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CASO MONTECRISTO: LA TERZA UDIENZA CONTRO I PRESUNTI PIRATI SOMALI A ROMA 27/06/12

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A ROMA IL PRIMO PROCESSO CONTRO PRESUNTI PIRATI SOMALI 23/3/12

DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEI RISCATTI PAGATI AI PIRATI SOMALI? LA RISPOSTA, PARZIALE, DI CHATHAM HOUSE

PIRATERIA SOMALA: L'UE PENSA A INTERVENTI ARMATI ANCHE A TERRA 11/01/11

LIBERATA LA PETROLIERA SAVINA CAYLYN. DA FEBBRAIO ERA NELLE MANI DEI PIRATI SOMALI 21/12/2011

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GUERRA A MOGADISCIO 22/02/06

La non-capitale di uno stato che non c'è è da sabato teatro di incidenti. Motivo dello scontro tra le diverse fazioni: il controllo di una parte della città

Irene Panozzo

Mercoledi' 22 Febbraio 2006

Mogadiscio, la non-capitale di uno stato che non c’è, è di nuovo teatro di incidenti. Feroci, stando a quanto hanno riportato ieri le principali agenzie di stampa internazionali, che li hanno già descritti come i più pesanti e sanguinosi degli ultimi anni. Una crisi seria, che conferma una volta di più che i passi compiuti negli ultimi due anni per ricostruire le istituzioni somale dopo più di tredici anni di vuoto di potere non sono stati sufficienti a riportare la pace nel paese.
Iniziati sabato, gli scontri hanno già causato molti morti e stanno mettendo a ferro e fuoco la zona nord-occidentale della città. Il motivo del contendere pare essere il controllo della cosiddetta “Via 21 ottobre”, una zona della capitale dove sono situate caserme e accademie militari e che prende il nome dal giorno successivo all'insediamento al potere del dittatore Siad Barre, nel 1969. Anche gli scontri di questi giorni, quindi, non si sottraggono alla regola aurea che ha diretto le sorti della città da quando nel 1991 il regime di Barre è crollato e, con esso, è imploso lo stato somalo. Ciò che conta realmente nella lotta tra le diverse milizie è il controllo territoriale ed economico delle singole zone della città, dei check-point come delle transazioni commerciali che pur continuano a esserci.
Gli incidenti iniziati sabato potrebbero però trarre in inganno, a causa delle etichette appiccicate alle due parti in lotta. L’Alleanza per la restaurazione della pace e contro il terrorismo, coalizione nata di recente e formata da otto personalità locali tra ministri, signori della guerra e uomini d’affari, contro le milizie assoldate dalle corti islamiche: tutto lascerebbe presupporre che la motivazione religiosa sia parte integrante degli scontri.
Pare invece che così non sia. A Mogadiscio, da più di un decennio territorio di scontro tra diversi signori della guerra che continuano a contendersi le spoglie dello ex repubblica somala, le corti islamiche sono di fatto un gruppo d’affari e dietro il richiamo religioso nascondono la loro opposizione alla ricostruzione delle istituzioni somale. Il loro outlook islamista copre quindi un’agenda politica complessa, nella capitale come nel resto del paese. Nate nell’ultimo decennio soprattutto nella Somalia meridionale, la finalità di queste istituzioni giuridiche basate essenzialmente sulle diverse affiliazioni claniche sarebbe quella di riportare la sicurezza e l’ordine che l’assenza di strutture statuali impedisce di garantire.
Ma tra la teoria e la pratica spesso ce ne corre. E così alcune corti, forti di alleanze politiche e di finanziamenti esterni ai clan, si sono rese autonome dall’ambiente in cui erano nate. Questo vale soprattutto per le corti di Mogadiscio, che negli ultimi anni hanno perseguito un’agenda politica e sociale piuttosto aggressiva. Finendo per rendersi responsabili di una lunga serie di omicidi mirati a intellettuali, politici e militari. Questa almeno è la motivazione che l’Alleanza per la restaurazione della pace e contro il terrorismo ha addotto nel comunicato con cui venerdì scorso ha annunciato l’inizio di una campagna per liberare la città dalle milizie al soldo delle corti islamiche. Una vera e propria dichiarazione di guerra, che il giorno dopo ha dato il via a scontri violentissimi, in cui è stato fatto ampio uso di artiglieria pesante e di mortai. Non solo nella zona direttamente interessata dai combattimenti, ma anche in altre aree della città, non è chiaro se per caso o per scelta deliberata.
Il conto delle vittime di questi giorni è controverso e quasi impossibile da verificare. Mentre secondo le agenzie internazionali i morti contati fino a ieri sarebbero una ventina, la testimonianza di un deputato del nuovo parlamento somalo, raggiunto al telefono ieri mattina dall’agenzia Misna, ha riferito che “le radio locali concordano oggi (ieri, nda) nel fornire un bilancio di 300 morti e 130 feriti”. Per sua stessa ammissione però tali cifre non possono essere confermate. “Ma che vi siano molti morti è indubbio”, ha concluso. “Anche perché chi rimane ferito gravemente da una scheggia, una pallottola o una deflagrazione difficilmente riesce a ricevere cure adeguate e sopravvivere”.

L'articolo è apparso oggi su Il Riformista



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