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“Tecnicamente siamo in guerra con le Corti islamiche somale”. È con questa frase che lascia poco spazio alle interpretazioni che Meles Zenawi (nella foto), primo ministro etiope, ha qualche giorno fa descritto lo stato dell’arte delle relazioni correnti tra Etiopia e Somalia

Irene Panozzo

Giovedi' 26 Ottobre 2006
A la guerre. “Tecnicamente siamo in guerra con le Corti islamiche somale”. È con questa frase che lascia poco spazio alle interpretazioni che Meles Zenawi, primo ministro etiope, ha qualche giorno fa descritto lo stato dell’arte delle relazioni correnti tra Etiopia e Somalia. O, per meglio dire, tra l’Etiopia e il governo transitorio somalo da un lato e le Corti islamiche che dall’inizio di giugno hanno assunto il controllo di Mogadiscio e di buona parte della Somalia meridionale dall’altro.
Una guerra che non è più solo di parole, ma che ogni giorno di più rischia di generare in un conflitto di dimensioni maggiori. Ad ammetterlo è lo stesso Meles. Che però dà una lettura della situazione meramente difensiva. “Gli elementi jihadisti dentro il movimento delle Corti islamiche stanno morendo dalla voglia di combattere. Stanno dichiarando la jihad (guerra santa) contro l'Etiopia ogni
settimana”, ha dichiarato il premier etiope all’intervistatore. Dal canto suo, il presidente transitorio della Somalia, Abdullahi Yusuf Ahmed, alleato di Addis Abeba, non ha risparmiato toni accesi nel definire le Corti islamiche come “forze jihadiste che lottano sotto la bandiera nera dei talebani”, probabilmente nel tentativo di tirare dalla sua parte il sostegno della comunità internazionale agitando il facile spauracchio del terrorismo islamico. Un’etichetta liquidata dai diretti interessanti come “un tentativo disperato da parte di un uomo disperato di ottenere simpatia e sostegno”.

Negoziati in salita. Che la tensione sia ormai alta è indubbio. Come è indubbio che il terzo round negoziale tra governo transitorio e corti islamiche, previsto per il 30 ottobre a Khartoum, in Sudan, partirà in salita. La distanza rispetto all’inizio di settembre, quando sempre a Khartoum le due parti si erano accordate per unire i propri eserciti per formare un’unica forza militare nazionale, sembra immensa. E anche il Gruppo internazionale di contatto, formato da diversi paesi (Italia compresa) e istituzioni internazionali, nei giorni scorsi ha espresso tutta la sua preoccupazione per “le minacce di militarizzazione della Somalia”. A Khartoum la prossima settimana si dovrebbero affrontare ancora i nodi della sicurezza, a partire dalla smobilitazione e dal disimpegno militare. Ma vista l’escalation dei toni degli ultimi giorni si teme che le parti decidano di non presentarsi neanche a Khartoum, scegliendo lo scontro.

Conflitto regionale. Le preoccupazioni riguardanti la situazione somala vanno anche al di là delle singole posizioni del governo transitorio o delle Corti islamiche. Secondo un rapporto preparato per il governo Usa da David Shinn, ex ambasciatore americano ad Addis Abeba, la crisi somala potrebbe facilmente trasformarsi in una crisi regionale. Già si teme che il conflitto sia diventato una proxy war, una guerra per procura, tra Etiopia ed Eritrea, che sta ampiamente sostenendo le Corti con armi e uomini. Ma secondo il rapporto, significativamente titolato “Somalia: regional involvement and implications for US policy”, sarebbero ben dodici i paesi già coinvolti, direttamente o indirettamente, nella crisi. I confinanti Kenya, Etiopia e Gibuti, ovviamente, ma anche i più lontani Sudan, Eritrea, Uganda, Tanzania. E poi il mondo arabo-musulmano, con Egitto, Libia, Yemen, Emirati Arabi ed Arabia Saudita, per concludere con l’Iran e gli Stati Uniti stessi. Le ragioni del coinvolgimento, naturalmente, sono diverse. Ma l’immagine che ne esce non rassicura.

L'articolo è apparso oggi su Il Riformista



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