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Ci sono due Evo Morales. Il primo è il leader popolare, l’indigeno aymara formatosi nelle lotte dei cocaleros del Chapare. Il secondo è il presidente della Bolivia, che assumerà ufficialmente il suo incarico il prossimo 22 gennaio

Joseph Zarlingo

Martedi' 17 Gennaio 2006
Ci sono due Evo Morales. Il primo è il leader popolare, l’indigeno aymara formatosi nelle lotte dei cocaleros del Chapare. Il secondo è il presidente della Bolivia, che assumerà ufficialmente il suo incarico il prossimo 22 gennaio. Il primo è ben conosciuto, in Bolivia, dove è riuscito a mettere insieme, attraverso il suo partito, il Movimento al socialismo (Mas), una forza elettorale senza precedenti nella storia del paese. Il secondo è ancora un’incognita, in patria e all’estero. E per questo ha deciso di lanciarsi in un tour internazionale, anch’esso senza precedenti nella storia del paese più povero e più sfruttato di tutto il continente iberoamericano.
Cuba, Venezuela, Spagna, Francia, Olanda, Belgio e poi Cina, Sudafrica e Brasile. I due Evo, accomunati dal disprezzo per il traje ejecutivo, cioè la immancabile giacca e cravatta di quasi tutti i capi di stato e di governo del mondo, hanno fatto a turno in ciascuna tappa del viaggio. Evo l’indigeno ha tuonato contro gli Stati Uniti assieme a Fidel Castro e a Hugo Chavez (e tornerà a tuonare, un po’ più piano, con Lula). Evo presidente ha parlato di affari e rapporti bilaterali a Madrid, Parigi, Bruxelles, L’Aja, Pechino e Pretoria.
I due Evo si incontreranno il 22 gennaio, alla cerimonia di insediamento. Una cerimonia storica: è la prima volta che un indigeno conquista la presidenza, nonostante all’ultimo censimento il 60 per cento dei boliviani si sia identificato come tale. I due Evo sono costretti ad andare d’accordo. Se il primo prende il sopravvento, i settori più conservatori dell’oligarchia che da sempre controlla la vita politica ed economica della Bolivia potrebbero trasformare i mugugni di disapprovazione in qualcosa di più. La regione di Santa Cruz, la più ricca e conservatrice del paese, ai confini con il Brasile, ferve già di bollori autonomisti o apertamente secessionisti. Se prevale il secondo, invece, a rendere ingovernabile il paese ci penseranno i movimenti sociali, indigeni e non solo, che hanno già cacciato due presidenti (Ponzalo Sanchez de Lozada, nel 2003, e Carlos Mesa nel 2005).
Lo spazio di manovra è molto stretto e le dichiarazioni seminate lungo le tappe del suo tour dimostrano che Morales lo ha capito benissimo. L’appoggio di Chavez (e quello, largamente simbolico, di Castro) gli servono per accreditare la propria immagine di leader antiliberista, se non rivoluzionario. Ma più ancora conta l’appoggio europeo, brasiliano e cinese, da usare come contrappeso all’influenza che gli Stati Uniti ancora esercitano sul paese. Un esempio su tutti: a fine dicembre il Mas ha denunciato (e dimostrato) che il comando delle forze armate e il governo, senza consultare il parlamento, avevano deciso di consegnare agli Usa 28 missili antiaerei a spalla di fabbricazione cinese, che costituivano l’intera difesa antiaerea del paese. La richiesta Usa era motivata in base al presunto rischio che queste armi (copie cinesi dei missili russi equivalenti agli americani Stinger) potessero finire nelle mani di non meglio specificate “organizzazioni terroristiche”. Si è trattato di un vero e proprio diktat.
La Bolivia, con dieci milioni di abitanti circa, non è un gigante come il Brasile, né ha le risorse petrolifere del Venezuela. Le sue ricchezze naturali, soprattutto il gas naturale, sono ancora potenziali e l’industria nazionale non è in grado di sfruttarle. Gli ultimi governi hanno lasciato che l’intero settore energetico del paese, dai giacimenti agli impianti di raffinazione, fino alla distribuzione, fosse comprato da alcune multinazionali straniere: l’ispanoargentina Repsol-Ypf, la francese Total, la brasiliana Petrobras, tra le altre.
Non ci sono aziende gringas direttamente coinvolte, anche se il progetto di esportazione del gas naturale che nell’ottobre del 2003 fece scoppiare la rivolta che portò alla fuga di Sanchez de Lozada (nonché a una sessantina di morti e oltre 400 feriti) prevedeva che la destinazione finale del gas boliviano fosse la California energivora. I giacimenti boliviani, concentrati nella regione di Tarija, fanno gola a tutti, dai vicini argentini e brasiliani, fino agli europei che cercano di alleggerire la bolletta petrolifera. E servono a Morales, perché sono la sola possibilità che il governo ha per mantenere le promesse di redistribuzione della ricchezza. La parola magica è “nazionalizzazione” che però il Mas spiega come una rinegoziazione degli accordi con le multinazionali straniere, sul modello di quello che Chavez ha fatto per i giacimenti di greggio, piuttosto che come una espropriazione sic et simpliciter.
Per riuscire a capire come il Mas speri di tenere assieme le due cose, bisogna rivolgersi più che a Evo, al suo vicepresidente, Alvaro Garcia Linares. Bianco, marxista, ex guerrigliero, Garcia Linares pensa che “l’unica cosa razionale in Bolivia è lo stato” e che la riduzione delle enormi disuguaglianze del paese possa avvenire solo rafforzandone il ruolo economico e sociale. Un’idea che piace a pochi, fuori dalla Bolivia, e meno di tutti agli europei, se ciò dovesse significare ridurre il peso economico e gli interessi delle loro multinazionali.
L’idea di Garcia Linares, però, non trova consensi unanimi nemmeno all’interno della Bolivia, dove negli ultimi anni, di fronte al disfacimento di uno stato che non ha fatto molto per scrollarsi l’etichetta di “coloniale”, sono nate molte esperienze di “autogestione” popolare: servizi idrici a Cochabamba e Oruro, raccolta di rifiuti a Oruro e Santa Cruz, fino alle Giunte di quartiere di El Alto, la città aymara che controlla le vie d’accesso a La Paz. Questi movimenti, riunitisi in un Fronte popolare in difesa della natura e della vita, hanno aperto al Mas un credito di fiducia, la cui voce principale si chiama “assemblea costituente”, richiesta essenziale dei movimenti, assieme alla nazionalizzazione “senza aggettivi”, per riorganizzare tutto lo stato boliviano. Il credito non è illimitato. Se Evo il presidente si dimenticherà di loro, non basterà Evo l’indigeno a salvarne il governo.



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