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Evo Morales e il suo Movimento al socialismo (Mas) hanno conquistato la maggioranza dei voti nelle elezioni di domenica. A grande distanza è rimasto il rivale conservatore Jorge "Tuto" Quiroga del partito “Democratico e sociale”. Ma la svolta nel paese andino potrebbe essere meno drastica del previsto. Morales ha scelto come vice Álvaro García Linera, bianco, matematico, ex guerrigliero e teorico del "capitalismo andino". E ha promesso che non ci saranno "estorsioni" nei confronti delle grandi compagnie straniere.

(nell'immagine, tratta da pts.org.ar, Evo Morales e, in secondo piano, il vice Álvaro García Linera)

G.C.

Martedi' 20 Dicembre 2005

Per la prima volta ha vinto un indigeno. Non era mai capitato nella storia della Bolivia, dove oltre la metà della popolazione rivendica con orgoglio il suo sangue indio. Evo Morales e il suo Movimento al socialismo (Mas) hanno conquistato la maggioranza dei voti. E se la percentuale supererà addirittura la soglia del 50%, come suggeriscono alcune proiezioni, non sarà neppure necessario aspettare la decisione del parlamento, che in Bolivia sostituisce il ballottaggio. Morales verrebbe infatti dichiarato presidente in virtù del solo voto popolare. Di certo, il leader del Mas si è posizionato ben al di sopra del 40%, e se non supererà il 50% ci andrà comunque molto vicino. A grande distanza è rimasto il rivale conservatore Jorge "Tuto" Quiroga del partito “Democratico e sociale”, che ha subito ammesso la sconfitta. Per i sondaggi pre-elettorali avrebbe dovuto perdere di cinque punti percentuali, ma le proiezioni del dopo voto gli attribuiscono un distacco maggiore. Le proporzioni della sua sconfitta variano però molto a seconda delle stime. Il magnate del cemento, Samuel Doria Medina dell’Unità nazionale, si è invece dovuto accontentare della terza piazza con circa l’8% dei suffragi. Per conoscere i risultati ufficiali bisognerà aspettare ancora qualche giorno. Anche se largamente previsto, l’affermazione del leader “cocalero” Evo Morales resta un evento storico e conferma che il vento di sinistra continua a soffiare forte in America latina. Ma la svolta nel paese andino potrebbe essere meno drastica di quanto temono i ricchi proprietari della provincia indipendentista di Santa Cruz e le grandi compagnie petrolifere straniere. Quello che la stampa in lingua spagnola ha dipinto come l’epigono del venezuelano Hugo Chávez, ha adottato una strategia intelligente in campagna elettorale per cercare di legittimarsi agli occhi dei boliviani e del mondo intero. E per non sembrare un utopista in cerca di riforme impossibili ha scelto di far correre al suo fianco un candidato alla vicepresidenza molto diverso da lui: il 43enne Álvaro García Linera. Bianco, matematico e sociologo, García Linera ha studiato a Città del Messico e si definisce “un intellettuale impegnato con posizioni di sinistra e indigene”. Nel suo curriculum, anche una militanza nell’esercito guerrigliero Tupac Katari (negli anni Novanta) e cinque anni dietro le sbarre. García Linera è il teorico del “capitalismo andino”. Come lui stesso spiega, “la Bolivia non può passare al socialismo senza esser prima passata per una tappa capitalista”. Il socialismo, per il matematico, non si può costruire sulla base di un’economia prevalentemente rurale e familiare di tipo comunitario, com’è quella boliviana, ma a partire dalla grande industria di cui ancora non c’è traccia. Per questo serve un progetto di “sviluppo nazionale e modernizzazione produttiva”. Il futuro vicepresidente è però convinto che il motore del cambiamento debba essere lo stato. Ma prima ancora lo stato deve essere “deconolizzato”. García Linera, insomma, rappresenta l’anima pragmatica del Mas, un movimento che si è impegnato a depenalizzare la coltivazione della coca, fonte di sostentamento per tanti contadini, e a nazionalizzare il gas e il petrolio di cui il paese è ricco. Ma lo stesso Morales sa bene che uno scontro frontale con gli indipendentisti di Santa Cruz e con le compagnie petrolifere che hanno investito nel paese potrebbe trascinare la Bolivia verso la guerra civile. Gli ultimi anni di instabilità politica sono forse serviti da lezione. Le manifestazioni di piazza, i presidenti cacciati a furor di popolo e le repressioni hanno fatto temere a più riprese lo scoppio di una guerra civile. E così Morales, nel pieno dei festeggiamenti, ha promesso che il suo governo non compirà mai “estorsioni” nei confronti degli investitori stranieri. Uno dei quali, la compagnia argento-spagnola Respol, ha inviato al vincitore un distensivo messaggio di auguri, “dichiarando di voler continuare i suoi investimenti “per il bene del paese e della compagnia”.
Resta da verificare se, una volta giunto al potere, Morales sarà in grado di mediare tra le rivendicazioni indigene, di cui lui è stesso si è fatto paladino, e gli interessi delle classi possidenti e degli investitori stranieri. Le dimissioni dell’ex presidente Carlos Mesa hanno dimostrato che la mediazione in Bolivia è impresa assai difficile. E le posizioni di García Linera non vanno giù ai movimenti indigeni più schierati, tanto che aspre critiche gli giungono proprio dagli ex compagni del Tupac Katari. Spetterà a Morales trovare la soluzione per risolvere il complicato rebus boliviano.

Questo articolo è apparso oggi sul Riformista



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