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UN'INVESTITURA PER TRE STAGIONI 20/1/06

Tre cerimonie per il neo presidente indio della Bolivia Evo Morales

Adalberto Belfiore

Venerdi' 20 Gennaio 2006

Il passaggio dei poteri da domani nelle mani di Evo Morales, il primo “indio” della storia ad arrivare alla presidenza di uno stato attraverso libere elezioni, sarà un evento mediatico di grande rilevanza.
Morales, con una decisione destinata a stimolarne al massimo la visibilità, parteciperà addirittura a tre cerimonie di investitura: la prima sabato secondo il rito aymara, la seconda domenica a mezzogiorno in parlamento, dove riceverà la banda presidenziale in accordo col “rito” democratico occidentale e infine di fronte al popolo boliviano e ai rappresentanti di più di 200 movimenti sociali di tutto il continente. Tra cui delegazioni dei piqueteros argentini, dei sem terra brasiliani, degli zapatisti del Chiapas, dei circoli bolivariani venezuelani e del consiglio degli indigeni dell’Ecuador. E non mancheranno i personaggi famosi che seguono da vicino i grandi eventi di questa nuova stagione latino americana: Diego Maradona, Garcia Marquez, Silvio Rodriguez, José Saramago, Rigobeta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Eduardo Galeano e perfino Nelson Mandela.
La cerimonia mistico religiosa che inizierà sabato all’alba sulla piramide di Akapana nel sito archeologico di Tiwanaco sarà però la più singolare. Morales, che già si era fatto notare per la chompa (pullover) di alpaca con cui si è presentato a tutti i capi di stato nel suo primo viaggio da neopresidente, indosserà una tunica rituale perché, sostiene l’antropologo Emo Valeriano, “anche poncho chompa e chalina non sono originari di questa terra”. L’ex leader sindacale eletto presidente, fatto unico nella storia della Bolivia, con il 53% dei voti, sarà prima “purificato” con un lavacro rituale. Poi, al cospetto della Pachamama (la madre terra) a cui aveva fatto voti all’inizio della campagna elettorale, riceverà il bastone del comando dai mallkus (condor), le autorità tradizionali aymara. C’è chi in quest’occasione ha ricordato la profezia di Tupac Katari, il capo aymara trucidato dagli spagnoli nel 1781 che ebbe il tempo di gridare: “tornerò e sarò milioni”. Da allora gli indigeni boliviani aspettano il Pachacuti, il tempo nuovo, che ora potrebbe essere arrivato. Anche se non ne sembra convinto lo scrittore peruviano Mario Varga Llosa che in un articolo pubblicato domenica scorsa su El Pais ha attaccato con toni sprezzanti Morales paragonandolo a uno dei tanti caudillos barbaros della storia boliviana, accusandolo di razzismo e definendolo “greve ed arrivista” ed anche “esperto manipolatore”.
L’autore di “La citta e i cani”, non nuovo a queste provococazioni, ha collocato Morales assieme a Hugo Chavez ed anche al candidato alle presidenziali del Perù Ollanta Humala, tra i leader latino americani che sostengono posizioni razziste, militariste e nazionaliste, responsabili dello stato di arretratezza del continente. Un vero e proprio anatema che non impedirà però questo fine settimana l’arrivo a La Paz di 14 capi di stato e di governo, 52 delegazioni ufficiali e 1200 giornalisti dei media di tutto il mondo, come ha fatto sapere il Ministero degli esteri boliviano. Oltre agli “alleati” più prossimi, Nestor Kirchner, Lula Da Silva e di Hugo Chavez, si segnala la presenza, dopo 58 anni, del presidente uscente del Cile, paese con cui la Bolivia ha ancora un conflitto territoriale. Ed è possibile che all’ultimo momento si presenti lo stesso Fidel Castro. Gli Stati uniti, altro segno dei tempi, saranno presenti come comprimari con un sottosegretario. La stessa complessità del triplice cerimoniale a cui si assisterà, sembra testimoniare l’ampiezza delle aspettative e la difficoltà del compito con cui il primo presidente “indio” dovrà cimentarsi. Se è davvero arrivato il jacha uru, la nuova alba degli aymara, sarà la dura realtà dei fatti a dirlo.



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