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MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

POST-JUGOSLAVIA, IL TEATRO (CONTRO) LA STORIA 3/11/06

Quasi inosservata, a ridosso della Festa del cinema, la rassegna di Giorgio Ursini Ursich è passata sui palcoscenici di Roma col suo mosaico di spettacoli dalla Croazia, dalla Bosnia, dalla Serbia, dalla Macedonia. Dimostrando che nei Balcani divisi la comunanza culturale fa ancora miracoli (nella foto, Mirjana Karanovic, acclamata protagonista con Ermin Bravo de La Notte di Elver del Kamerni Teatar 55 di Sarajevo)

Attilio Scarpellini

Venerdi' 3 Novembre 2006

A teatro è ancora sufficiente un cenno per schiudere un paesaggio: basta il levar d’occhi stupito di Daria Lorenci, l’attrice che interpreta Carolina nella versione di "Kazimir und Karoline" che Paolo Magelli ha portato all’Argentina di Roma, perché il dirigibile che solca il cielo nella commedia di Horvath diventi per chiunque stupefacente e vero. Bastano le sue gambe sfrontatamente scoperte, mentre seduta a terra parla e sogna, a farci capire in quale abissale condizione di innocenza Horvath abbia precipitato i suoi personaggi, e il regista, toscano di nascita, croato di elezione, i suoi attori. Oggi lo Zeppelin non sorvola più il campo dell’Oktoberfest negli anni più duri di Weimar, ma un cinemino all’aperto circondato da squallide fioriere, negli anni più grigi dell’Europa dei Venticinque. E non trasporta più “verso Oberramergau” la vaghezza dei sogni in cui si crogiolano i piccolo-borghesi di Horvath, li porta più lontano, “a Occidente”, in quel non-luogo dei desideri traditi dove i frammenti di ex Jugoslavia sono approdati al termine di un decennio di sanguinose guerre “nazionali”. Se Giorgio Ursini Ursich, l’organizzatore della rassegna Post Jugoslavia che tra il 25 settembre e il 16 ottobre è stata ospitata dal Teatro di Roma, voleva un testimone per presentare la sua ricognizione in un “futuro da ricordare”, non poteva sceglierne uno migliore di Odon Von Horvath. Nato a Fiume, cresciuto a Belgrado, Budapest, Bratislava, Vienna e Monaco, l’autore di "Casimiro e Carolina" aveva un passaporto ungherese e diceva di non sapere cosa fosse una patria. Con una scrittura scenica estroversa, Magelli fa vibrare i molteplici silenzi disseminati nelle sue didascalie, rendendo più compatto, e se possibile ancora più straziante, il suo requiem truccato da operetta - in morte del popolo, della morale, oggi del mitico ceto medio. Horvath parlava di disoccupati, affaristi e prostitute. Grattando la patina delle sue maschere umiliate, ecco comparire i volti, i gerghi, le ambizioni sbagliate di quei 25 milioni di derelitti che dall’Europa postcomunista premono alle porte di Bruxelles. Ma tra Monaco e Fiume l’essenziale non cambia: “l’amore non ha fine”, è la meccanica del desiderio che diventa fato e travolge gli individui nella sua caduta libera. Dopo Magelli all’Argentina è la volta del serbo Dejan Mijac al Valle, dove a essere celebrata è l’inattualità irrimediabile di un autore come il russo Leonid Andrejev. Il metronomo del "Valzer dei cani" non ha la polifonica euforia della Cacania horvathiana: scandisce la discesa agli inferi di un classico “uomo superfluo” uscito dall’antropologia slava e superbamente interpretato da Branislav Lecic. Ma l’ idea del destino che, complice la passione, deraglia nell’incidente letale, ritorna. E’ solo più cristallizzata nell’algida perfezione di una messinscena da teatro d’arte. Di spettacolo in spettacolo, un’aria di famiglia si rafforza, si accorpa, disegna un paradosso: plurima e una, la post- Jugoslavia si riconosce malgrado e attraverso le sue linee di frattura. Gli attori di Fragile!, singolare tv-movie del teatro sloveno Smg, interpretano un gruppo di serbi, croati, bosniaci rifugiati a Londra. E in un incrocio di lingue simili e difformi, parlano di nostalgia, dicono “noi” e “nostro”, riferendosi a uno spazio politico che non esiste più. In "La notte di Helver" di Ingmar Vilkvist, autore polacco (a dispetto dello pseudonimo scandinavo) messo in scena dai bosniaci del Kamerni Teatr 55, la Storia prende il posto rovinoso del destino e indossa gli abiti più simbolici che si possano immaginare, quelli della Germania nazista. Ma l’identità turbata di Helver, il ragazzo che trasforma la guerra in giochi, guarda in tralice a un passato più recente: al lungo assedio che sventrò Sarajevo, la più meticcia delle città jugoslave. Uno sguardo martoriato passa dalla Polonia di Vilkvist alla Bosnia di Dino Mustafic, alla Macedonia di Alexandr Popovski (anche nel suo bellissimo "Divo Meso" la guerra che incombe è la seconda, ma quella che parla è l’ultima, interamente jugoslava). E passando rinnova un’ossessione tipica delle piccole nazioni balcaniche ed esteuropee: la Storia è il contagio della guerra, un incubo dal quale non riusciamo a sollevarci.
Post Jugoslavia è una parata di lingue e di nazioni, di culture e di storie artistiche, ma quel che alla fine resta impresso non è la sua Babele, è la sua stimmate condivisa: il tono grave dell’ intimità dilaniata che non rinuncia né alla sua parola né alla sua ferita, l’idea – ormai inconcepibile “a occidente” - che il teatro sia ancora il luogo in cui la memoria dispersa si raggruma e la coscienza fa i suoi conti con la Storia. Ed è una stimmate che si ritrova ovunque: nel minuzioso lavoro sull’attore che produce una recitazione asciutta, concentrata – e alcune prove straordinarie, come quella di Ermin Bravo e Mirjana Karanovic in La notte di Helver. Nell’equilibrio mai deformato tra parola e immagine, tra visione e racconto. Ma anche in un humour senza glamour, nell’ironia tragica che si surriscalda fino all’ iperbole e, come nel Valzer dei cani, digrigna i denti nella clownerie. Persino lo scivolamento più evidente nella poetica del post-moderno, l’allestimento di "Fragile!" firmato da Matiaz Pograjc, che con i suoi sdoppiamenti della scena sullo schermo cerca la lingua globale del Reality, finisce col produrre una specie di film cechoviano. Delicato, quasi introverso, toccato dal demone della nostalgia. Niente a che vedere col patinato decadentismo dei Motus o le ghignanti parodie del newyorkese Big Art Group. L’anima postjugoslava è disperatamente europea. Forse per questo, a seguire il suo festival nella capitale di tutti gli eventi, di tutte le Feste, sono stati in pochi. Da tempo l’Europa, in Europa, non fa più mainstream.


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