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Gli Usa starebbero pensando a un accordo militare con Canberra che prevederebbe il posizionamento di almeno 5mila marine e un certo numero di caccia F-16. Quadro a tinte fosche mentre infuria la guerra a Sumatra

Emanuele Giordana

Mercoledi' 28 Maggio 2003
Secondo il Washington Times, che riprende fonti citate da The Australian, gli Stati Uniti starebbero pensando a un accordo militare con Canberra che prevederebbe il posizionamento di almeno 5mila marine e un certo numero di caccia F-16 in Australia. Il motivo risiederebbe nell’instabilità politica in cui versa l’Indonesia e la crescita in Asia orientale di gruppi integralisti legati ad Al Qaida.
La notizia è stata solo in parte smentita da fonti della Difesa mentre sarebbe stata in qualche modo ammessa, durante un’audizione in parlamento, dal vice segretario alla Difesa Shane Carmody. Per ora non si sa dunque se e in che misura i due governi abbiano preso accordi o se si tratti semplicemente di una suggestione di Washington, ma la vicenda mette in luce almeno due punti: il primo riguarda i rapporti Usa Australia; il secondo, la guerra sporca che, nel silenzio generale, si sta svolgendo ad Aceh, nel Nord dell’isola indonesiana di Sumatra.
Sul primo punto, Canberra potrebbe trovarsi in imbarazzo. In Australia, la guerra in Iraq è piaciuta poco e, alla fine, il premier John Howard ha finito per fare, secondo diversi osservatori, il maggiordomo di George Bush. Inoltre, gli americani non avrebbero dato agli australiani, in termini di controllo del dopo Saddam, alcuna garanzia di partecipazione alla spartizione della torta economica. Se adesso Canberra si mettesse d’accordo per ospitare 5mila marine, neanche la guerra al terrorismo sarebbe sufficiente a evitare nuovi problemi per un governo uscito dalla prova bellica con non poca sofferenza. Infine c’è la vicenda indonesiana.
Vista alla luce di queste rivelazioni, diventa più chiaro in che quadro Jakarta potrebbe essersi mossa nel dichiarare una guerra unilaterale al Movimento per la libera Aceh (Gam) nel bel mezzo di un negoziato con mediatori internaizonali. In un certo senso, la decisione di Washington, se confermata, dimostrerebbe, assai più che una preoccupazione a posteriori, una strategia di avanzamento militare in Asia: all’interno della quale le varie leadership nazionali alleate, come quella indonesiana, avrebbero mano libera nelle loro faccende interne. Sentendosi magari rafforzate da una presenza “amica” a qualche isolato da casa.
Intanto la guerra a Sumatra continua a mietere vittime e la comunità internazionale continua a osservare la vicenda come una mera operazione di polizia interna. Ma nel Paese monta la protesta. E più che la voce tardiva della Muhammadiya, una delle maggiori organizzazioni islamiche che ha definito “incivile” la guerra a Sumatra, sembrano contare assai di più le manifestazioni studentesche, le rimostranze delle Ong straniere (messe al bando nell’Aceh dal governo) e parte della stampa locale che, in omaggio a una conquista ormai consolidata dopo 32 anni di dittatura di Suharto, non vogliono adesso sottostare alla censura. Censura che è stata denunciata da Reporter senza frontiere (Rsf) e dal Comitato di protezione dei giornalisti (Cpj), che ha scritto a Megawati chiedendo di allentare la morsa sui cronisti, che l’esercito vorrebbe sotto tutela e con il divieto di riportare le fonti della guerrigliera. Ma le poche notizie che filtrano, parlano di esecuzioni extragiudiziarie praticate con estrema leggerezza e con ampio uso di armi da fuoco alle spalle o nella testa a distanza ravvicinata. In alcuni casi persino contro minorenni. Una brutalità che si accompagna a un’offensiva diplomatica di Jakarta nei confronti della Svezia, che ospita il leader del Gam, Hasan di Tiro. La polizia, che lo vuole arrestare, ha chiesto aiuto all’Interpol perché Stoccolma si rifiuta di collaborare.



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