Galantini, Gianluca Gobbi, Davide Lorino, Enzo Paci: così bravi dal far dimenticare anche la loro bravura), nelle impalpabili simmetrie create tra di loro, il regista genovese è riuscito a restituire e a moltiplicare sia la profonda simpatia che lega il drammaturgo dublinese ai suoi personaggi, sia quel principio di lievitazione sul quale sono costruiti: eroi umiliati che nell’azione muoiono e nel racconto risorgono, afasici nel presente, pieni di facondia quando rievocano il passato. Ma soprattutto ha usato il teatro contro se stesso, mobilitando tutta la sua forza illusoria per assottigliarne rilievi e pareti, e captare il pubblico nella stessa suggestione – prima innocentemente comica, poi innocentemente dolorosa – con cui i narratori della Chiusa si contagiano a vicenda. E il pubblico, che da tempo non aspettava altro, si è lasciato soggiogare da una ballata fatta soltanto di parole (nonché di molte birre) dove niente accade, ma tutto, misteriosamente, cambia. Perché nessuno resiste a una storia triste in una notte di inverno battuta dal vento.

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La Chiusa di Conor McPherson
Regia di Valerio Binasco
Al teatro India di Roma fino al 19 novembre


questa recensione è uscita oggi su diario della settimana



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