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CANBERRA, UNO SCERIFFO IN ASIA 27/6/06

L’Australia è centrale nella strategia degli Stati Uniti, o meglio dell’amministrazione Bush, per ‘contenere politicamente’ la crescente potenza della Cina

Claudio Landi

Martedi' 27 Giugno 2006

Il ruolo dell’Australia diventa sempre più importante. Un analista italiano molto attento alle cose d’Asia, fa un ‘punto’ molto interessante sulla strategia dell’Australia. Canberra, per tutta la Guerra fredda, ha svolto una funzione tutto sommato marginale, essendo lontana dal confine più importante di quello scontro, la cortina di ferro europea. Nel 21° secolo, al contrario, Canberra si trova esattamente sull’orlo della potenziale linea di ‘competizione strategica’, quella fra il Dragone cinese e l’Aquila americana, la regione Asia-Pacifico.

Cina, e India, sono grandi potenze emergenti: l’Australia si trova esattamente al crocevia di due oceani chiave, il Pacifico e l’Indiano. E’ quindi del tutto inutile sottolineare l’importanza della collocazione geopolitica dell’’ultimo continente’. Non solo: l’Australia si trova anche confinante con la nazione musulmana più popolosa e più grande del mondo, l’Indonesia, e in genere al confine con l’espansione del mondo musulmano. Una altra linea di potenziale competizione piuttosto rilevante. Insomma mentre ieri l’Australia era geopoliticamente abbastanza marginale, oggi è semplicemente centrale. E infatti l’Australia è centrale nella strategia degli Stati Uniti, o meglio dell’amministrazione Bush, per ‘contenere politicamente’ la crescente potenza della Cina.

Ecco allora che acquisisce senso l’offerta americana all’Australia di partecipare al progetto scudo spaziale e acuisce ancora più significato l’immediata reazione cinese che ha avvisato Canberra sulle conseguenze di una tale decisione. Il fatto è l’Australia si potrebbe trovare coinvolta in una eventuale crisi per Taiwan e ciò metterebbe a serio repentaglio i suoi, sempre più importanti rapporti economici e diplomatici con la Cina. L’Australia infatti da un lato è un fedele alleato degli Stati Uniti, per tante ragioni, l’affinità culturale, i rapporti speciali da decenni esistenti, l’alleanza militare forte, la convergenza politica e ideologica del governo Howard con l’amministrazione Bush. Ma d’altro lato l’Australia sta sviluppando forti legami economici con il Far East e con la Cina in particolare. La potenziale contraddizione è ovvia.

Oltretutto, sottolinea il nostro analista, Canberra deve tenere conto di un altro fatto: la sua politica di intervento nell’Asia sudorientale (recentemente le truppe australiane sono arrivate a Timor est) e nel Pacifico meridionale (le truppe di Canberra sono arrivate recentemente nelle isole Salomone) viene percepita da vasti settori di opinione pubblica e di classi dirigenti locali come ‘neocolonialista’; e i suoi legami strategici con Washington spingono altri paesi, ad esempio l’Indonesia e la Malaysia, a stringere a loro volta i legami con la Cina.

Cruciale è in particolare il rapporto Australia-Indonesia: Timor est, Papua, questione del terrorismo fondamentalista, sono tutti elementi di frizione fra Camberra e Giacarta. Il pericolo maggiore per una saggia strategia americana nella regione sarebbe quello di una rivalità strategica fra le due capitali più importanti, appunto Giacarta e Canberra. L’Australia ‘’sceriffo’ in Asia per conto di Washington, o meglio ‘ponte’ fra Occidente e Asia? Il bivio è evidente.


AUSTRALIA ‘SCERIFFO’, IL CASO TIMOR EST La gravissima crisi politica a Timor est e il ruolo di Canberra sono molto interessanti. I fatti: nei giorni scorsi, con l’ultimatum del presidente della repubblica al primo ministro, la crisi politica di Timor est (così grave da aver provocato l’intervento di un contingente militare australiano nella capitale, Dili, per ‘portare l’ordine’ dopo una rivolta di settori militari) è diventata crisi istituzionale. Secondo alcuni osservatori, è diventata golpe istituzionale. La faccenda è quanto mai delicata: il primo ministro, leader del Fretilin, il Fronte dell’indipendenza, Mari Alkatiri, un musulmano, era decisamente malvisto dal presidente Guasmao e dal governo di Canberra. Ora sul suo capo è stato messo il sospetto di aver organizzato ‘squadroni della morte’ di regime a Timor (il ministro dell’interno è sotto inchiesta per questo motivo). La faccenda è dunque grave: ma è ancora più grave se si guarda allo scacchiere geopolitico. Il fatto è che il primo ministro musulmano non piaceva per la sua politica di ‘nazionalismo economico’ e i suoi legami internazionali (Cuba ad esempio) al governo di Canberra. Al centro di tutto, più che i diritti umani (l’Australia, se dobbiamo dire la verità, non ha mai particolarmente difeso i diritti umani dei timoresi durante la durissima oppressione indonesiana al tempo del regime di Suharto), c’è manco a dirlo, il petrolio e il gas che dovrebbe abbondare negli stretti di Timor: l’Australia ha imposto al governo di Dili un accordo che di fatto gli conferisce il controllo di queste importanti risorse energetiche: il primo ministro voleva rendersi ‘autonomo’ da Canberra e questo non piace al governo conservatore di Howard.

Con la rivolta di alcuni settori militari timoresi, il presidente Gusmao, avversario acerrimo del primo ministro, ha avuto l’occasione per chiamare le truppe australiane a Dili. E poi per dare l’ultimatum di sfratto allo stesso primo ministro. Cosa che è puntualmente accaduta. Che dire? Due cose brevissime: 1. L’’Occidente’ in tutta questa faccenda non ci fa una gran bella figura, comunque vada a finire la crisi. 2. Timor est rischia seriamente a questo punto di diventare un altro caso di crisi geopolitica nella regione. L’Australia ‘sceriffo’ o ‘Gambadilegno’?



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