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VENTO FREDDO TRA MOGADISCIO E BAIDOA 22/06/06

Una nuova folata di vento gelido raffredda i rapporti ancora da costruire tra il governo transitorio somalo e l’Unione delle corti islamiche. E le parole volano come pietre alla vigilia della conferenza di Khartoum, dove la Lega Araba cercherà una mediazione

Irene Panozzo

Giovedi' 22 Giugno 2006

Una nuova folata di vento gelido raffredda i rapporti ancora da costruire tra il governo transitorio somalo e l’Unione delle corti islamiche che nelle scorse settimane ha assunto il controllo di Mogadiscio e di altre città dello Stato africano che non c’è. E la speranza iniziale che il nuovo stato di cose potesse dar luogo a dei dialoghi costruttivi per il futuro della Somalia è già morta. Non si è allo scontro aperto, ma le parole volano come pietre.
Ieri è stata la volta di Abdullahi Yusuf Ahmed, eletto nell’ottobre 2004 presidente della repubblica dal parlamento transitorio che all’epoca, per questioni di sicurezza, ancora si riuniva a Nairobi. Ad Addis Abeba, in Etiopia, dove aveva appena finito di parlare con il primo ministro Meles Zenawi, Yusuf ha sparato a zero sul network delle corte islamiche. “Non avrebbero potuto conquistare Mogadiscio se non fosse stato per la solidarietà dei fondamentalisti nel mondo. Non dobbiamo ascoltarle, non sono il governo del paese”, ha poi continuato il presidente. Il pomo della discordia, quello che dopo le manovre di avvicinamento dei primi giorni ha fatto arrivare i rapporti quasi al punto di rottura, riguarda l’ipotesi di intervento di una forza militare multinazionale, africana o, in estrema ipotesi, extracontinentale, per garantire una pace ancora tutta costruire. Un’idea fissa di Yusuf, che da quanto è diventato presidente preme senza risultato per far entrare nel paese una forza di peacekeeper da selezionare tra i paesi membri dell’Igad, l’organizzazione regionale del Corno d’Africa. Tutti paesi vicini, quindi, tra cui anche l’Etiopia, strenua alleata di Yusuf ma percepita come nemico storico da molti somali.
Quando, una settimana fa, il parlamento transitorio, che si riunisce ora a Baidoa, la città a 250 km a nordovest di Mogadiscio che ospita le istituzioni somale, ha approvato la richiesta all’Unione Africana di inviare una forza di peacekeeping, la reazione dell’Unione delle corti islamiche era stata immediata. E negativa. “Ci opponiamo a qualsiasi forma di presenza militare straniera nel nostro paese”, ha ribadito qualche giorno fa Shaykh Abdulkadir Ali, il vice presidente dell’Unione. “Non ne abbiamo alcun bisogno in questo momento, visto che i signori della guerra, che costituivano il principale ostacolo alla pace e alla sicurezza del paese, non sono più una minaccia seria”. La via fuori dall’empasse, secondo Ali, dovrebbe essere “buona volontà e dialogo tra noi somali, per risolvere tra noi tutti i problemi rimasti”.
In effetti era questa la strada che molti avevano auspicato, fin dall’annuncio della vittoria delle corti islamiche a Mogadiscio. Che, al di là dei timori occidentali sui possibili (ma sempre negati) legami di alcuni personaggi delle corti con il terrorismo di matrice islamica, costituisce un’importante novità per il panorama somalo. È infatti la prima volta in quindici anni che la ex capitale si trova a essere controllata da un unico gruppo. Che quindi si pone come unico interlocutore di fronte al governo transitorio somalo, sempre fragile, con poca presa sulla popolazione e che in alcuni momenti ha fatto fatica a mantenere il controllo anche solo della stessa Baidoa. La possibilità di una collaborazione tra le due parti sembrava essere confermata anche dall’incontro, giovedì 8 giugno a Mogadiscio, tra due ministri del governo transitorio e il presidente dell’Unione delle corti islamiche, sheikh Sharif Ahmed.
L’onda positiva di un possibile dialogo si è infranta però sullo scoglio dell’intervento straniero. E sul ruolo dell’Etiopia, che secondo le denunce di Ahmed e dei suoi avrebbe nei giorni scorsi fatto entrare in territorio somalo alcune centinaia di soldati, che si sarebbero fermati fuori Baidoa. Addis Abeba smentisce, ammettendo solo di aver disposto le proprie truppe lungo il confine con il vicino somalo. Ma il viaggio di Yusuf nella capitale etiope ha ulteriormente innervosito gli animi. Anche prima delle sue parole di fuoco contro le corti.
Ricucire non sarà facile e lo spazio per negoziare sembra ridursi ogni giorno di più. Visto l’empasse con l’Unione Africana, il testimone del mediatore potrebbe passare alla Lega Araba, di cui anche la Somalia fa parte. E al presidente di turno in questo momento, Omar al-Beshir, il presidente del Sudan. Che, si dice, potrebbe aver aiutato in passato le corti islamiche somale. E che quasi certamente sosterrà la loro opposizione ad ogni tipo di intervento straniero. Perché, ha detto lunedì a Khartoum, è stato proprio questo “che in primo luogo ha portato all’attuale situazione somala”. Ma anche perché ammettere un intervento Ua in Somalia potrebbe significare trovarsi costretto ad accettare l’invio di forze di peacekeeping Onu in Darfur. Uno scenario di cui il presidente sudanese non vuol neanche sentir parlare.

L'articolo è uscito oggi su Il Riformista



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