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A due mesi dalle elezioni presidenziali del 2 luglio scorso, il Messico aspetta ancora di sapere chi sarà il successore di Vicente Fox (nell'immagine) alla guida del paese. La risposta definitiva dovrebbe arrivare in settimana

Francesca Minerva

Lunedi' 28 Agosto 2006

Città del Messico - Dopo quasi due mesi dalle elezioni presidenziali del 2 luglio scorso, il Messico aspetta ancora di sapere chi sarà il successore di Vicente Fox alla guida del paese. I primi risultati hanno dato la vittoria a Felipe Calderon, leader del partito di destra PAN (Partido de Acción Nacional), ma i sostenitori del suo avversario López Obrador, PRD (Partido de la Revolución Democrática), sicuri che si sia trattato di una frode, hanno creato uno dei più grandi movimenti di resistenza civile che si ricordino negli ultimi decenni di storia messicana.
La decisione spetta al Tribunale Elettorale che, concluso da pochi giorni il riconteggio parziale dei voti, dichiarerà il nome del Presidente legittimo entro il prossimo 6 settembre. Nell’attesa si è scatenata una bufera politica: l’attuale presidente Fox ha già proclamato la vittoria di Calderon, Obrador dice che il 7 settembre il Messico si sveglierà con due presidenti.
Calderon, avvocato quarantatreenne proveniente da una famiglia cattolica del Michoacan, spera di zittire i suoi avversari ripetendo “vi piaccia o no, ho vinto io la Presidenza della Repubblica”. Ma probabilmente guarda ogni giorno con maggior preoccupazione la piazza centrale di Città del Messico occupata da oltre un mese dai suoi avversari che gridano “No al presidente illegittimo!”.
Il Tribunale Elettorale, di fronte alla denuncia di Obrador e della sua Coalición por el Bien de Todos, ha concesso il riconteggio solo in pochi seggi, 9% del totale. Sono emerse una lunga serie di irregolarità che potrebbero, sostiene la Coalizione, ribaltare il risultato.
Intanto si arricchisce il calendario di proteste della piazza: grande manifestazione il primo settembre, quando Fox leggerà l’ultimo resoconto delle attività del suo governo. Obrador ha poi convocato, per il 16 settembre, festa nazionale della Rivoluzione, una Convenzione Nazionale Democratica. Per far questo si è appellato all’articolo 39 della Costituzione messicana che dà al popolo, in qualunque momento, “l’inalienabile diritto di cambiare o modificare la forma del proprio governo”. La convenzione riunirà rappresentanti di tutti gli stati della Repubblica e sarà uno spazio per “ascoltare la voce del popolo e portare avanti le trasformazioni di cui il paese ha bisogno”. Obiettivi la lotta alla povertà, la difesa del patrimonio della nazione dalla privatizzazione, lotta alla corruzione e all’impunità e rinnovamento delle istituzioni. “Questa lotta è per il rispetto della democrazia ma non solo”, spiega Victor, un anziano contadino del Michoacan. “È per un’economia diversa, per mettere un freno ai piani di libero commercio e all’invasione dei prodotti statunitensi che stanno uccidendo l’agricoltura messicana”.
Alla base delle proteste c’è la contrapposizione tra due società. I risultati di politiche aperte all’ingresso di prodotti e capitali stranieri e volte a favorire imprenditori e impresari hanno acuito la disuguaglianza tra ricchi e poveri. Tra il 1990 e il 2005 il salario reale è diminuito del 30%, l’emigrazione è aumentata del 89% toccando la cifra di un milione e 200 mila persone ogni anno. La povertà, tra il 2000 e il 2004, ha colpito sei milioni e mezzo di messicani in più. I movimenti sociali e sindacali sono stati repressi duramente. Le promesse del governo Fox, di crescita economica e di aumento dei posti di lavoro, sono rimaste incompiute. Ad aumentare in modo esponenziale sono state invece le importazioni, dall’entrata in vigore, nel 1994, del trattato di libero commercio con Stati Uniti e Canada, che ha messo in ginocchio medi e piccoli proprietari messicani.
Calderon vuole proseguire sulla “linea sicura” dei governi precedenti. Candidato “del lavoro”, come si autodefinisce, propone stabilità macroeconomica, bassa inflazione e riduzione dei livelli di indebitamento come condizioni necessarie per generare investimenti e sviluppo. Una politica economica competitiva, in linea con i principi della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, in difesa dell’Area di libero commercio delle Americhe, in cui i flussi di capitali, merci e persone non siano frenati. Questo dovrebbe determinare, a suo avviso, un rafforzamento del mercato interno, la creazione di nuovi posti di lavoro e di conseguenza la crescita del potere d’acquisto della popolazione, generando un circolo di lavoro-entrate-consumo-risparmio-inversione-lavoro. Sul piano della sicurezza sociale ha promesso mano dura contro ogni forma di ribellione.
Ma c’è un nuovo elemento che non era previsto dallo schema: i messicani vogliono partecipare alla vita politica oltre il minuto e mezzo ogni sei anni che serve per barrare una scheda elettorale. Questo si proponeva anche l’Altra Campagna del Sub Comandante Marcos che, lontana dai riflettori ma tutt’altro che conclusa, continua a tessere reti tra le popolazioni indigene e le opposizioni più radicali. Un altro elemento di troppo per la “via sicura” di Felipe Calderon.

L'articolo è uscito oggi su Il Riformista



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